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St. Vincent ti amo

Una carriera incredibile passata da Talking Heads, Swans e Bon Iver, per un'artista che solo Nick Cave potrebbe descrivere

Forse l’unica cosa positiva di quest’epoca nella quale tutti hanno qualcosa da ridire su qualsiasi cosa con un’opinione definitiva e istantanea per arrivare primi nella corsa perversa all’orgasmo del dire che fa tutto schifo, è che almeno possiamo esaltarci quando di tanto in tanto c’è qualcuno che mette costantemente tutti a tacere: per esempio St. Vincent.

Del resto è impossibile non amare una che a quindici anni faceva un po’ per gioco la tour manager per i suoi zii fricchettoni Tuck & Patti, e che già nel suo nome d’arte fa un doppio tributo al poeta gallese Dylan Thomas e a There she goes, my beautiful world, brano di Nick Cave che in un verso dice appunto “Dylan Thomas died drunk in St. Vincent’s hospital”, mi piace perché è un luogo dove la poesia muore, ha dichiarato Annie Clark riguardo al suo pseudonimo.

Per tutti i dieci anni trascorsi dal suo esordio, gli apprezzamenti sono stati un crescendo unanime per qualsiasi cosa abbia fatto. Tra il primo disco Marry me del 2007 considerato già al tempo un piccolo classico indie-pop, fino all’eponimo album del 2014 che l’ha consacrata – album dell’anno per NME e Grammy Award come Best Alternative Album – ci sono state di mezzo un numero infinito di collaborazioni prestigiose: oltre all’intenso rapporto lavorativo con David Byrne dei Talking Heads (culminato nella pubblicazione di un disco nel 2012, Love this giant), suona nella band di Sufjan Stevens, fa le seconde voci in To be kind degli Swans, pubblica pezzi con Bon Iver, si esibisce assieme ai The National, apre i concerti ai Television e agli Xiu Xiu, mantenendo sempre intatte credibilità e coerenza, pur oscillando tra differenti strati della scena. Fino a qui, sarebbe semplicemente l’ottima carriera di una grande polistrumentista, ma St. Vincent ha qualcosa in più.


Innanzitutto è un fenomeno a giocare a pallone, che comunque buttalo via, un paio d’anni fa ha suscitato la simpatia e l’affetto di tutti quando si è scoperto che ogni tanto lavorava come camerieranel ristorante messicano della sorella, come se non fosse una per cui la Music Man di Ernie Ball ha progettato una chitarra personalizzata fichissima, inoltre, – così, en passant, metteteci che ha diretto un cortometraggio horror – come qualsiasi grande rockstar che si rispetti ha fatto parlare tantissimo di sé per la sua vita privata: sono ormai celebri le relazioni prima con Cara Delevingne e poi con Kristen Stewart.
 


Tutto questo è solo una parte del valore di St. Vincent, appena uscita con un nuovo album, Masseduction, già ampiamente osannato e anticipato con tre singoli e una fitta campagna sui social e che rappresenta un ulteriore ed ennesimo salto di qualità per la St. Vincent artista. Il disco per sua stessa ammissione è introverso, carico di amore, morte, sesso, desiderio, insonnia, nostalgia e musicalmente dà una virata sugli anni Ottanta pop, un po’ meno chitarre e qualche synth in più (c’è anche il sax di Kasami Washington), sebbene non manchino anche ballate classiche al piano a completare una tracklist che ancora di più rispetto a prima celebra una St. Vincent poliedrica che passa agilmente per il glam, l’art, il baroque e almeno un’altra decina di prefissi a vostro piacimento.


Se già c’era stata la consacrazione, allora si deve parlare dell’iconografia di St. Vincent che oggi rappresenta la pop-star moderna per eccellenza, con l’uso che fa della sua sessualità, della sua sensualità e delle sue gambe lunghissime, in generale del ritorno alla glorificazione del corpo sacro della rockstar, in questi tempi agri che non lo celebrano più come si deve e che hanno sostituito le t-shirt con la faccia degli idoli con le nostre immagini profilo brutte e di bassa qualità. St. Vincent rappresenta il ritorno a un rock-pop spregiudicatamente patinato e glitterato, ma con i piedi ben saldi sull’attualità e sull’interpretazione di essa, non a caso sono partiti accostamenti con Madonna e addirittura David Bowie, di cui avremo disperatamente bisogno.

Insomma, prima si diceva di There she goes, my beautiful world di Nick Cave, che in una strofa dice: sarò il tuo schiavo, sbuccerò la tua uva, dal tuo piedistallo con il tuo avorio e le tue scimmie, con il tuo libro di idee, con la tua alchimia, manda quella roba su di me, spargila su tutto il mondo. Ecco, prendilo alla lettera Annie.

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