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“Songs of Innocence” degli U2 arriva in edicola: la recensione di Rolling Stone

Un cofanetto raccoglie tutti i dischi della band di Bono e soci, e da oggi è possibile acquistare l'album del 2014, uno dei più personali del gruppo
La copertina di Songs of Innocence

La copertina di Songs of Innocence

Dal 26 agosto con Tv Sorrisi e Canzoni, in collaborazione di Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, arriva in edicola l’intera opera degli U2 all’interno di un cofanetto che comprende tutti gli album in studio, un cd live e 4 dvd live, in edizione digipack. Oggi esce in edicola il tredicesimo album in studio della band di Bono, Songs of Innocence, e questa è la recensione apparsa su Rolling Stone US nel 2014.

Nessun’altra band al mondo riesce a rinascere come gli U2. Nessun’altra band – forte della stessa durata, dello stesso successo commerciale e degli stessi risultati artistici degli U2 – sentirebbe il bisogno di una rinascita e in maniera così frequente. Ma anche per gli standard di trasformazione fissati con The Joshua Tree del 1987 e Achtung! Baby del 1991, Songs of Innocence – il primo album in studio degli U2 dopo cinque anni – segna la rinascita trionfale della band: 11 tracce che rapiscono immediatamente, incentrate sulla gioia della musica in grado di salvarti la vita, che attingono da tutti i colori delle influenze e delle ricerche degli U2 nel post-punk, nell’elettronica industrial e nella musica dance contemporanea. “You and I are rock & roll” (“Io e te siamo rock & roll”) canta Bono in Volcano, una canzone che parla di un’imminente eruzione, attraverso un basso profondo e pestato, effetti di cori alieni e scosse metalliche della chitarra in stile Gang of Four di The Edge. Poco dopo, in un tono più grave e oscuro, Bono canta: “Do you live here or is this a vacation?” (“Vivi qui o sei in vacanza?”). Per gli U2 il rock & roll è sempre stato il lavoro di una vita – e il lavoro non finisce mai.

Songs of Innocence prende giustamente il titolo dalla raccolta di poesie del 1789 di William Blake, ispirata dalla perenne ricerca dell’uomo verso l’età innocente dell’infanzia. Per la prima volta dopo dieci anni passati a cercare l’ispirazione all’estero – dalla spiritualità west americana, dall’ironia euro-dance-party fino a figure storiche di protesta come Martin Luther King Jr. e Nelson Mandela – Bono, the Edge, il bassista Adam Clayton e il batterista Larry Mullen Jr. hanno imboccato la lunga strada opposta alla metamorfosi: rivolgendosi su se stessi, per la prima volta incentrano un intero album sulla loro vita, sul loro percorso di adolescenti di Dublino verso l’incertezza dell’età adulta.

I testi di Bono s’incentrano sulle storie personali dei membri della band. In Cedarwood Road, che prende il titolo dalla strada in cui viveva, il cantante ricorda la paura e la rabbia non corrisposta che lo portarono alla musica e alla necessità di essere ascoltato – e che ancora non sono svanite. “I’m still standing on that street/Still need an enemy” ( “Sono ancora in piedi su quella strada/ Ho ancora bisogno di un nemico”), confessa il cantante difronte al ritmo stridente e minaccioso di Clayton e Mullen e al furioso balbettio della chitarra di The Edge. Raised by Wolves è costruita sulla tensione fra un groove metronomico e una carneficina tratta dalla vita reale (“There’s a man in a pool of misery…a red sea covers the ground” – “C’è un uomo una pozzanghera di squallore…un mare rosso copre il suolo”) basata su una serie di autobombe che una notte martoriarono Dublino negli anni ’70.

