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Tutto su mio padre Leonard: l’intervista di Rolling Stone a Adam Cohen

Dopo il lunghissimo Grand Tour, Cohen aveva iniziato a soffrire di seri problemi di salute. Ma questo non l'ha fermato: a ottobre il figlio Adam ci aveva raccontato la registrazione di "You Want It Darker"
Leonard e Adam Cohen il 13 ottobre 2016, foto Frank Micelotta/Sony Music Canada

Leonard e Adam Cohen il 13 ottobre 2016, foto Frank Micelotta/Sony Music Canada

Leonard Cohen si è visto poco in pubblico dopo aver chiuso il suo Grand Tour alla Vector Arena di Auckland, Nuova Zelanda, il 21 dicembre 2013, con una gioiosa cover di Save the Last Dance for Me dei Drifters. Un’odissea lunga 5 anni, con 387 date in tutto il mondo, dove ha suonato per oltre 3 ore a notte, che è stata un enorme successo artistico (ed economico). Ma, poco dopo, Cohen ha iniziato a soffrire di seri problemi fisici. «Aveva delle fratture multiple alla spina dorsale», dice suo figlio Adam. «Ha parecchi chilometri sulle spalle».

L’82enne cantautore ora vive al secondo piano di una casa condivisa con sua figlia Lorca nel quartiere Wilshire di Los Angeles (Lorca ha una figlia di 5 anni, avuta da Rufus Wainwright, ndr). Cohen stesso dice di essere «confinato in caserma» a causa di una grande difficoltà a muoversi, ma non si è lasciato fermare nella realizzazione del suo nuovo LP, You Want It Darker. Ha iniziato a lavorare all’album circa un anno e mezzo fa, ma ha dovuto fermarsi quando il producer Patrick Leonard (che ha lavorato con Cohen per gli ultimi due album) ha sofferto di quelli che Adam Cohen descrive come «problemi personali molto seri». Cohen ha quindi invitato proprio Adam, anche lui cantautore, a completare il progetto. «È sempre più raro trovare figli che sappiano essere utili ai genitori», dice Adam. «Stare in un ambiente così intimo con mio padre per un periodo tanto lungo è stata un’esperienza colma di dolcezza per me».

Adam ha trasformato la casa di Cohen in uno studio di registrazione improvvisato, piazzando un vecchio microfono Neumann U 87 sul tavolo da pranzo e riempiendo la stanza con computer, attrezzature varie e casse. Ha anche comprato una sedia ortopedica per suo padre. «È progettata per permettere alle persone di stare sedute per molto tempo», dice Adam. «Puoi dormire, mangiare, praticamente puoi viverci». Su un laptop era installato ProTools, Leonard doveva solo cantare. «A volte, spinto dalla gioia, si alzava, sfidando il dolore, e stava fermo di fronte agli altoparlanti, mentre facevamo suonare la stessa canzone in repeat, come dei ragazzini», aggiunge Adam, «altre, usavamo della marijuana medica, che faceva la sua parte». Cantare si è trasformato in una sorta di terapia per Leonard. «A volte mi preoccupavo molto per lui e l’unica cosa che rinfrancava il suo spirito era il lavoro», dice Adam. «E, vista l’incredibile sofferenza che gli procurava lo stare praticamente immobile, era un’ottima distrazione».

Cohen, alla sua maniera tipica, era ossessionato da ogni frase delle nove tracce del disco, la maggior parte delle quali sono state scritte negli ultimi anni (anche se Treaty, dove dice “I don’t care who takes this bloody hill / I’m angry and I’m tired all the time”, risale a circa 10 anni fa). Alcune canzoni sono state dettate al telefono, altre annotate su un taccuino che tiene nella tasca interna della giacca. «Arrivano a gocce, diciamo», ha detto durante un evento stampa a Los Angeles. «Alcune persone possiedono il dono di avere un flusso continuo, altre no. Io sono una di queste».

Anche se Cohen non è mai riuscito ad arrivare fisicamente in studio di registrazione, dove un team di circa 12 musicisti, tra cui l’organista Neil Larsen, il chitarrista Bill Bottrell e il bassista Michael Chaves, ha lavorato sul materiale, è comunque stato alla guida delle sessioni. «Parlavo con lui a lungo, mi dava le istruzioni prima di ogni registrazione», dice Adam. «E poi, in studio, provavo, speranzoso, a seguire quello che capivo della sua visione. Ha avuto comunque l’ultima parola e il veto su tutto. Rispetto agli ultimi, questo album è più scarno e più acustico».

Oggi Cohen è in condizioni leggermente migliori rispetto alle registrazioni di You Want It Darker. Ma un tour o anche una singola apparizione live sono altamente improbabili. «È un tipo meticoloso e ha bisogno di molte prove», dice Adam. «Semplicemente, non abbiamo in programma nulla». Ma ci sono almeno tre canzoni che non sono entrate nel disco, e potrebbero essere la base per un prossimo lavoro. «Dicono che la vita sia una bellissima opera teatrale con un terribile terzo atto», dice Adam: «sicuramente non è così per Leonard Cohen. Proprio ora, alla fine della sua carriera, forse alla fine della sua vita, è al massimo delle sue forze».

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