The Rolling Stones: le 100 canzoni più belle (40-21) | Rolling Stone Italia
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The Rolling Stones: le 100 canzoni più belle (40-21) | (60-41)

Una giuria d'eccezione e 100 capolavori. Siamo andati a scavare nell'infinito archivio di oltre 50 anni di Stones

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Sul palco a Kansas City, Missouri, 1975. Foto: Kent Meireis/ The Image Works

Da Paint It, Black a Shine a Light, le pietre miliari di 50 anni di carriera degli Stones, scelte dalla nostra giuria di scrittori, critici, registi e artisti.

Per realizzare questo listing, abbiamo chiesto a ciascuno di questi esperti degli Stones di darci le 50 canzoni favorite. Poi abbiamo incrociato i risultati: Patrick Carney – The Black Keys; Jonathan Cott – Contributing Editor, Rolling Stone; Cameron Crowe – Regista; Anthony DeCurtis – Contributing Editor, Rolling Stone; Jon Dolan – Contributing Editor, Rolling Stone; David Fricke – Senior Writer, Rolling Stone; Robert Greenfield – Giornalista e autore; Will Hermes – Contributing Editor, Rolling Stone; Robert Hilburn
– Giornalista e autore; Howard Kramer – Direttore degli affari curatoriali Rock and Roll Hall of Fame; Chuck Leavell – Musicista; Jonathan Lethem – Scrittore; Martin Scorsese – Regista; Rob Sheffield – Contributing Editor, Rolling Stone; Lucinda Williams –
Cantautrice; Warren Zanes – The Del Fuegos.

Gli Stones arriveranno in Italia per una data unica a Lucca, il 23 settembre. Qui la scaletta del primo concerto europeo. Di recente, abbiamo parlato di Stones (e di Beatles) con Michael Caine, in occasione del film My Generation, presentato a Venezia.

40. “It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It)” It’s Only Rock’n Roll, 1974

Dopo la decadenza di Exile e l’insuccesso di Goats Head Soup, It’s Only Rock’n’Roll è un tentativo di rimettere le cose nella giusta prospettiva. La title track è scritta da Jagger, che registra una versione demo con David Bowie. Quando Keith lo sente, ordina: «Riportatemi quel figlio di puttana». Gli Stones fanno una celebrazione della loro musica, prendono in giro giornalisti e fan troppo curiosi (“Se mi suicidassi sul palco / Sarebbe abbastanza per la vostra libidine?”) e creano uno slogan che diventa un classico.

39. “No Expectations” Beggars Banquet, 1968

La dolente chitarra sli- de di Brian Jones in questo piccolo capolavoro è il suo ultimo contributo importante alla band: «Eravamo seduti a terra in cerchio, registravamo con i microfoni aperti», ha detto Jagger nel 1995, «è stata l’ultima volta che ho visto Brian impegnarsi». Segna anche la svolta degli Stones verso le radici più profonde del rock, il blues e il country: «La miscela di musica americana bianca e nera era ancora tutta da esplorare».

38. “Memory Motel” Black and Blue, 1976

Quando gli Stones decidono di essere sinceri vanno fino in fondo, come in questa ballata sentimentale che fanno durare sette minuti. Memory Motel è unica per la sua dolcezza, anche per il suono soul delle tastiere. Mick e Keith raccontano la storia di una hippy di nome Hannah con gli occhi color nocciola, i denti storti e un pick-up, che abbandona Jagger ubriaco e in lacrime in uno squallido motel di Long Island: «Una vera americana indipendente», dice Mick.

37. “Before They Make Me Run” Some Girls, 1978

«Viene dal cuore», ha detto Keith a proposito di questo pezzo rock da Some Girls, «sono rimasto in studio per cinque giorni a registrarlo, senza mai uscire». Il ritmo è pieno di energia, il riff con l’accordatura in Sol aperta è un classico di Richards e il testo è una supplica alle autorità canadesi perché non siano troppo severi nel suo processo per droga. “Alcol, pastiglie e polvere… ho già scontato la mia pena all’inferno”, canta Keith in una delle sue performance più grezze ed eroiche.

36. “Play With Fire” Out of Our Heads, 1965

Registrata a notte fonda negli studi della RCA a Los Angeles mentre il cu- stode fa le pulizie, Play With Fire non è una vera canzone dei Rolling Stones: oltre a Jagger e Richards ci sono Phil Spector al basso e Jack Nitzsche al clavicembalo. Esce come lato B del singolo The Last Time. Il testo è un invito ad abbassare la cresta rivolto a una viziata ragazza aristocratica che combacia perfettamente con l’immagine ribelle della band.

