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Solo Dio può giudicare Tupac

La storia del rapper morto nel 1996 è diventata una graphic novel a cura di Antonio Solinas e Paolo Gallina. "Tupac Shakur: solo Dio può giudicarmi" è edito da BeccoGiallo

Essere l’icona di un intero genere musicale è un lavoro a tempo pieno; diventare una leggenda richiede parecchi straordinari anche nell’aldilà. Tupac Shakur è stato ucciso nel 1996 a 25 anni, all’uscita di un match di Mike Tyson a Las Vegas: non si sa chi sia il colpevole, era in guerra con mezzo mondo, perfino il governo non lo amava. Rapper e attore molto prolifico, il suo è uno dei rari casi in cui gli album postumi superano quelli pubblicati in vita (sette contro quattro), alimentando le voci che lo vorrebbero ancora tra noi. Per il ventennale della sua morte, lo scorso 13 settembre, tutti si aspettavano un nuovo disco: l’album non è arrivato – meglio, perché gli ultimi suoi lavori post-mortem non erano granché – ma in compenso sono fioccati i tributi, tra cui l’italianissima graphic novel Tupac Shakur: solo Dio può giudicarmi pubblicata da BeccoGiallo. Nata dalla passione per l’hip hop del disegnatore Paolo Gallina e dello sceneggiatore Antonio Solinas, è un’ottima biografia a fumetti che ha richiesto mesi di studio e cura del dettaglio.

“Tupac non era solo un rapper, ma un concentrato di talento, spirito rivoluzionario e contraddizioni” racconta Solinas. “La sua è stata una vita breve ma molto intensa: selezionare le tappe più importanti è stata dura, per contestualizzare meglio siamo partiti dalla famiglia”. Sua madre, Afeni Shakur, era una militante del Black Panther Party: la gravidanza l’ha trascorsa quasi tutta in carcere, con 156 capi di imputazione a suo carico. Da lei erediterà lo spirito combattivo e la sete di giustizia sociale, ma anche l’instabilità. In miseria e a lungo dipendente dal crack, Afeni vive da nomade con al seguito il figlio, un ragazzo appassionato di musica, teatro e poesia, ma risucchiato dalle dinamiche del ghetto. A diciannove anni si trasferisce in California per fare rap: la sua carriera durerà pochi e frenetici anni, tra successi, arresti, battaglie per la causa afroamericana e turbolenti rapporti tra colleghi. Nell’epopea di Tupac tutto è possibile, vedi il caso della quotatissima 7 Days Theory, secondo cui avrebbe finto la sua morte per poi risorgere qualche anno dopo (più precisamente nel 2003, inutile dirvi che alla fine non è accaduto). “Ci sono tonnellate di materiale sulla sua vita e ancora di più sulla sua morte, capire quali erano le fonti attendibili è stato un gran lavoro” ammette Solinas. La parte più complicata? “Raccontare l’agguato fatale, perché le varie ricostruzioni non combaciano neanche logisticamente: abbiamo dovuto incrociare le testimonianze con Google Maps per arrivare a quella più verosimile”.

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Lo stesso problema ce lo hanno i registi dei film sull’argomento: molti dovrebbero uscire nel 2017, a “celebrazione” di Pac e della sua nemesi, Notorious B.I.G., spesso accusato del suo omicidio e morto in circostanze molto simili nel marzo del ’97. Ci sarebbero almeno quattro pellicole in lavorazione, di cui una prodotta dal team di Straight Outta Compton e un’altra ad opera di John Singleton, che aveva già diretto Tupac in Poetic Justice nel 1993. Progetti che Afeni Shakur, rigorosa custode dei suoi diritti di immagine, non approvava perché si focalizzavano troppo sulla faida con Biggie. Aveva invece approvato la creazione dell’ologramma di Tupac, che ha affiancato Snoop Dogg sul palco del Coachella nel 2012: è costato 400.000 dollari ed è al vaglio un suo tour mondiale in grande stile, a beneficio di chi non ha mai avuto occasione di vederlo dal vivo (letteralmente e in senso figurato). Aveva dato il suo okay anche a Holler if ya hear me, musical che utilizza le canzoni del rapper per raccontare la diffusione di armi da fuoco nella comunità nera: pare che tornerà in teatro a breve. Nel frattempo, però, Afeni è morta a maggio 2016. Le sopravvive la Tupac Amaru Shakur Foundation, che devolve in beneficienza i proventi di queste iniziative e della vendita di dischi, libri e merchandising.

Sono passati vent’anni ma Tupac è più vivo che mai, nella memoria collettiva e nelle teorie complottiste: secondo molti si nasconderebbe a Cuba per sfuggire ai suoi nemici, con la complicità della zia Assata Shakur, figura di spicco delle Black Panther. “Purtroppo credo sia davvero morto, ma non saprei dire chi l’ha ucciso: gli esecutori materiali sono stati più o meno identificati, i mandanti no. Certo è che molte cose non tornano” afferma Antonio Solinas. La domanda, però, è un’altra: il diretto interessato apprezzerebbe di essere diventato il protagonista di quattro film, un musical, un concerto olografico e, perché no, anche di un fumetto? “Pac era un vero rivoluzionario, era contrario alla mercificazione dei suoi valori. Allo stesso tempo, però, credo che non gli dispiacerebbe troppo, se servisse a portare avanti il suo messaggio e le sue battaglie”.

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