Spotify debutta in borsa senza risolvere il problema pirateria

Nonostante la “pulizia generale” delle scorse settimane, sono ancora più di 2 milioni gli utenti che utilizzano l'app illegalmente. Nel frattempo l'industria si arricchisce, e gli artisti guadagnano sempre meno.

Foto Jeffrey Blackler / Alamy / IPA


Spotify esordirà in borsa il 3 aprile, ma non ha ancora risolto la questione pirateria: nei documenti di presentazione dell’Ipo, forniti dalla stessa azienda, emerge una nuova ondata di utenti che aggirano illegalmente gli annunci pubblicitari.

2 milioni di account, questo il numero indicato da Spotify a pochi giorni dal ripulisti che ha scatenato una marea di polemiche – almeno qui in Italia. Il servizio streaming aveva inviato una mail spiegando che avrebbe eliminato tutti gli account che facevano uso di app illegali in grado di superare le barriere della versione ‘free’ dell’app, ma è evidente che il problema non è ancora stato risolto.

Nel frattempo sul servizio streaming incombe la concorrenza di Apple Music, che al momento guadagna utenti a un ritmo superiore – il 5%, contro il 2 di Spotify -, e secondo alcuni osservatori il sorpasso potrebbe avvenire già entro quest’estate.

Al netto dei furbi che utilizzano Spotify illegalmente, lo streaming digitale continua ad arricchire l’industria discografica statunitense. Secondo l’ultimo report della Recording Industry Association of America (RIAA), infatti, l’aumento di guadagni del settore – 8,5 miliardi di dollari, il 16,5% in più rispetto al 2016 – è dovuto principalmente allo streaming.

C’è da specificare, però, che il conteggio del contributo digitale comprende sia i servizi come Spotify e Apple Music che l’on-demand di YouTube e Vevo. L’ammontare complessivo costituisce i due terzi dei guadagni totali dell’industria musicale degli Stati Uniti. Gli account premium, invece, portano all’industria circa 4 miliardi all’anno.

Un altro problema da risolvere, probabilmente il più serio, è quello del “value gap”, come l’ha definito il CEO della RIAA Cary Sherman: «Si tratta della distanza che c’è tra la musica che viene consumata e il denaro che gli artisti ricevono dalle varie piattaforme», ha detto. «Le conseguenze economiche sono reali e documentate da molti accademici. Proporremo al Congresso una strategia per modernizzare il music licensing a beneficio di autori, produttori e artisti».

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