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Sohn e Thieves Like Us: la nostalgia infinita (e sbagliata) dei cantautori 3.0

Per la rubrica "Don't Believe The Hype" raccontiamo due dischi per cui il ritorno al passato non è stata proprio una grande idea
Sohn, al secolo Christopher Taylor. Foto: Phil Knott

Sohn, al secolo Christopher Taylor. Foto: Phil Knott

In un mondo perfetto, l’hype non dico che non dovrebbe proprio esistere, ma almeno sarebbe carino se abbandonasse per sempre determinate zone della musica contemporanea. Fra queste ricordiamo l’indie folkeggiante, la techno paninara tipo Richie Hawtin e, sicuramente, quell’italo disco che sembra di nuovo essere tornata in auge dopo un’apparente tregua di una manciata d’anni. Quanto al cosiddetto neo-cantautorato elettronico, forse lì c’è ancora spazio per dell’attenzione, essendo un territorio dove credo che ci sia ancora qualcosina da scoprire.

Sono stati più o meno questi gli approcci iniziali ai due dischi di questo primo numero del 2017, Thieves Like Us, dell’omonima band metà americana metà svedese, e Rennen, creatura dell’inglese SOHN. I primi non sono di certo dei novellini. Si sono sempre dichiarati apertamente “una pop band”, ma quello che nella pratica hanno sempre fatto nella loro storia ormai quindicinale è passare in rassegna ogni lato degli anni ’80. Dal kraut al post-punk, dal synthpop alla italo disco di questo ultimo disco, che hanno deciso di chiamare con il nome della band forse perché il più rappresentativo.

Dicevamo, da queste parti l’hype purtroppo aleggia ancora indisturbato, complici come sempre i soliti Daft Punk, Bruno Mars e compagnia bella, che ricorrono spesso e volentieri in questa rubrica. Piacevolissimo all’ascolto, Thieves Like Us è uno di quei dischi che non toglie ne aggiunge nulla a quanto fatto negli ultimi 40 anni del genere. E per quanto manieristi, uno si aspetta sempre qualcosa in più, e invece no, nulla di vagamente originale da una band che prende il nome da un pezzo dei New Order e non sembra volersi schiodare da quell’epoca lì.

Motivo per cui sicuramente va lodato quanto sta facendo Christopher Taylor con il suo alter ego di SOHN. Neanche qui si parla di avanguardia, per carità, ma di certo l’inglese in pianta stabile a Vienna non si fossilizza su una determinata decade, limitando a quel periodo pure l’attrezzatura in studio. Anche Rennen è colmo di citazioni — ci trovi dentro dai Moderat a James Blake — ma va comunque inteso come un esperimento ben più nobile, già solo per la ricerca assidua di pattern percussivi poco inflazionati, effetti sulle voci inusuali. Che poi, questo non significa certo che Thieves Like Us sia il male e Rennen il bene, ma almeno cominciamo a digerire l’idea che vivere nel passato, diciamolo una volta per tutte, è dannoso oltre che noioso.

L’articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di gennaio.
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