35. “Sweet Virginia” Exile on Main St., 1972

Un altro pezzo acustico dall’andamento dinoccolato che riflette l’influenza country di Gram Parsons, oltre all’atmosfera drogata di Nellcôte dove viene registrato. Nel testo vengono citati il vino della California, le pastiglie (“Dammi le rosse, le verdi e le blu”) e nella strofa forse più leggendaria dell’album (“Voglio grattare quella merda direttamente dalle tue scarpe”) anche il “Lucido da scarpe messicano”, ovve- ro il termine dello slang usato da Keith per chiamare l’eroina di bassa qualità.

34. “Waiting On a Friend” Tattoo You, 1981

A proposito di aspettare, gli Stones aspettano quasi un decennio prima di tirare fuori dagli archivi questo pezzo e pubblicarlo come gran finale dell’album Tattoo You. Lo registrano la prima volta a Kingston, Giamaica, nel 1972 durante le session di Goats Head Soup. Mick Jagger lo riprende in mano anni dopo, finisce il testo e fa una delle sue performance vocali più piene di soul rimuginando sul tema della solitudine: «Ho aggiunto un testo molto gentile e affettuoso sull’amicizia in una band», ha raccontato Mick. Per registrare l’assolo di sax, gli Stones invitano uno dei loro eroi, la leggenda del jazz Sonny Rollins. «Quando è arrivato in studio gli ho chiesto: “Vuoi che stia qui con te?”. E lui: “Sì, voglio che mi dici quando vuoi che cominci e che balli mentre suono”» Mick balla, Rollins trasforma le sue mosse in gloriose note di sax e Waiting on a Friend chiude Tattoo You in grande stile. Nel celebre videoclip, Mick e Keith sono seduti con alcuni amici (tra cui Peter Tosh) sulle scale di una casa di St. Mark’s Place a New York di fronte allo stesso palazzo che i Led Zeppelin hanno messo sulla copertina di Physical Graffiti.

33. “Have You Seen Your Mother, Baby, Standing in the Shadow?” Singolo, 1966

«La follia definitiva», ha detto Jagger a proposito di questo pezzo che suona folle ancora oggi, dal titolo vagamente scandaloso all’esplosione di fiati, dall’uso pionieristico del feedback di chitarra al testo decadente, psicotico e noir. Fa scandalo soprattutto la copertina del singolo, con i membri della band vestiti da donne. Dopo lo scatto vanno tutti al bar a bere, con ancora indosso parrucche e gonne: «Nessuno ha detto niente», ricorda Keith.

32. “Let It Bleed” Let It Bleed, 1969

Gli Stones lavorano così tanto a questo pezzo che le dita di Keith cominciano veramente a sanguinare dopo aver suonato il riff mille volte. Eppure il prodotto finito ha un che di trasandato, con il piano di Ian Stewart e i tocchi di chitarra dal sapore country di Mick Taylor che diventa il complemento perfetto delle immagini di degrado e salvezza evocate da Jagger: “Cocaina ed empatia”. E il titolo simile a Let It Be dei Beatles? «Niente a che vedere», ha detto Keith a RS nel 1971, «è solo una strofa che ha scritto Mick».

31. “Dead Flowers” Sticky Fingers, 1971

«Credo che la musica country sia cantata con un tono ironico, quindi io la canto in modo ironico», ha detto Mick Jagger. Il risultato è convincente: una scarica di invettive contro una ex fidanzata che suona come un addio al flower-power anni ’60, con l’influenza del nuovo compagno di sballo di Keith, Gram Parsons. L’equilibrio tra atmosfera divertente e lamento rende in effetti Dead Flowers un gran pezzo country. Le cover di Townes Van Zandt e Steve Earle, tra gli altri, lo faranno diventare un classico del genere.

30. “Happy” Exile on Main St., 1972

L’inno alla gioia di Keith Richards nasce, come ha raccontato lui stesso, «in un colpo solo. Avevo il riff iniziale, l’introduzione saltellante, ma non c’erano gli altri Stones. Erano tutti in ritardo, c’erano solo Bobby Keys e Jimmy Miller. Allora ho detto: “Mettiamola giù prima che arrivino”. Quattro ore dopo era pronta”». Miller suona la batteria e Keith il basso e la chitarra slide, Jagger aggiunge le armonie in un secondo momento. «Ero molto felice di questa ca zone, per questo alla fine l’ho intitolata Happy», ha detto Keith.

29. “Start Me Up” Tattoo You, 1981

Start Me Up rimane negli archivi per cinque anni prima che la band trovi la versione giusta. Originariamente è un pezzo reggae, registrato durante le session di Black and Blue del ’76, due anni dopo viene rifatta in chiave rock per Some Girls e infine finisce su Tattoo You nel 1981. «E questa volta non era più reggae, era una canzone di Keith. L’aveva cambiata», ha detto il tecnico del suono Chris Kimsey. La più grande hit della band negli anni ’80.

