Pochi discografici hanno esercitato un’influenza ampia dal punto di vista stilistico e duratura nel tempo come Clive Davis. Morto ieri a 94 anni, è entrato nel mondo del rock passando dal festival di Monterey del 1967, quando è stato folgorato da Janis Joplin. Non era all’inizio della sua carriera, ma è stato il “battesimo” rock che l’ha portato poi a occuparsi, presso varie etichette, dalla Columbia all’Arista alla J Records, di artisti che vanno da Carlos Santana a Bruce Springsteen, da Whitney Houston ad Alicia Keys (qui la sua storia).
E quindi dopo la sua morte sono arrivati copiosi i messaggi via social. Come quello di Springsteen che scrive che «qui sulla E Street piangiamo la scomparsa del grande produttore discografico e caro amico Clive Davis. Mi ha cambiato la vita quando avevo 22 facendomi firmare un contratto con la Columbia. Mi ha trattato col medesimo rispetto e la stessa gentilezza quando ero un ventiduenne sconosciuto e dopo avere avuto successo.Un grande uomo».
È stato Davis, quando Springsteen stava lavorando al primo album Greetings from Asbury Park. N.J., a spingerlo a scrivere nuove canzoni: non sentiva un singolo. «Per tutta risposta» scrive Springsteen nell’autobiografia Born to Run «andai in spiaggia e scrissi Spirit in the Night, poi tornai a casa e, rimario alla mano, scrissi Blinded by the Light. Erano due dei pezzi migliori di Greetings».
Un altro grande del rock che ha beneficiato della presenza di un discografico come Davis è stato Carlos Santana. «Ha creduto nei Santana fin dal principio e anni dopo ci ha creduto di nuovo», scrive il chitarrista. Si riferisce al fatto che Davis ha messo sotto contratto il gruppo per la Columbia quando la stava trasformando in un’etichetta rock, ai tempi di Black Magic Woman e Oye como va, per poi rilanciarne alla grande la carriera ai tempi di Supernatural, il disco del 1999 che ha venduto vagonate di copie e ha vinto nove Grammy. Smooth, uno dei singoli di successo di quel disco, era interpretata da Rob Thomas dei Matchbox Twenty che ricorda che il suo «amico e mentore inviava messaggi alla mia casa discografica incoraggiandola a fare tutto il possibile per promuovere i miei dischi» tant’è che «molti davano per scontato che fossi sotto l’etichetta di Clive», quando invece semplicemente aiutava un amico anche se incideva per una casa discografica concorrente.
Davis, scrive Carlos Santana dopo la sua morte, «aveva capito che la musica non è solo intrattenimento. È una forza curativa. Unisce le persone oltre le paure, le divisioni, i confini. Ha dedicato la vita a sostenere gli artisti e ad aiutarli a condividere il loro talento col resto del mondo. Riusciva a vedere la luce nelle persone. Incoraggiava gli artisti a fidarsi dell’istinto e a seguire il proprio destino. Grazie alla sua visione, moltissimi musicisti sono riusciti a toccare i cuori della gente in tutto il mondo».
Davis è stato anche protagonista dell’operazione di rilancio di Rod Stewart. Nel bene e nel male perché strappandolo in qualche modo rock, lo ha aiutato ad affrontare il Grande canzoniere americano in una serie di cinque album di immenso successo. «Gli devo tantissimo», scrive Stewart ricordando che è stato «l’unico a credere che un cantante rock potesse interpretare i classici con convinzione. Altre etichette avevano respinto l’idea, e così è nato The Great American Songbook, che ha venduto quasi 40 milioni di copie».
Si leggono ricordi di autori come Dianne Warren («come perdere un padre»), di veterani come Barry Manilow («un gigante, il primo a farmi firmare con una major»), di discografici come Lucian Grainge («una guida enciclopedica alla storia dell’industria musicale»), di artisti di ogni età, da Patti Smith che lo ringrazia per «aver creduto in me, aver guidato i miei sforzi e per mezzo secolo di amore e sostegno» ad Alicia Keys che lo definisce «un visionario che trasformava i sogni in realtà».















