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Terraforma: una nuova tribù che balla

Ruggero Pietromarchi racconta cosa cresce sotto le tende del suo Terraforma, uno dei festival più cool d’Italia. Una comunità che ogni anno si ritrova nell’incredibile parco di Villa Arconati

Una foto della scorsa edizione di Terraforma

Una foto della scorsa edizione di Terraforma

Mi ricordo quando ho visto le prime comunicazioni di Terraforma. Fuori Milano, un festival fondamentalmente techno, senza ospiti di spicco. Un festival che sembrava senza logica, che basava tutto sul passaparola in un mondo dove invece se non giochi subito le carte più forti potresti non sopravvivere. Poi, invece, ci sono andato. E Terraforma mi ha conquistato, mi ha fatto entrare in una comunità. Una comunità che si riunisce in uno spazio fuori dal tempo, nascosto alla periferia nord della città, Villa Arconati. È una sorta di Versailles alle porte di Milano. Vive (e cresce) grazie alla Fondazione Augusto Rancilio, che quest’anno ha restaurato il Giardino delle Meraviglie piantando nuove essenze, ha ricollocato 675 antichi volumi nella Biblioteca Busca e ha migliorato l’accessibilità e il rapporto con i più piccoli. Nei primi anni 2000 la Fondazione ha iniziato a mettere le mani e a investire nella riqualificazione della Villa e da allora ha aperto le porte anche a eventi privati, utilizzando i ricavi degli affitti per restauri e riqualificazioni. In questa mini reggia, Ruggero Pietromarchi ha visto una location per il progetto che aveva in mente.

«L’idea di un festival navigava nella mia mente da un sacco di tempo. Sono arrivato qui per una serie di coincidenze», spiega. «La peculiarità di questo posto ci è parsa subito evidente, ma ne siamo diventati più consapevoli con il tempo». È essenziale, essere qui. Ma non è necessario. Terraforma, che quest’anno si tiene dall’1 al 3 luglio, è un progetto raro in Italia, perché sembra che si concentri molto poco su un aspetto, invece, fondamentale. «Credo che alla base ci sia la struttura stessa del festival», dice Pietromarchi. «Non l’abbiamo inventata noi questa formula, esisteva già. Però siamo arrivati in un momento in cui siamo stati in grado di differenziarci. Ci concentriamo molto poco sulla line-up, non perché la musica non sia importante, ma perché sono tanti elementi insieme che determinano la riuscita del festival». La riuscita del festival è direttamente collegata alla capacità che Pietromarchi e il suo team hanno dimostrato di avere: saper costruire una comunità. È uno dei pochi festival italiani che prevede un campeggio, con sempre più presenze, e che fa della permanenza nella villa uno dei suoi obiettivi. La gente si ferma in un campeggio a pochi chilometri da Milano? Sì, certo. «È necessario lavorare sempre più su quest’idea di comunità, lavorare più con i campeggiatori e diminuire gli ingressi giornalieri. Nella mia visione si può solo venire a Terraforma e viverlo per i tre giorni. È molto difficile comunicare un festival del genere, ma chi viene qui deve capire e dirsi: “Ok, l’anno prossimo ci torno in tenda”».

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Terraforma ha colonizzato il parco di Villa Arconati, ha costruito strutture in legno ormai permanenti. «Per noi il parco è un terreno sperimentale sul quale abbiamo cucito questo progetto. Ogni anno ci consente di lavorare con giovani architetti e artigiani nella manutenzione e nell’espansione delle strutture che abbiamo costruito», dice Pietromarchi. «Questo parco ha le proporzioni ideali per essere un luogo in cui perdersi e ritrovarsi, non hai distanze siderali, ma hai il tuo spazio. È il luogo perfetto per sviluppare un progetto di sostenibilità di questo tipo».

La sostenibilità di Terraforma tocca ogni aspetto, rendendo la villa una repubblica indipendente per qualche giorno, con la sua moneta di scambio, il suo cibo (si sperimenta anche nel cibo) e la sua musica. Anche quella dei dj è una sorta di comunità. Rawmance e Paquita Gordon, che vedete in queste pagine, tornano a suonare per il terzo anno consecutivo. Un rapporto di fiducia particolare, che è cresciuto e si è sviluppato negli anni. «Voglio lavorare con persone che capiscono quello che sto facendo», spiega Pietromarchi. «È bello crescere insieme ad altre persone».
Il rapporto di crescita, che coinvolge la villa stessa, sembra un concetto lontano anni luce da quello raccontato da Dagospia l’anno scorso. In un articolo, il sito fondato da Roberto D’Agostino, sparava a zero sul festival, dipingendolo come un raduno di drogati, che non sanno fare a meno del loro “iPhone 6″ (sic) anche in un ritrovo, definito da loro, “natural-radical”. «Fa parte del gioco, Dagospia evidentemente non è più il sito di grande avanguardia che era», replica Pietromarchi. Anche perché Terraforma sta dando a Villa Arconati una possibilità. Quella di essere attuale, nonostante sia stata costruita nel 1700. «Gli interventi che facciamo vengono visti come minimalisti, in realtà sono semplicemente essenziali. Spesso è un aspetto che non viene preso in considerazione, soprattutto dalle nostre parti. In Italia ci sono posti incredibili e ci sono tutti gli elementi per avere qualcosa di grande qualità aggiungendo davvero poco. La Fondazione che gestisce la Villa sta cercando di dare a questo posto una contemporaneità. Secondo me è questo quello che dobbiamo fare. Abbiamo già tutto, è solo necessario valorizzarlo. Rispettandone la vocazione e cercando di dare un senso, anche nel 2016».

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di giugno.
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