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Tutta la storia e i segreti di ‘The Freewhelin’ Bob Dylan’

Ecco come è nato il secondo album di Bob Dylan, il capolavoro con 'Blowin' in the Wind' e 'A Hard Rain's A-Gonna Fall'

Bob Dylan con la sua chitarra acustica Gibson. Foto di Michael Ochs Archives / Getty Images

«Ho scritto un sacco di canzoni in poco tempo», ha detto Bob Dylan dell’esplosione creativa che portò al suo secondo album, The Freewheelin’ Bob Dylan, pubblicato nel 1963. «Ci sono riuscito perché tutto il processo era ancora nuovo per me. Mi sentivo come se avessi scoperto qualcosa di speciale, di unico, ero in una sorta di “arena artistica” in cui non era mai stato nessuno prima di quel momento».

Il secondo LP di Dylan non solo è il suo primo capolavoro, rappresenta un punto di svolta per tutta la musica popolare. Dopo aver firmato solo due dei brani del suo disco d’esordio, Dylan ha scritto 12 dei 13 di Freewheelin’ – tra cui i classici Blowin’ in the Wind, A Hard Rain’s A-Gonna Fall e Don’t Think Twice, It’s All Right –, musica che cambierà per sempre il rapporto tra autore e interprete. Le sue composizioni esibivano una versatilità incredibile: dal commento sociale (ha affrontato temi come i diritti civili e l’olocausto nucleare) all’amore, passando per il blues e le classiche breakup songs, il nuovo Dylan non smetteva di scrivere.

Quando i Beatles hanno ascoltato per la prima volta l’album – il regalo di un DJ francese – non sono più riusciti a smettere. «Abbiamo ascoltato quel disco continuamente, per tre settimane di fila», ha detto John Lennon. «Eravamo tutti dipendenti da Dylan».

Un ritratto di Bob Dylan nel 1963. Foto di Michael Ochs Archives / Getty Images

A differenza di quanto successo con il suo disco d’esordio, l’incisione di Freewhelin’ ha richiesto a Dylan molto tempo. Il disco è stato registrato in otto session distribuite nel corso di un anno, un’enormità rispetto alle due necessarie per l’album omonimo del 1962. Nel corso dei mesi il cantautore ha continuato a rivedere e correggere la scaletta, cercando di stare dietro all’evoluzione del suo stile di scrittura.

Il mondo non ne sapeva ancora niente, ma Dylan scriveva senza sosta almeno dal 1961, anno in cui è arrivato a New York. «Non faceva altro: scriveva persino di notte, seduto in qualche club», ha detto Peter Yarrow. «Lo vedevi leggere un giornale e il giorno dopo avrebbe scritto un pezzo proprio su quello che aveva letto».

L’album era anche frutto delle nuove esperienze e idee che lo travolgevano in quel periodo: l’attivismo politico, il suo primo viaggio oltreoceano, l’arrivo di Albert Grossman nel ruolo di manager. Tra le altre cose, Freewheelin’ è frutto dell’influenza di Suze Rotolo, la sua fidanzata dell’epoca: i due sono ritratti insieme nell’iconica copertina innevata. «La cover è la cosa più importante del disco», diceva Dylan agli amici dell’epoca.

Durante la scrittura dell’album, Suze era in Italia per studiare arte; la nostalgia e la rabbia che Dylan provava lontano dalla donna avvolgono molte delle canzoni scritte in quel periodo. Anche la famiglia Rotolo era importante per Dylan: entrambi i genitori della ragazza erano iscritti al Partito Comunista Americano e hanno contribuito alla formazione politica del ragazzo. «Suze era fissata con la libertà e l’uguaglianza ben prima che lo diventassi anche io», ha detto.

Ad aprile, un mese dopo la pubblicazione del suo disco d’esordio, Dylan è entrato in uno studio di New York per registrare il suo secondo album. All’epoca si intitolava ancora Bob Dylan’s Blues: ha registrato l’assurda title track, Down the Highway e Honey, Just Allow Me One More Chance. È in quella session che Dylan ha registrato il brano scritto sulla melodia del vecchio spiritual No More Auction Block. Si intitolava Blowin’ in the Wind.

La cover di ‘The Freewheelin’ Bob Dylan’

Il testo, tanto semplice quanto maestoso, presenta una serie di domande intrecciate con una preghiera dedicata alla giustizia e all’uguaglianza. Una cosa senza precedenti. «Il modo migliore per rispondere a queste domande è pensarci, continuamente», si legge nelle note d’accompagnamento del disco. «Prima, però, è necessario che tutti trovino il vento».

