Home Musica Interviste Musica

The Horrors: “Con “Luminous” vi faremo anche ballare”

La band inglese in Italia per UnAltroFestival: oggi a Bologna e domani a Milano. La nostra intervista al chitarrista Joshua Hayward

“In questi anni siamo cresciuti, ora abbiamo più fiducia nei nostri mezzi”. A parlare è Joshua Hayward, 29 anni, chitarrista degli Horrors. La band inglese capitanata da Faris Badwan ha da poco pubblicato il quarto album e oggi (a Bologna) e domani (a Milano) sarà in Italia per le due date di UnAltroFestival.

Dal debutto nel 2007 a oggi è cambiato quasi tutto, gli Horrors hanno mescolato più volte le carte, disegnandosi un percorso che dal garage punk cupo dell’album d’esordio Strange House li ha portati – passando per una nomination al Mercury Prize nel 2009 – a quest’ultimo lavoro, Luminous, titolo perfetto per un disco che mescola new wave, psichedelia ed elettronica con rimandi ai primi Simple Minds, ai Kraftwerk, ai Depeche Mode.

L’album della maturità, direbbe qualcuno, arioso e a tratti ballabile come forse nessuno si sarebbe aspettato otto anni fa, quando il quintetto dell’Essex si affacciò per la prima volta sulla scena musicale con un look dark marcatissimo che sembrava un manifesto d’intenti. Ma da allora c’è stata un’evoluzione continua, spiega Josh. “Non abbiamo mai smesso di esplorare nuovi territori, tentare nuove strade, cercare nuovi suoni, lo abbiamo fatto per ogni disco. È un processo naturale, oltre che stimolante”.

Facendo questo, come si mantiene un’identità? Anche quella è importante, no?
Evoluzione e identità non si escludono a vicenda. L’identità di un gruppo si trasforma necessariamente col tempo che passa, con le cose che ascolti, i posti dove ti ritrovi a suonare… Quando ci mettiamo al lavoro su un nuovo album non decidiamo mai che direzione prendere, per questo ci serve tempo per fare i dischi, perché quando entriamo in studio non abbiamo la minima idea di cosa potrebbe accadere.

Vi ci sono voluti quindici mesi per registrare Luminous, c’è lo zampino di Craig Silvey (già al lavoro con Arcade Fire, The National…), ma so che in studio non volete ingerenze.
Quello che facciamo è abbastanza semplice, quando ci mettiamo al lavoro su un album vogliamo essere lasciati in pace, non è difficile restare liberi oggi se lo si vuole, però bisogna attorniarsi delle persone giuste, persone che ti lascino quella libertà e che siano convinte che solo in questo modo la band può fare un buon disco.

Com’è il vostro studio a Londra?
Ti sto parlando da qui adesso, sono sul tetto, piove, ma è l’unico posto dove c’è campo e si può parlare al telefono.

Si può dire che è la vostra seconda casa?
No, direi che è la prima, sì, la prima. Vediamo… Lo descriverei come uno studio artistico più che come uno studio di registrazione punto e basta. Di certo non è un ambiente sfarzoso (ride; ndr). È caotico, tutto un ammasso di aggeggi, attrezzature, strumenti di ogni genere, cose con cui costruiamo altre cose, pedaliere, strumentazioni strambe. È più uno spazio di lavoro, un laboratorio dove passiamo il tempo, proviamo questo e quell’altro, sperimentiamo, c’è roba ovunque.

Qualche oggetto curioso cui siete affezionati?
Un aggeggio che filtra la voce come quella di Darth Vader di “Star Wars”! E poi… Beh, una cosa interessante è che per questo album abbiamo avuto in prestito da un amico una vecchia chitarra utilizzata da Roky Erickson in un disco dei 13th Floor Elevators, ha un suono folle, l’abbiamo messa in Falling Star. Tom (il bassista, ndr) ha anche una bella collezione di sintetizzatori vintage e macchine-giocattolo con cui ci divertiamo a creare suoni un po’ bizzarri, stravaganti.

Cos’è che proprio non può mancare quando siete in studio a suonare?
Per quanto mi riguarda tazze e bollitore, sono fortemente dipendente dalle tisane!

Tornando a Luminous, lo definiresti un disco più accessibile dei vostri precedenti?
Sì, lo è, sicuramente. Anche qui si tratta di trovare un equilibrio, da un lato vogliamo dare qualcosa di nuovo alla gente, non cose che hanno già sentito mille volte, ma questo senza spaventare, diciamo così, e tenendoci lontani da tutto ciò che è spazzatura.

Tipo?
No, ma non l’ascolto la spazzatura… Ti dico cosa mi piace. A Glastonbury sono stato al concerto degli ESG, sapevo fossero da vedere, ma non credevo rendessero così tanto dal vivo. E poi Connan Mockasin, è bravissimo.

Ora siete in tour, qual è la cosa più strana che vi è successa suonando in giro?Mmm… L’anno scorso, o forse due anni fa, non ricordo, durante il tour in Sudamerica, siamo stati in un locale northern soul ed era strano perché suonavano i pezzi due volte più veloci che su disco, e c’erano cinquemila persone, tantissime, non ho mai visto così tanta gente ballare northern soul tutta assieme, era sorprendente. Chissà, magari per quello ci è venuto di fare un album ballabile come Luminous!

Ho letto che una volta, mi sembra tornando dal Coachella, vi siete dimenticati di Faris in un Walmart: è vero?
Ah, sì, te la racconto. È che Faris è un po’ così, a volte non dice alle persone cosa gli passa per la testa. Stavamo viaggiando col tourbus nel deserto, paesaggio fantastico, colori pazzeschi. A un certo punto, la notte – dormivamo tutti – l’autista si ferma, doveva fare benzina credo, e Faris scende senza avvertire. Non ci siamo accorti di nulla, nemmeno l’autista: tornato alla guida è ripartito. Senza Faris! Si era perso a guardare non so cosa….

 

Leggi anche