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The Weeknd è ancora il signore della malinconia

L'uomo che non sorride mai è tornato quello di una volta nel suo nuovo "My Dear, Melancholia". Ed è come se Alphonse de Lamartine non fosse mai morto.
Fonte: Facebook

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E quindi abbiamo fra le mani un nuovo album di The Weekend. O meglio, un EP perché sei brani in tutto sono un po’ pochini per parlare di Long Play.

È uscito quasi all’improvviso stanotte, anticipato solo da qualche post su Instagram abbastanza criptico, come lo screenshot di una chat fra Abel (The Weekend) e tale La Mar. Conversazione di cui ci è dato leggere solo la frase “Dovremmo farlo uscire venerdì? Per me è indifferente”.

Insomma, alla fine pare che Abel e questo misterioso La Mar abbiano optato per venerdì, oggi, ma ovviamente senza fornirci nessuna informazione, gossip, motivazione che possa spiegare la scelta di rompere il silenzio post-Starboy con del nuovo materiale inedito. Ma, che Abel lo voglia o meno, di cose da dire sull’EP ce n’è già parecchie.

Tanto per cominciare, un titolo come My Dear, Melancholy la dice lunga sul mood generale dei sei pezzi. Se in Starboy il canadese aveva cercato di arginare un po’ questo spleen atavico che gli impedisce di sorridere (non è necessariamente un difetto, occhio), qui Abel “è tornato alle sue radici”, come ha confermato a Billboard una fonte anonima vicina a lui. Fine dei pezzi danzerecci che comunque occupano un posto di rilievo nell’album, e di nuovo ballad lente e notturne, cariche di un pathos struggente.

Per questo, i Daft Punk stavolta non calzavano proprio a pennello come come produttori, perfetti invece su Starboy. Serviva qualcuno che come Abel è a più a suo agio sul downtempo, sulla coltre di nebbia di pad che deve avere un pezzo delle origini di The Weeknd. Qualcuno che sappia bene cosa sia la melanconia, qualcuno che come Abel non sorride manco se vince al gratta e vinci. Ci stavamo chiedendo un po’ tutti che fine avesse fatto Gesaffelstein, il Dark Lord della techno parigina che gira sempre in abito da sera: la risposta ce l’ha data The Weeknd. I due pezzi più spettrali dell’EP, Hurt You e I Was Never There, portano la firma proprio di Mike Levy, il vero nome di Gesa. Niente di stilisticamente arzigogolato, ma la bravura di chi produce sta proprio nello scegliere pochi suoni ma buoni. E in questo Gesaffelstein è una spada.



My Dear, Melancholy ci restituisce per davvero il Weeknd di una volta. Cioè quello che avevamo scoperto un po’ tutti a caso, cinque o sei anni fa, quando aveva preso una base altrettanto notturna di un produttore altrettanto parigino, Odd Look di Kavinsky, e ci aveva cantato “I can teach you some french” con la voce di chi vive un amore tormentato ma che però, in questo mare di lacrime, nuota a stile libero.

Perché alla fine Abel in queste cose ci si crogiola, come un moderno romantico. Ma non romantico come Victor Hugo, che onestamente questa cosa della malinconia se la viveva maluccio. Piuttosto, Abel processa la bellezza della desolazione dei suoi paesaggi interiori come un moderno Alphonse de Lamartine. Per gli amici, La Mar.

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