Sono andato al concerto di Levante, ma era solo per litigare

Entro a teatro con una gran voglia di rissa, e invece ne esco felice, e neanche poco. La magia della musica, o delle nottate post-elettorali.
Levante - Foto di Kimberley Ross

Levante - Foto di Kimberley Ross


logo Michele Monina

Prima regola del Fight Club, non parlare mai del Fight Club.
È vero. Ma questo non è esattamente il Fight Club. E io vengo pagato per parlare, mica per fare il mimo.
Quindi eccomi qui a parlare, a raccontare.
Domenica 4 marzo, tarda serata. Cominciano a girare, carbonari, i primi Exit Poll. Se possibile sono anche peggio degli ultimi sondaggi, quelli che non sono stati pubblicati ma che hanno comunque girato tra giornalisti.
Roba paragonabile al risultato iperbolico di Italia-Inghilterra della famosa scena di Fantozzi, quella della Corazzata Potemkin, non fosse che si sta parlando del nostro futuro prossimo. Lega al 17%, Movimento 5 Stelle al 34%. L’apocalisse.
Mi devo sfogare.

E quando un uomo di mezza età si deve sfogare, Chuck Palahnikuk prima e David Fincher poi ce l’hanno raccontato bene, non c’è che il Fight Club. Esci, vai nel retro di un bar, ti togli giacca o maglione e ti pesti a sangue con qualche sconosciuto, ci si ferma solo quando il sangue ha fatto da tappeto al suolo.
Ma è domenica sera, a Milano, e i bar della mia zona, Città Studi, sono tutti chiusi. Allora decido di alzare ulteriormente il tiro, facendo mia la lezione di Franco Begbie, il pazzo furioso magistralmente interpretato da Robert Carlyle in Trainspotting. Devo andare in un luogo molto affollato e puntare il più grosso, sperando poi in una rissa che coinvolga tutti.

In città c’è il primo dei due concerti di Levante.
Io a un concerto di Levante è un po’ come essere gettati nell’arena dei gladiatori, con i leoni e tutto il resto. Abbiamo avuto degli screzi, in passato, i suoi fan mi hanno attaccato in tutti i luoghi e in tutti i laghi, cosa meglio di andare a un suo concerto per sfogare la rabbia che sta salendo?
Del resto, mi dico, sarà uno spettacolo talmente basso da annichilire ogni residuo di raziocinio in me, chiodo schiaccia chiodo.

Non ho dubbi, vado.
Entro al Teatro Del Verme, e arriva subito la prima sorpresa. Nessuno mi insulta. Il pubblico è composto da gente tra i venticinque e i trent’anni, con picchi verso l’alto e verso il basso. Studenti universitari, giovani lavoratori (o disoccupati), molti vestiti secondo la moda degli hipster, una ampia porzione della comunità LGBT milanese. Ci si scambia sorrisi, come in ascensore.

Il palco è praticamente attaccato alla prima fila di poltroncine, come nei campi da calcio della Premier League. C’è giusto un telo a dividere i fan dalla band.
Si spengono le luci, dopo che un altoparlante ha diffuso l’augurio di passare una buona serata da parte di “Rtl 102,5” media partner del tour. Anche questo un po’ mi innervosisce di Levante. Questo suo essere diventata mainstream grazie a canzoni brutte come Pezzo di me, infausto duetto con Max Gazzè. Come il suo essere andata a X Factor, il suo vivere costantemente collegata ai social, Instagram in testa, nonostante poi sia lei la prima a cantare una certa alienazione dovuta all’uso eccessivo della tastiera in Non me ne frega niente. Ripasso i miei cavalli di battaglia, mentre la band prende posizione.
Inizia il concerto. Comincia Levante alla acustica. Voce notevolissima, come già si intuiva su disco. Ma molto più di impatto a teatro, accompagnata dal legno della sua chitarra. Inizia con Caos. Poi è la volta di Alfonso, cantata in coro anche da tutto il pubblico. Poi Diamante e La rivincita dei buoni. E di colpo resto senza parole.
Ammutolito.