In Iris (Hold Me Close), Bono canta a sua madre, morta quando aveva 14 anni, in un groviglio d’affetto e desiderio ancora disperato, in un’ondata d’ascensione neo-lirica sopra un tappeto vellutato di tastiere e al giro di basso disco di Clayton. “You took me by the hand/I thought I was leading you – ricorda Bono commosso – But it was you who made me your man/ Machine” (“Tu mi prendevi per mano/ pensavo di essere io a condurti/ ma eri tu che mi facevi essere il tuo uomo/ macchina”) aggiunge in un riferimento diretto alla moglie Ali – cui un giovane Bono regalò a un appuntamento The Man-Machine dei Kraftwerk – così come alla sua giovanile e boriosa poetica di Twilight, canzone presente nell’album Boy, in cui cantava “In the shadows boy meets man” (“Fre le ombre il ragazzo incontra l’uomo”).

Per gli U2 – e per Bono in particolare – fu il suono di una voce a portarli lungo la strada che si allontana da Dublino, e la omaggio nella traccia d’apertura, The Miracle (of Joey Ramone). Gli U2 non hanno mai nascosto la loro gratitudine per la scena punk newyorkese e per i Ramones in particolare, e questo omaggio all’eroismo improbabile – quel ragazzino da cui mai ti saresti aspettato che avrebbe conquistato il mondo – è un’omaggio perfetto: un grandioso e massiccio riff di chitarra a un beat che ricorda il tiro classico dei T. Rex, con un canto etereo in stile Romettes a fare da ciliegina sulla torta. “I woke up at the moment when the miracle occurred/Heard a song that made some sense out of the world” (“Mi sono svegliato nel momento del miracolo/ Ho sentito una canzone che trovava un senso fuori dal mondo”). Gli U2 pagano anche il loro debito nei confronti dei Clash, dedicando a Joe Strummer This Is Where You Can Reach Me Now , mentre c’è un forte richiamo al fascino dei Beach Boys – al loro invito verso un utopia lontana dalla rancore e dalla pioggia di Dublino – nell’attitudine da sorriso sulle labbra delle armonie cantate in California (There Is No End to Love).”Blood orange sunset brings you to your knees – canticchia Bono quasi fosse in soggezione – I’ve seen for myself” (Un tramonto dal sangue arancio ti fa inginocchiare/ L’ho visto in prima persona”).

Queste sono le storie classiche del rock & roll – l’irrequietezza giovanile, una perdita traumatica, una rivelazione che arriva in soccorso da un grandioso ritornello o da un power chord. Ma Songs of Innocence è la prima volta in cui gli U2 raccontano di se stessi in maniera diretta, con la potenza e l’espressività accumulate durante la loro carriera. Si parlava di quest’album ancor prima della sua pubblicazione, a causa delle deadline non rispettate e le indecisioni causate dai loro molteplici produttori: Brian Burton a.k.a. Danger Mouse, Paul Epworth di Adele e Ryan Tedder degli One Republic. I crediti sono fuorvianti. Burton, Epworth e Tedder hanno tutti co-prodotto The Miracle (of Joey Ramone) e suonato le tastiere; Epworth ha aggiunto una slide guitar in Cedarwood Road ; Burton ha arrangiato i cori in Volcano. Tuttavia, le diverse mani che hanno lavorato al progetto e le varie tessiture si integrano perfettamente alle memorie della band. Non accade mai che il racconto suoni più forte di quelle che sono le reali esperienze vissute dai quattro.

Ed è una salvezza, credono gli U2, che continua a donare. “Every breaking wave on the shore/ Tells the next one that there will be one more” (“Ogni onda che si infrange sulla riva/ dice alla prossima che non ce ne saranno altre”) promette Bono con la marea elettronica baciata dal sole di Every Breaking Wave. E The Miracle (of Joey Ramone) suona come una promessa ogni sognatore abbandonato che ora stia ascoltando per la prima volta Rocket to Russia, Give ‘Em Enough Rope o qualche altra canzone degli U2 e in qualche modo ne resti folgorato per sempre. “We can hear you – giura Bono – Your voices will be heard” (“Possiamo sentirti, la tua voce sarà ascoltata”).

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