28. “As Tears Go By” December’s Children, 1965

Quando il manager degli Stones, Andrew Loog Oldham, chiude Jagger e Ri- chards in cucina e gli ordina di scrivere qualche pezzo, Keith comincia a pizzicare la chitarra e magicamente appare questa ballad. Che a Mick e Keith non piace: «Abbiamo pensato: “Che orribile sciocchezza”». Ma Oldham sapeva riconoscere una hit e ne registra una versione cantata da Marianne Faithfull che arriva al n.22 in America nel 1964. Un anno dopo esce la versione degli Stones.

27. “It’s All Over Now” 12X5, 1964

Gli Stones sono ancora essenzialmente una cover band R&B quando rifanno questo pezzo dei Valentinos (firmato anche da un giovane Bobby Womack) che non aveva avuto successo in classifica. Diventa uno dei momenti in cui la band trova la sua voce definitiva, soprattutto nel minuto finale con il duello apocalittico di chitarre tra Keith e Brian Jones. Il pezzo originale è funky e rilassato, gli Stones lo rendono più aggressivo e lo trasformano in una hit.

26. “Shattered” Some Girls, 1978

Un benvenuto a New York dalla vostra guida Mick Jagger: “Risate, felicità e solitudine / E sesso, sesso, sesso, sesso”. Una delle canzoni su New York più belle di tutti i tempi e anche uno dei pezzi rock più rumorosi degli Stones, con un riff di chitarra che ruba la potenza al punk riportandola nel rock. Mick ha raccontato: «Keith aveva un riff e una strofa, “sha-doobie” e io, dopo, ho tirato fuori la melodia e il testo con tutte quelle cose su New York».

25. “Time Is On My Side” 12X5, 1964

Nell’ottobre del 1964 gli Stones suonano davanti a un pubblico impazzito durante la prima apparizione all’Ed Sullivan Show, mandando in tilt i centralini della CBS per le lamentele. “La mia mente si è bloccata”, ha scritto Patti Smith, “ogni pensiero veniva da in mezzo alle gambe”. Originariamente un B-side di Irma Thomas, viene registrata dagli Stones alla Chess Records ed è a oggi il singolo con la posizione più alta in classifica in America. «Mick ha brillato in questo pezzo», ha detto Brian Jones, «bisogna riconoscerlo».

24. “Tumbling Dice” Exile on Main St., 1972

La canzone più irresistibile di Exile nasce con il titolo di Good Time Women ed è già in giro da anni, quando la band la registra nella villa di Nellcôte nel Sud della Francia tra il 1971 e il 1972. Oltre a giocare con l’immagine del vagabondo, Jagger probabilmente si riferiva ai casinò della zona quando ha cantato: “Keep on rolling”. Ha finito per creare una metafora perfetta per descrivere la band e un’intera generazione di sopravvissuti agli anni ’60.

23. “The Last Time” Out of Our Heads, 1965

Il secondo singolo degli Stones nella Top Ten americana è anche il primo grande pezzo firmato Jagger-Richards, una cristallizzazione del loro aggressivo magnetismo. Ha anche il primo classico riff alla Stones, suonato da Brian Jones. Keith ha ammesso di aver preso il ritornello da This May Be the Last Time degli Staple Singers, ma il resto è tutto loro. Andrew Loog Oldham ha dato il merito anche al suono tempestoso degli studi RCA di Los Angeles.

22. “Moonlight Mile” Sticky Fingers, 1971

I sei minuti epici che chiudono Sticky Fingers suonano come nessun altro pezzo nel repertorio degli Stones. Jagger canta di perdersi “sotto strani cieli”, mentre percorre la strada che lo porta dal suo amore, con una melodia influenzata dalla musica giapponese e dal blues e raddoppiando la voce con la chitarra acustica. Il pezzo cresce con i fiati e i violini orchestrati da Paul Buckmaster e la tensione drammatica della batteria, prima dell’entrata di Mick Taylor sulla coda strumentale. Un altro pezzo in cui Keith non c’è.

21. “Rocks Off” Exile on Main St., 1972

«Stavamo svegli tutta la notte a suonare, sempre fatti di qualcosa», ha detto Jagger descrivendo le session di Exile in Francia. Rocks Off è il primo pezzo dell’album e ti butta dentro a quel caos senza preavviso: chitarre densissime, fiati che suonano come i clacson nell’ora di punta e Jagger che si fa largo in mezzo al frastuono. Il suono di chitarra segna una svolta per Keith: «Accordatura aperta al massimo. Stavo creando il mio marchio di fabbrica».

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