Grossman fece ascoltare una demo del brano ai suoi clienti Peter, Paul e Mary. «Dissi subito: è questa, questa canzone è un inno», ricorda Peter Yarrow. «Era sconvolgente, qualcosa di incredibile».

Peter, Paul e Mary pubblicarono il singolo di Blowin in the Wind tre settimane dopo l’uscita dell’album. Il brano vendette 300,000 copie in una settimana, volando al secondo posto della classifica Billboard.

Durante le session di ottobre e novembre diventò chiaro a tutti che Dylan non era ancora sicuro della forma che avrebbe avuto il suo disco. Sperimentava cose nuove e diverse: anche alcuni brani con una band vera e propria (tre anni prima della svolta elettrica). Le uniche tracce sopravvissute sono Corrina, Corrina e l’amara Don’t Think Twice, It’s All Right; «Non è una canzone d’amore», ha detto Dylan, «Diciamo che è qualcosa che dici a te stesso per stare meglio».

Abbiamo ascoltato quel disco per tre settimane di fila, eravamo tutti dipendenti da Bob DylanJohn Lennon

A dicembre sono state aggiunte tre canzoni. Il disco stava finalmente prendendo la sua forma definitiva. Oxford Town, dedicata alla tragedia di James Meredith, il primo studente nero dell’Università del Mississipi; I Shall Be Free, una riscrittura di We Shall Be Free di Lead Belly, e A Hard Rain’s A-Gonna Fall, una delle canzoni più belle dell’album, basata sulla melodia della ballata inglese Lord Randall.

Dylan aveva suonato il pezzo per la prima volta il 22 settembre, un mese prima che il Presidente Kennedy aprisse di fatto la crisi dei missili cubani. L’occasione, però, era imperdibile e ha dichiarato che il brano era stato scritto come una risposta alla possibile apocalisse nucleare. «Ogni verso è come l’inizio di un’altra canzone. Quando l’ho scritta mi sono reso conto che non avrei avuto il tempo di finirle tutte, quindi le ho compresse in una».

Allen Ginsberg confessò di essersi messo a piangere dopo averlo ascoltato per la prima volta, gli sembrava che fosse arrivato il momento di passare il testimone a un’altra generazione.

Bob Dylan e la sua ragazza dell’epoca, Suze Rotolo, a New York nel 1963. Foto di Michael Ochs Archives / Getty Images

Dylan continuò a insistere. Diceva agli amici che non era ancora convinto della bontà del disco. «Ci sono troppe canzoni tradizionali, come se volessi scrivere nello stile di Woody», diceva. «Sto cambiando. Ho bisogno di brani più diretti, perché è così che voglio scrivere adesso». Ecco la pacifista Masters of War. Durante il mese di aprile ha registrato i tasselli mancanti: Girl from the North Country, una canzone d’amore dedicata a diverse donne della sua vita, e Bob Dylan’s Dream, un brano nostalgico sull’amicizia e sul senso di comunità.

«Eravamo dei ragazzini», ha detto Yarrow. «Pensavamo solo a mettere un piede davanti all’altro, la nostra preoccupazione principale era decidere cosa mangiare a cena. Bob Dylan’s Dream racconta molto bene quelle sensazioni».

Questi brani non sono nell’album. O meglio, sono apparsi in scaletta solo tempo dopo, quando Dylan ha avuto la possibilità di rivisitare il lavoro, probabilmente a causa delle pressioni dell’etichetta discografica: volevano che Talkin’ John Birch Paranoid Blues fosse tagliata dall’album.

A prescindere dalla cronologia, il risultato è un disco rotondo, più pensato, lontano dal folk tradizionale. Non tutti i suoi fan dell’epoca erano pronti alla svolta. «L’album sparisce in un luogo impossibile, un fallimento», ha scritto un giornalista del The Little Sandy Review, un magazine dedicato al folk classico.

Nel resto del mondo, però, l’influenza di The Freewheelin’ Bob Dylan fu gigantesca. A Winnipeg un ragazzino chiamato Neil Young decise, come tanti altri, di percorrere una strada diversa da quella che immaginava fino a quel momento. «Ho pensato: Ehi, c’è questo tipo che suona in maniera così diversa, così unica. Mi piace davvero molto. Anche io posso scrivere canzoni».

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