Spotify arriva a 180 milioni di utenti, ma perde sempre più soldi


Secondo l’ultimo report dell’azienda le perdite sono raddoppiate rispetto allo scorso anno. E dopo il marketing esagerato di Drake e la censura di alcuni artisti, il rapporto con il pubblico è ai minimi storici

Il servizio di streaming più grande dell’occidente continua ad attrarre utenti e accumulare iscrizioni, ma è ancora un pessimo affare. Le performance di Spotify possono accelerare o azzoppare i tentativi di crescita dell’industria musicale e, a partire dal debutto in borsa di inizio anno, i numeri dell’azienda sono sempre attesi con impazienza. Nell’ultimo report consegnato giovedì agli azionisti, Spotify ha rivelato performance che sono sia rassicuranti che il contrario.

Le perdite nette ammontano ora a 394 milioni di euro, più del doppio dei 188 milioni registrati nel 2017. Le perdite operative 90 milioni, in aumento del 14% rispetto all’anno scorso. L’azienda agisce in perdita sin dalla sua nascita, nel 2008, ma i dirigenti si aspettano che diventasse redditizia con l’aumentare degli iscritti, in maniera da compensare le alte royalties pagate per i diritti d’autore. Ma osservando gli ultimi dati sembra proprio che la svolta non avverrà così presto.

Tuttavia, ci sono buone notizie. Spotify ha raggiunto i 180 milioni di utenti, un nuovo record, e si aspetta di avvicinarsi ai 200 milioni nei prossimi mesi. Gli iscriti premium sono 83 milioni, una crescita del 40%, e quelli free sono aumentati del 23%. Sono numeri che smentiscono chi dice che lo streaming musicale abbia raggiunto la sua massa critica; Spotify è chiaramente in crescita, anche se più lenta del previsto.

Prima della pubblicazione del report gli analisti guardavano con ottimismo al futuro sui mercati dell’azienda. I titoli sono rimasti relativamente stabili negli ultimi mesi, e ora Spotify è un ottimo traino per tutte le startup di musica e tecnologia che stanno pensando di fare la stessa cosa. (Eventbrite e Sonos, per esempio, hanno già presentato l’IPO, così come farà Tencent Music, il primo servizio di streaming in Cina).

Ma altri, come Mark Mulligan di Midia Research, consigliano prudenza, probabilmente a causa della storica instabilità sui mercati delle aziende musicali. «Per gli investitori le azioni tech devono mantenere la promessa di cambiare il mondo. Se non lo fanno in fretta, acquisteranno titoli altrove», ha detto a Billboard.

Nel frattempo, Spotify deve confrontarsi con il peggioramento del rapporto con i suoi utenti, probabilmente causato dall’aggressiva campagna marketing con Drake, organizzata per l’uscita del suo album Scorpion e che ha attirato sull’azienda più lamentele che complimenti. Per non parlare delle novità sulla content policy, che sono costate a Spotify l’accusa di essere la buoncostume della musica mondiale. Ma nonostante tutti gli indizi dimostrino il contrario, l’azienda continua a negare e a definirsi un distributore.

In occasione della pubblicazione del report, giovedì mattina, il CEO Daniel Ek ha detto esplicitamente che Spotify non è un’etichetta discografica, e che «non ha nessuna intenzione di diventarlo».

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