L'album "The Joshua Tree” degli U2 è in edicola | Rolling Stone Italia
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L’album “The Joshua Tree” degli U2 è in edicola

Un cofanetto raccoglie tutti i dischi della band di Bono e soci, e oggi con TV Sorrisi e Canzoni è possibile acquistare i primi tre dischi

Un dettaglio del quinto album degli U2: "The Joshua Tree" (1987)

Un dettaglio del quinto album degli U2: "The Joshua Tree" (1987)

Dal 26 agosto con Tv Sorrisi e Canzoni, in collaborazione di Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, arriva in edicola l’intera opera degli U2 all’interno di un cofanetto che comprende tutti gli album in studio, un cd live e 4 dvd live, in edizione digipack. La storica recensione del 1987 di Rolling Stone celebra l’uscita di The Joshua Tree anche in edicola.

La posta in gioco è enorme, e gli U2 lo sanno bene. Il loro ultimo album, The Unforgettable Fire (1984), conteneva Pride (In the Name of Love) il loro singolo più venduto singolo di sempre, e l’anno scorso la band (siamo nel 1987 Ndr.) è stata il cuore pulsante del tour Conspiracy of Hope di Amnesty International. Ora, a quanto pare, gli U2 sono pronti a salire dal livello: da ‘normale‘ gruppo da disco di platino fino a respirare l’aria ancor più rarefatta dell’Olimpo della Musica. Per una band che è da sempre specializzata in gesti ecclatanti e d’ispirazione – una band assolutamente determinata a rimanere nella storia – The Joshua Tree potrebbe essere uno dei loro album grandi, e questo è esattamente ciò che sembra.

"The Joshua Tree" è il quinto album degli U2, pubblicato il 9 marzo 1987

“The Joshua Tree” è il quinto album degli U2, pubblicato il 9 marzo 1987

Questo non significa che l’album sia una mossa palesemente commerciale o un altro Born in the U.S.A. The Joshua Tree è il più variegato fra gli album degli U2, acuto e allo stesso tempo accessibile, anche se non contiene grandi hit. Tuttavia, nel suo suono crudo e nella sua spiritualità fortemente ricercata, l’album è all’altezza del suo omonimo: un albero resistente e dai rami contorti che cresce nei deserti rocciosi del sud-ovest americano. Un aneddoto tipico dei Mormoni racconta che i loro primi coloni avessero chiamato l’albero di Joshua “l’albero della preghiera”, pensando che i suoi rami nodosi richiamassero il passo dell’Antico Testamento in cui il profeta Giosuè indica la strada verso la Terra Promessa. Il titolo si addice a un disco ricco di immagini religiose, che si pone con forza contro l’assoluta devastazione sociale e politica.

Fin dalla loro nascita – nel 1980 a Dublino –, gli U2 si sono contraddistinti per un rock chitarristico, duro ed emotivo, e i loro album sembrano aver seguito uno schema ben determinato. Il primo e il terzo (Boy e War) erano dischi muscolari e decisi, rispettivamente pieni di spavalderia giovanile e di un’arrabbiata consapevolezza sociale; il secondo album e il quarto (October e The Unforgettable Fire) erano lavori malinconici e complessi, forse più concentrati sulle idee contenute nei brani che sulle canzoni in sé.

Ma The Joshua Tree non rappresenta un ritorno al fuoco di War. La band ha deciso di tirarsene fuori anni fa: canzoni come Sunday Bloody Sunday e New Year’s Day sono state il motore dell’album del 1983 e del successivo tour. Ma gli U2 sentivano il pericolo di diventare l’ennesima band-slogan da stadio, per cui hanno chiuso quel capitolo con un album dal vivo. Il gruppo ha sostituito il loro produttore storico Steve Lillywhite con Brian Eno e Daniel Lanois, e con The Unforgettable Fire, ha dichiarato di non voler essere più così sopra le righe.

Per il nuovo album, gli U2 hanno confermato Eno e Lanois, ripreso Lillywhite per il mix di quattro brani, e coniugato le diverse textures di The Unforgettable Fire a canzoni completamente formate, di cui molte sono tanto aggressive da ricordare le hit di War. L’impronta sonora degli U2 sta tutta qui: l’angoscia monumentale della voce di Bono, l’impulso trainante del basso di Adam Clayton e della batteria di Larry Mullen Jr. e il gemito della chitarra di The Edge. Ma per ogni prevedibile inno rock c’è un cambio repentino, una canzone dagli arrangiamenti inusitati, come With or Without You, un bolero rock’n’roll che si costruisce da un inizio rilassato fino a crescere sempre di più, per un vero climax sonoro.

La band continua a cadere nelle trappole di sempre: la voce continuamente strozzata di Bono può suonare un po’ esagerata e auto celebrativa; alcune delle loro classiche immagini (il fuoco e la pioggia, per esempio) cominciano a perdere la loro risonanza, dopo averle usate decine di volte; ed Exit, uno psicodramma recitato su di un killer, è tanto impacciato da ricordare che nemmeno Patti Smith può pubblicare sempre questo genere di cose.
Tuttavia, più di ogni altro album degli U2, The Joshua Tree ha il potere e il fascino per sedurre e catturare un pubblico di massa. Senza dar spettacolo del suo eclettismo, l’album è dotato di un rock determinato (Where the Streets Have No Name), furia cruda (Bullet The Blue Sky), delicatezza (One Tree Hill), ritmi scoppiettanti (I Still Haven’t Found What I’m Looking For) e persino un blues acustico (Running to stand Still) – tutto questo in chiave inequivocabilmente U2.

Ma se questo disco è un passo avanti, si tratta di un passo oscuro e cupo. In un primo momento dichiarazioni romantiche si alternano a un inquietante immaginario religioso. Poi il tutto si fa più nero. La furia melodrammatica di Bullet the Blue Sky unisce il fuoco e lo zolfo biblico con la violenza compiuta dall’America in patria e all’estero.

Nel rock pestato di Trip Through Your Wires, ciò che appare come la salvezza potrebbe facilmente essere la seduzione del male; One Tree Hill è una morbida e inquietante benedizione per un membro della crew degli U2 morto in un incidente di moto; e Red Hill Mining Town è un eco a Do not Give Up di Peter Gabriel, nel suo sguardo spietato sulle relazioni distrutte dalle difficoltà economiche – qui si parla delle conseguenze dello sciopero senza successo dei minatori britannici nel 1984.

The Joshua Tree è una risposta adeguata a questi tempi, ed è il quadro più desolante che gli U2 abbiano mai dipinto: una visione di speranza devastata, violenza inutile e angoscia. Tuttavia questa non è una band che si arrende al disfattismo. Il loro ultimo album si era concluso con una splendida elegia a Martin Luther King; The Joshua Tree si chiude con un tormentato inno dedicato ad altre vittime. Mothers of the Disappeared è costruita sull’immaginario desolato di una perdita, ma lo sfondo è rilassato e rigenerante – musica colma di tristezza, ma allo stesso tempo di indicibile compassione, accettazione e calma. Quest’album si potrebbe chiamare “The Unforgettable Chill”, e di sicuro la parola giusta per definirlo è indimenticabile.

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