Storia del primo, disastroso festival italiano

Siamo nella Roma del 1968, suonano i Pink Floyd al Palazzo dello Sport ma nessuno ci va. Come mai? Questa è la storia del First International Pop Festival

Cercando sul web si trovano tantissimi convertitori di valuta nel passato. Sono dei normalissimi convertitori, solo che tengono conto anche della variabile dell’inflazione nei vari decenni passati. Tu inserisci un importo con una data specifica e il software ti converte quella cifra ai giorni nostri. Esempio: se organizzo il primo festival italiano (e forse anche europeo) a Roma nel maggio 1968 e nessuno ci viene, finisco per perdere su per giù 100mila dollari. Cifra che aggiornata ai giorni nostri corrisponde a poco più di 700mila euro. Un bel po’ di soldini, insomma.

È un esempio un po’ troppo dettagliato per essere inventato, e infatti non lo è. Il primo festival mai organizzato in Italia viene ricordato come un totale disastro economico e organizzativo. Questo nonostante fossero nel cartellone gruppi non proprio sconosciuti come Pink Floyd, Byrds o Captain Beefheart in persona.

Le cifre comunque non sono precisissime, non essendoci resoconti dettagliati del First International Pop Festival. In fondo è passato pur sempre mezzo secolo da quel maggio 1968, in più non è assurdo pensare che qualcuno abbia voluto lasciare meno tracce possibili di un flop simile negli annali.

Si deve a una coppia di giovani americani, Jerry e Patricia Fife, l’idea dell’intero evento. Solo un anno prima, i due vedono Jimi Hendrix rottamare col fuoco la sua chitarra sul palco del Monterey Pop Festival. È il momento culminante della Summer Of Love e, trasportati dall’onda dell’entusiasmo per questo nuovo movimento giovanile, non passa molto prima che prendano una decisione: bisogna ripetere il tutto in Europa.

Ma perché “pop”? E perché proprio Roma? Alla prima domanda qualsiasi papà potrà rispondere: all’epoca non c’è nessuna etichetta distintiva fra rock, psych o persino il prog che verrà qualche anno più tardi. «Chiamavamo tutto pop» come mi ha confermato qualche mese fa Claudio Simonetti dei Goblin. «La chiamavamo così: musica pop. Non inteso come popolare o commerciale ma, beh, semplicemente pop.» Quanto alla scelta di Roma come location, probabilmente va ricercata nel crescente movimento di “capelloni” di Piazza di Spagna e del circolo ristretto della Roma bene che qualche anno prima aveva dato vita al Piper. Un’élite che grazie ai suoi vari dandy e viveur aveva permesso al mito dolcevitiano di sopravvivere agli anni Cinquanta, facendo della capitale uno snodo centrale dell’arte e della cultura mondiale.

Peccato però che, come vedremo, le sole élite benpensanti non bastino a riempire il Palazzo dello Sport dell’EUR (o PalaLottomatica, come lo chiamano oggi).

La locandina del festival

La locandina del festival

E così, il First International Pop Festival viene lanciato a inizio 1968. Sui primi volantini si legge che i quattro giorni del festival si terranno il mese successivo, a febbraio. A guardare i nomi sbandierati nel fantomatico cartellone c’è da impallidire. Sono davvero grossi, forse un po’ troppo grossi per essere veri: The Who, Pink Floyd, Cream, Soft Machine, Jimi Hendrix, Byrds, Nice, Quicksilver Messenger Service. Poi però, tirate le prime somme, ci si rende conto che 1) non è una mossa furba lanciare un evento del genere con un solo mese di anticipo e 2) non esiste minimamente la cifra richiesta per pagare tutti gli artisti promessi nei primi flyer. Ma neanche per pagarne la metà. Così, dopo un paio di slittamenti, l’evento viene fissato definitivamente a maggio 1968, da sabato 4 a martedì 7 compresi. Quanto agli artisti, la prima lista viene ovviamente ridimensionata. In compenso tra i confermati rimangono Pink Floyd, Byrds, Nice, Captain Beefheart con la sua Magic Band, Nice, Soft Machine più una sfilza di gruppi beat minori, tra cui gli italianissimi Camaleonti e Giganti.

Anche Jimi Hendrix sulle prime conferma, ma per problemi di incastri fra date è costretto a rinunciare in un secondo momento. Riuscirà ad arrivare nella capitale il 25 maggio, dove suonerà in una doppia data in un Teatro Brancaccio letteralmente preso d’assalto dalla folla.

Non soddisfatti di essersi dilapidati un patrimonio in artisti famosi (si dice che Jerry Fife fece fuori tutti i soldi che aveva ereditato dai parenti), gli organizzatori invitano anche fior fiore di stampa internazionale, tra cui la BBC, Melody Maker, la TV bavarese o la radio olandese VPRO. Ma è chiaro fin da subito che per colpa di una totale mancanza di comunicazione e promozione preventiva, i giovani hippie europei non si presentano né alla prima né alle altre serate al Palazzo dello Sport, immensa struttura costruita otto anni prima in occasione delle Olimpiadi. Nemmeno i giovani capelloni romani danno segno di vita, condannando il festival a una presenza giornaliera di 800-1000 persone e a una complessiva di 4000. Per il gran finale di martedì le porte del Palazzo nemmeno vengono aperte. La serata viene infatti dirottata al più intimo Piper Club.

Va da sé che alla stampa straniera non rimane che stroncare malamente gli sforzi ammirevoli ma maldestri di Jerry e Patricia Fife. Melody Maker definisce il festival “The pop-flop of ´68”, la BBC si limita a un pacato girato con poco commento e qualche veloce in quadratura al pubblico (uno spezzone sta qualche riga qui sopra), mentre il commentatore olandese di VPRO ci va più pesante di tutti: “La scelta di Roma è stata assurda. Per quanto riguarda la musica pop l’Italia é così indietro. Non esiste una scena underground di alcun genere, che è ciò di cui solitamente campano questi festival. Roma é una strana città formale piena di impiegati statali. L’idea che la gioventù sarebbe arrivata in auto da tutta l’Europa è stata un tipico errore di valutazione americano, perché i giovani europei non hanno automobili. Per farla breve, mi è venuto un nodo alla gola a vedere i Byrds esibirsi davanti a 800 persone, metà delle quali ha chiacchierato per tutto il tempo».



La performance dei Floyd, tra l’altro una delle prime in assoluto con David Gilmour al posto di Crazy Diamond Barrett, è assolutamente dignitosa. È la sera del 6 maggio, i quattro attaccano con Astronomy Domine e proseguono nella brevissima scaletta con altri tre pezzi: Pow R. Toc H, Interstellar Overdrive e Set the Controls for the Heart of the Sun. Fanno un bell’inchino davanti alle poche centinaia di fan soddisfatti e se ne vanno. È dopo di loro che iniziano i problemi.

Salgono sul palco i Move di Roy Wood, che a metà esibizione accendono dei fuochi d’artificio per movimentare lo spettacolo. La polizia non capisce e interviene sparando lacrimogeni all’interno del Palazzetto. Panico. La folla si disperde, la strumentazione viene danneggiata (non ci sarà verso di convincere il service a sostituirla per il giorno dopo). Il First International Pop Festival finisce così, con quattro gatti al Piper e un buco nell’acqua grande come un Palazzo dello Sport.