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«Troppo menosi per il mondo là fuori»: i Marlene Kuntz raccontano “Lunga attesa”

Il 29 gennaio esce il nuovo disco dei Marlene, costruito con lo stesso entusiasmo del primo - e dopo 25 anni non è scontato.

Marlene Kuntz, foto Facebook

Marlene Kuntz, foto Facebook

«Può sembrare retorico, ma abbiamo lavorato a questo disco con un entusiasmo e una voglia quasi paragonabili a quello del primo album, svegliandoci ogni mattina con la voglia di andare in sala e rimettere mano a un pezzo. Non è scontato, dopo 25 anni, andare a fondo di ogni canzone, aver voglia di fare la cosa più figa per noi». Così Cristiano Godano su Lunga attesa, nuovo album in uscita il 29 gennaio, dal suono caratterizzato da chitarre rock particolarmente abrasive. «’Disco rock’ vuol dire tutto e non vuol dire niente», alza le spalle Godano. «Quello che è successo è che un anno e mezzo fa, quando in occasione del ventennale di Catartica ci siamo confrontati con pezzi scritti e suonati quando avevamo vent’anni di meno, abbiamo constatato una voglia di spingere in quella direzione sonora con una certa determinazione». Al suo fianco, Riccardo Tesio aggiunge: «La ricetta forse è vecchia, ma il risultato finale ci è piaciuto. L’idea era un bell’impatto sonoro dopo un po’ di dischi in cui avevamo cercato di colorare le canzoni con un po’ di strumenti diversi. Anche se questo sound non è molto di moda noi ne siamo molto orgogliosi. Il concetto di muro del suono è molto usato, ma rende bene, ci sono momenti in cui l’ascoltatore viene subissato da questa pressione sonora. Niente di nuovo, come dice una delle canzoni, ma pochi dischi nuovi suonano così».

La cover del nuovo album dei Marlene Kuntz, "Lunga attesa"

La cover del nuovo album dei Marlene Kuntz, “Lunga attesa”

La musica ha anche condizionato i testi, dice Godano. «Avevamo proprio voglia di suonare così. Siamo entrati nel processo creativo con questo slancio ringhioso, rock, aggressivo, e le liriche hanno assecondato questo impeto. Poi, quale sia il futuro del rock chitarristico, non lo sappiamo. Ci sono ambiti dove queste cose si fanno, l’ultimo Pearl Jam era chitarra-basso-batteria, e ai fan non è piaciuto, ma a me sì. Diciamo che forse non ci frega un cazzo di essere cool, ci interessa fare musica buona. Considerando che ogni band ha al suo arco una serie di frecce e non ne ha altre, non è che ci mettiamo a spiazzare il nostro pubblico facendo un disco jazz, non ne saremmo capaci. Diciamo che con un disco di sole chitarre scommettiamo su noi stessi. Ma poi, credo che la differenza in definitiva la facciano le canzoni. Le puoi fare con chitarre, o tastiere o flauti e mandolini ma l’importante è che la canzone ci sia. Io credo che qui ce ne siano molte che possono rimanere in testa. Fermo restando che i Marlene Kuntz non arrivano a tutti, in realtà anche con pianoforte e chitarra acustica saremmo pur sempre troppo complessi e menosi per il mondo là fuori… Da questo punto di vista stiamo diventando disinteressati, quindi ci facciamo portare dove vogliamo. Per noi la ricetta è sempre quella, e siamo riusciti a fare dieci album».

Dopo il disco e appena prima del tour, il 17 febbraio verrà proiettato in quaranta cinema italiani Marlene Kuntz. Complimenti per la festa, omaggio alla storia della band piemontese che in realtà non è partito da loro medesimi. «Non è una produzione nostra ma di una giovane casa produttrice di Trento, la Jump Cut, per la regia di Sebastiano Luca Insinga. Si sono occupati di tutto loro, della realizzazione e della distribuzione. Noi li abbiamo aiutati con il crowdfunding ma; non è una produzione nostra. Hanno trovato anche materiale d’epoca molto gustoso in particolare per l’introduzione, quando viene illustrato il 1994, quando uscì Catartica».

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