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Tra le spire di Serpentwithfeet

Ha un nome d’arte biblico. E di sé Josiah Wise, ragazzone R&B, dice: «Sono indubbiamente nero e queer, anzi, orgogliosamente nero e queer»

Il sibilo del serpente, Josiah Wise ha appena pubblicato con il nome di serpentwithfeet l'Ep blisters

Il sibilo del serpente, Josiah Wise ha appena pubblicato con il nome di serpentwithfeet l'Ep blisters

Il nome d’arte si riferisce all’episodio biblico della tentazione e della mela nell’Eden, per il quale Dio condannò tutti serpenti a camminare senza piedi, strisciando e mangiando polvere. Un artista con voce soave e aspetto imponente: trucco nero, tatuaggi sulla fronte e anellone che pende dal setto nasale. Dopo una manciata di secondi però, è già chiaro che l’autore di blisters – Ep di R&B sperimentale, ornato e imperdibile – è un ragazzo vulcanico e piacevolmente eloquente.

Da dove arriva il tuo stile vocale?
Come da manuale, da un coro di chiesa. Mia madre, una cantante che ammiro molto, era la direttrice. Diciamo anche il mio primo vocal coach, un osso veramente duro. Non si lasciava intenerire dal legame di parentela: ora finalmente ama il mio stile, ma quando avevo 5 anni, per non farmi impigrire, mi ha spronato a impegnarmi al massimo in ogni mio interesse. Nel coro è nata la mia ferrea etica del lavoro.

Quali generi ti hanno influenzato di più?
Naturalmente, prima di tutti il gospel. Ancora oggi amo la musica dello show per bambini Sesame Street e le composizioni di Jim Henson. Non solo perché le ascoltavo crescendo: mi piace come riescono a trasmettere messaggi intelligenti in modo immediato. E anche il fatto che sono piuttosto stravaganti e non necessitano di un grande livello di dettaglio. Questa specie di indeterminatezza è rimasta con me fino a oggi. Direi che un altro interesse è la musica classica.

E poi sei un appassionato di occulto…
M’interessava l’esoterismo e in particolare i rituali. Il punto è la ricerca di un ritmo, di connessioni, di un pattern tra le cose. La magia non è altro che un’esplorazione estrema del ritmo. Anche l’astrologia ha la stessa struttura: le relazioni tra i segni, i ritmi dei corpi celesti. Curo meno questi temi oggi, perché quel tipo di esplorazione è appagata dalla mia attività di performer. Anche i migliori scrittori sanno immaginare un sistema mitologico individuale. Sono ossessionato da Toni Morrison, mi ha ispirato per il personaggio di serpentwithfeet: i suoi libri, se lo desideriamo, possono creare un sistema di riferimenti, come la Bibbia o il Corano. I libri sono semplicemente il tentativo di trovare un senso a ciò che ci circonda.

Sei un lettore vorace?
Sono lento, non leggo quanto dovrei. L’ultimo libro che ho finito è La Stanza di Giovanni di James Baldwin, ma posso avere bisogno di diversi mesi per terminarne uno: faccio lunghi momenti di pausa per digerire le storie e le emozioni. Spesso mi sento sopraffatto e finisco per leggere dieci pagine, prima di tornare a immergermi devo distanziarmi dalle vicende per una settimana.

Ti senti parte dell’ondata di R&B queer?
serpent Sono indubbiamente nero e sono indubbiamente queer, anzi, orgogliosamente nero e orgogliosamente queer. Credo questo mi dia spazio per costruire (usa proprio “real estate”, ndr). La mia identificazione etnica e sessuale mi dà forza e connessioni. Non direi però di avere accesso a un’unica scena: anche se sei impegnato in un ambito, non significa che ti devi chiudere ad altri mondi. La mia comunità è aperta, non siamo solo un underground segregato.

In generale, ho l’impressione che rap e R&B stiano rientrando in un ciclo espansivo: anche a livello mainstream si respira un senso di apertura verso la sperimentazione formale…
Credo anche io che R&B e hip hop stiano tornando più sperimentali, forse perdono un po’ della patina lucida degli anni scorsi. Per gli americani neri c’è sempre molto dolore, molte difficoltà, ma adesso che abbiamo Internet ci possiamo mettere in relazione con persone da tutta la nazione che vivono le nostre stesse esperienze: siamo invogliati a nasconderci meno e a filtrare meno i nostri interessi. Ci rendiamo conto che la lotta non è nuova, ma a essere nuove sono le risorse. C’è più urgenza e questo può significare magari anche beat più strani, esperimenti con il rumore. Credo che la transizione più importante sia questa: il rap nel passato era una forma di rabbia collettiva, in questo momento c’è posto anche per un punto di vista individuale, per temi personali.

Come sei entrato in contatto con il producer The Haxan Cloak?
Ho incontrato Robin Carolan, il mio manager e proprietario dell’etichetta Tri Angle, su Twitter. Da lì abbiamo iniziato a a collaborare e mi ha fatto conoscere un sacco di persone, tra cui The Haxan Cloak. Ha cambiato il modo in cui penso a me stesso e al mio percorso. Mi ha fatto capire che il mio lavoro aveva potenzialità per raggiungere più persone oltre che me, parenti e amici (ride). Per molto tempo non ho avuto alcun ingaggio. È arrivato Robin e mi ha detto: “Voglio investire su di te”, mi ha fatto volare a Los Angeles per uno show e così via. Fino all’anno scorso, avevo due dollari sul conto in banca. Ero arrivato al punto in cui credevo di aver sprecato tutto il mio talento, nessuno si interessava a me e pensavo di smettere.

Stai ancora bene a New York?
Vivo a NY da quattro anni. La cosa divertente è che adesso che le cose vanno meglio voglio lasciare la città. Non perché non la ami, al contrario, ma sono meno attratto di quando sono arrivato. Sono pronto a vedere posti nuovi. Credo di volermi trasferire a L.A., ma non sono mai stato in Arizona o a Washington, ci sono tanti posti da visitare. Amo New York, ma a volte finge di essere il mondo: è una città internazionale, ma non è il mondo.

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