The Darkness, un concerto di rock’n’roll solido e divertente ma senza preliminari

Probabilmente non era serata, ma non è certo stato il miglior concerto della band britannica cui potevamo assistere. Anche Justin Hawkins ci ha messo un po' a far decollare la serata
The Darkness live all'Alcatraz di Milano - Foto di Michele Aldeghi

The Darkness live all'Alcatraz di Milano - Foto di Michele Aldeghi


Il mio giudizio sulla prima parte dello show dei Darkness non riesce a non essere condizionato dallo scazzo procuratomi dall’essermi perso l’apertura dello show, riuscendo ad entrare soltanto mentre le ultime note di Black Shuck, pezzo d’apertura dello show dei quattro di Lowestoft, si spegnevano sul palco. Un super ingorgo fuori dall’Alcatraz dovuto ai controlli di sicurezza ha infatti tenuto in coda me ed altre 200 persone per quasi 80 minuti. Per chi non è mai stato a vedere un concerto dei Darkness l’apertura è una fase paragonabile a quella dei preliminari prima di darci dentro con la vostra dolce metà.

Le luci della sala si abbassano, parte Arrival degli ABBA con il suo trionfo di cornamuse ed ecco che l’adrenalina sale. Justin Hawkins sale sul palco con la sua Les Paul Custom bianca. Glabro, magro e tatuato, è la cosa più vicina ad un angelo del rock’n’roll che possiate vedere in vita vostra. La certezza di avere davanti a voi un’ora e mezza di rock’n’roll solido e divertente vi fa già sbavare come i famosi cani di pavloviana memoria. Siete pronti, chiedete solo di essere intrattenuti nel migliore dei modi con il senso di anticipazione di un’adolescente che sta per perdere la propria verginità con uno degli One Direction ed ecco che invece lo sentite ansimare nella stanza a fianco con tutte le altre. Vi trovate calati in un concerto di rock’n’roll senza tutte queste dolcezze, nè preliminari, alla mercé di una band che ci sa fare eccome, che sa dove infilare le note giuste, questo lo capite, ma tutto accade senza preparazione, senza quell’indugiare titillante che avrebbe reso indimenticabile la serata e che invece la trasforma in un concerto come tanti altri. Ecco cosa ci è stato negato ieri sera.

Passo i primi quindici minuti con addosso questa sensazione di disagio e di rabbia e non riesco a godermelo veramente. In rapida successione, in una scaletta collaudatissima, ecco Mudslide, Giving’ Up, Roary Waters, One Way Ticket, Love Is Only a Feeling e Friday Night. Justin Hawkins non sembra in forma, la sua voce è tirata – su certi acuti fa chiaramente fatica – e la risposta del pubblico non è delle migliori. Alcune gag tipiche del suo repertorio, tipo la classica «Give me a D… give me an ‘arkness» vengono lasciate nei camerini e lui passa l’intermezzo tra un brano e l’altro a cercare di scaldare, con fatica e un po’ di scazzo, gli spettatori. È solo con la barocchissima English Country Garden, dal loro secondo album, che il concerto decolla veramente.

The Darkness

Hawkins aiuta i roadie a portare sul palco un piano elettrico e come per magia ecco che lo show decolla per davvero. Rufus Taylor, dietro una delle batterie più essenziali che io abbia mai visto, è di una precisione devastante. Questo pezzo paga debito in maniera pesante ai Queen e con accenti in battere potentissimi scalda come un microonde il pubblico dell’Alcatraz e l’ugola di Justin Hawkins che, a fine brano, si carica sulle spalle il piano per portarlo dietro le quinte. Da qui in poi la band è in pieno controllo della situazione. Every Inch of You da Hot Cakes e l’inedita Rack Of Glam sono le chicche che ci preparano alla fase finale dello show.

I Darkness mettono il pilota automatico ed arriva la super selezione dal loro primo album Permission To Land: Get Your Hands Off My Woman, Stuck In A Rut e I Believe In A Thing Called Love. Il livello di delirio e di euforia è tale che su quest’ultima un amico mi chiede «ma non l’avevano fatta già mezz’ora fa?». Prima dei bis, ed in totale trasgressione del coprifuoco – di questo va dato credito all’organizzazione e alla band di aver iniziato e finito lo show il più tardi possibile – ad una scaletta praticamente identica per tutte le date del tour europeo, i Darkness ci regalano da Last of Our Kind anche Open Fire, dopodiché guadagnano i camerini per riemergere poco dopo davanti ad un Alcatraz completamente ai loro piedi.

La cover maideniana di Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead è di una violenza inaudita ed è il preludio a quella mid-tempo cazzutissima che è Love On The Rocks With No Ice. Per quasi 10 minuti il 4/4 della cassa di Rufus Taylor bombarda le nostre casse toraciche mentre Justin e Dan Hawkins si alternano tra riff e power chord come se stessero giocando in spiaggia a chi fa più palleggi. Come vuole la tradizione Justin sale sulle spalle di un roadie e si fa trasportare in giro per l’Alcatraz ma, di nuovo, non è serata. Qualche problema al sistema wireless della sua Les Paul gli impedisce di godersi l’affetto incondizionato del suo pubblico mentre lui si perde in una gragnuola di assoli e in breve tempo torna sul palco per chiudere in fretta e sparire nei camerini.

Mi dispiace dirlo ma quello di ieri non è stato il miglior concerto dei Darkness a cui io abbia mai assistito, e lo dico con rammarico perché ad oggi vederli live è una delle cose più divertenti che il rock’n’roll possa ancora regalare a chi piace andare a vedere uno show dal vivo. Sperando in un mondo migliore e più sicuro, li aspetto già da oggi per il prossimo show, completo di preliminari e tutto il resto.