Alla quarta canzone cado a tappeto. Parte il conto alla rovescia. Knock Out.
Il sound della band, che segue la sua voce, a tratti simile a quella di Mina, complice un sound anni Sessanta che ne mette in risalto le sfumature malinconiche, è di quelli che non stonerebbero affatto di fianco a una Emmylou Harris, a una Linda Rondstadt. Batteria, basso e contrabbasso, chitarra, violino, violoncello e pianoforte/tastiere, con Levante a rinforzare le acustiche. Un vero portento. Un sound che rimanda al rock e volendo anche al country, senza ovviamente le venature più roots americane. Qualcosa capace di prendere le canzoni di Levante, canzoni che, confesso, in studio non mi hanno mai particolarmente colpito, e donarle di un colore a metà strada tra il blu e l’ebano, legno e metallo che si fondono insieme.
Brani come Io ti maledico, Le lacrime non macchiano, Cuori d’artificio, Memo, Io ero io diventano di colpo degli ever green, che danno modo alla cantautrice siciliana di regalare al pubblico presente interpretazioni emotivamente elevate e tecnicamente impeccabili, un mix rarissimo oggi come oggi. La stessa Non me ne frega niente, spogliata di quei suoni electropop, diventa una vera bomba, con Levante che balla sul palco, si accartoccia su se stessa.

Ecco, la fisicità di Levante, la stessa che ho criticato sui social, perché l’ho sempre identificata come una pericolosa fonte di distrazione per l’artista rispetto a quello che deve essere il suo focus, qui ricopre un ruolo centrale. Levante si mangia il palco, e lo fa danzando, cantando inginocchiata, portando il microfono fin davanti ai suoi stivaletti glitterati, come a voler fare esercizi ginnici. Un vero animale da palco, che a volte diventa crooner, a volte blueswoman, a volte, semplicemente, veste i panni di cantautrice, una chitarra in braccio, un plettro sfilato dai capelli e una voce che spettina il pubblico in sala.

Così, per circa due ore, venticinque le canzoni cantante tra scaletta, quattro bis e la ripresa finale di Alfonso, la realtà scompare, e resta la musica. Scompare il brutto, perché la bellezza, in musica come in generale nell’arte, è capace di questo miracolo. E scompare, tanto per non dar adito a fraintendimenti, anche quanto di brutto Levante ci ha regalato negli ultimi tempi, i suoi monologhi un po’ stucchevoli nel ruolo di giudice del talent targato Sky, certi post sui social non esattamente equilibrati. Ecco, Levante che canta batte Levante che parla mille a uno, e nei concerti Levante non parla praticamente mai. Giusto il tempo di ringraziare la sua band, il pubblico presente, di spiegare il perché, nel primo bis, Ciao per sempre, decide di scendere tra il pubblico e portarsi sul palco un ragazzo, cui canta vis a vis la canzone. Un modo per abbracciare uno per uno il pubblico, dice, e per una volta la retorica ci può anche stare.

Per il resto è magia.
Magia che ricorda, a chi è uomo del Novecento, e c’era in tempi passati, il sound blueseggiante degli Hothouse Flowers o dei The Waterboys del periodo di Fisherman’s Blues, non filologicamente, ma per intenesità e capacità di seguire negli interstizi la voce della cantante, nel prodigio di avvolgere gli ascoltatori nei suoni acustici che sanno anche di rock.
Il secondo bis, Duri come me, in questo è emblematico. Un microfono panoramico, tutti in acustico, e via, a cantare come se si fosse in un pub, proprio alla Mike Scott e soci. Grande musica, anche magari più di quanto la canzone in sé permetterebbe.

Ecco il miracolo di Levante dal vivo, in questa versione teatrale, sempre per la direzione artistica di Antonio Filippelli, il riuscire a creare uno spettacolo praticamente perfetto, senza sfumature, pur non avendo un repertorio già così potente. Quando si è in stato di grazia funziona così.
Finito il concerto, poi, la magia ci accompagna mentre uscendo iniziamo a seguire i veri Exit Poll, che sono anche peggio del previsto.
Il mio Fight Club personale è stato un fallimento, e volendo anche il mio essere stato così ostile a Levante fin qui. Torno a casa senza lividi addosso, il che forse è un bene, ma con la consapevolezza di aver assistito a un grande spettacolo dal vivo. Il tempo di scrivere questo articolo, la voce di Mentana che certifica l’orrore che ci aspetterà.
Per fortuna che c’è la musica, verrebbe da dire.
E per fortuna che domani è lunedì, i bar del quartiere saranno tutti aperti. Basterà andare sul retro, togliersi la giacca e pestarsi a sangue con uno sconosciuto.

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