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The Fan Meets Drake’s Tour

La prima tappa europea dell’attesissimo tour di Drake raccontata dagli occhi e dalla penna di un nostro collaboratore (che, a dirla tutta, è anche un fan)

Drake poggia il piede sul palco della Ziggo Dome Arena di Amsterdam con l’esplosione ragionata di centinaia di sfere colorate che cadono dal soffitto, fino a pochi centimetri dalla testa degli oltre diecimila spettatori presenti. Dopo l’uno-due in rapida successione di Still Here e Started from the Bottom, il rapper fa una breve pausa per rivolgersi al suo pubblico.

«Amsterdam, all my apologies and a deep thank you for your patience and passion.»

Pazienza e passione, l’una senza l’altra perderebbe di significato. Questo è quanto ha mostrato chiunque oggi possa raccontare di quell’evento straordinario ad Amsterdam. Le tre date olandesi del tour sono state prima cancellate, poi posticipate a fine febbraio e fine marzo. Dopo tanto hype creato intorno al live che il vecchio continente aspettava da anni – e che sembrava non sarebbe mai accaduto – le aspettative erano altissime: merito di Drake è quello di averle superate, ancora una volta.

Il concerto diventa show grazie al magnifico supporto tecnico dell’arena, ma è la presenza scenica del rapper a imporsi su luci e colori, per una forza e intensità che, ben oltre la pianificazione, hanno a che fare con la fonte trasparente del talento.

Al getto alto e luminoso di fuochi d’artificio seguono le prime note di Headlines, poi Trophies e Feel No Ways. Quest’ultima, dal più recente album Views, è ripresa da Drake per un ringraziamento speciale alla città:

«Ricordo quando è uscito Views, non sapevo come stesse andando, se anche in Europa fosse piaciuto. Così, dopo una settimana dall’uscita, mi sono documentato: ho chiesto la lista città per città, su cui era riportato l’ordine di vendita. Amsterdam era in testa, e non per l’alfabeto. Non lo dimenticherò mai.»

Il rapper si muove sul palco da showman consumato, riproducendo i gesti, i movimenti di tanti video sovraccaricati di visualizzazioni: gli scatti del collo, il dribbling su un avversario invisibile. Pesta un piede e una fila di fiamme si anima sullo sfondo, alza il microfono al cielo e il braccio lascia una scia di nuovi fuochi d’artificio. Su di lui e sul pubblico si muovono coordinate le tante sfere luminose, quasi seguissero il flow, quasi ballassero con l’arena. Hotline Bling non è mai stata così spettacolare.

A metà concerto, un enorme telo scende dall’alto, gonfiandosi progressivamente nel buio totale della sala. Nell’attesa di nuova luce, i muri rimbombano di canzoni, tra cui spicca un inedito di More Life, il prossimo album di Drake in uscita. Sul telo, ormai diventato un’imponente palla d’aria, vengono proiettate immagini e colori: il blu e il verde ne fanno una terra vista dall’alto, il rosso e l’arancione la trasformano in una palla di fuoco. Drake compare dalla circonferenza del pallone per una seconda parte del live, ballata e cantata a memoria dagli astanti, con la presenza/assenza del suo eterno amore – inappagato, in quanto tale – Rihanna. Seguono dunque Work e Too Good, anticipati da Pop Style – nell’incredibile carica generale – intervallate da Controlla e One Dance. Drake accontenta fan dell’ultima e della prima ora dosando bene i grandi classici di Nothing Was The Same e Take Care con If You’re Reading This It’s Too Late e gli ultimi lavori, tra cui Fake Love.

Hype su hype, è il suo mestiere.

Il brano di chiusura è Legend, una scelta comprensibile solo il giorno dopo, quando nel sedile stretto e sudato del volo di ritorno a casa ti ritrovi a canticchiare per ore “Oh my God, oh my God, if I die I’m a legend”, accorgendoti che i tuoi amici stanno facendo lo stesso.

«Questo è quello che voglio che ricordiate una volta usciti da qui” – dice nei saluti finali – “vedo persone da tutto il mondo, di ogni età, sesso e provenienza venute ad Amsterdam per divertirsi e godersi la musica. Un gruppo di persone, vive.” E conclude: “My name is Drake. I’m from Toronto, Canada. But tonight, Amsterdam felt like my motherfucking home. So thank you so much. This was the first night of The Boy Meets The World Tour and I don’t know if it gets much better than this.»

Il live è durato quasi un’ora e mezza, circa venti i brani cantanti: sulla via d’uscita dall’arena, su quella di casa, gruppi di amici si danno pacche sulle spalle a dimostrare la gioia per quanto è accaduto, forse a confermare che sì, l’hai visto anche tu, è successo. Qualcuno rimpiange l’assenza di presenze esterne, di collaborazioni passate che avrebbero potuto accompagnarlo. Ma non sarebbe stato lo stesso. La semplicità elegante degli effetti scenici, l’arrivo immediato del rapper senza esibizioni preliminari di altri artisti emergenti, l’assenza di pause animate da dj set poco interessanti, tutto ha concentrato l’attenzione sull’unica figura per cui tante persone si sono mosse da casa, l’unica che importasse. Una sensazione nuova anima i fan di Drake, del rap e della musica: un secondo motivetto che rimbalza nella testa quando la mattina dopo tutto è già finito e che ha a che fare con la bellezza di quel singolo momento, con la felicità di avervi partecipato.

Spiegarla è difficile, darle un nome ancora di più. Fortuna che ancora una volta ci ha pensato Drake: What a time, to be alive.

La scaletta di The Boy Meets The World Tour:

Still Here
Started from the Bottom
Headlines
Trophies
Feel no ways
Successful
Hotline Bling
Back to Back
Inedito da More Life
Work
Too Good
Controlla
One Dance
Pop Style
Hold on we are going home
Know Your Self
Energy
Fake Love
Legend

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