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Sinéad O’Connor: “Perché una donna impegnata viene considerata pazza?”

In occasione dell'uscita di "I'm not bossy, I'm the boss", la cantante irlandese si racconta a tutto tondo: "Per la cover ho cambiato look ma volevo solo attirare l'attenzione su questo lavoro che rappresenta i diversi aspetti della mia personalità"

Testa rasata, camicia blu, jeans, piedi nudi. Sinéad O’Connor si è presentata così settimana scorsa a Santo Stefano di Magra, provincia di La Spezia, per il primo concerto in Italia legato all’uscita del suo decimo album I’m Not Bossy, I’m The Boss, uscito il 26 agosto e che presenterà di nuovo dal vivo il 20 settembre a Terni.

Per l’intervista mi avevano dato un diktat da seguire: niente domande sul passato. Come dire: non chiedere della foto di Papa Giovanni Paolo II strappata nel ’92 in diretta tv come atto di protesta contro i preti pedofili, non parlare del tentato suicidio, nessun accenno alla diagnosi di disturbo bipolare. Perché Sinéad sta meglio, ha voglia di parlare di sé com’è adesso. Ho obbedito e tutto è filato liscio.

Partirei dalla cover del nuovo disco, indossi una parrucca nero corvino, un abito in latex attillatissimo… Cos’avevi in mente?
Ho pensato potesse essere divertente presentarmi così, avevo voglia di giocare e al tempo stesso mi piaceva l’idea di sorprendere. Sai, per chiunque sono quella con la testa rasata, volevo attirare l’attenzione per promuovere un disco cui tengo tantissimo, album peraltro diverso da ciò che esprime quella copertina, perché per la prima volta è interamente composto da canzoni sull’amore. Anche se poi non c’è un vero contrasto tra album e copertina, rappresentano le diverse Sinéad che ho dentro di me, il mio lato dolce e quello guerriero, differenti aspetti della mia personalità di cui vado orgogliosa.

Il titolo I’m Not Bossy, I’m The Boss (“non sono prepotente, sono il capo”) è un omaggio a Ban Bossy, campagna contro le discriminazioni di genere con testimonial quali Beyoncé e Condoleezza Rice. Cosa ti ha colpita di quest’iniziativa?
Credo stimoli una riflessione: le donne che dirigono o sono a capo di qualcosa fanno più fatica degli uomini a farsi rispettare. Anche nell’industria discografica è così, sembra sempre che noi donne siamo al servizio degli uomini che lavorano con noi, anche quando sono loro a lavorare per noi. È difficile, per esempio, che un uomo ascolti una donna che gli dà istruzioni su cosa fare o non fare, anche se quella donna lo sta pagando per quel lavoro. Questo perché non importa se una donna è il capo o meno, di fatto, anche se lo è, non viene percepita come tale.

Qual è l’ostacolo più grande che hai dovuto affrontare da questo punto di vista?
Parlando del mondo della musica la mia esperienza mi ha portato a capire una cosa: se una donna non si comporta come ci si aspetta, è facile che venga etichettata come pazza. Se non si dimostra interessata solo a cose futili, ma, al contrario, è socialmente impegnata, aderisce a qualche movimento o magari interviene in qualche dibattito pubblico su argomenti controversi, il rischio è che finisca per essere considerata una matta, una persona fuori luogo. Il fatto è che nel music business ci si aspetta solo una cosa da noi donne: la bellezza.

È più importante l’autostima, giusto? Nel singolo Take Me To Church canti “I’m the only one I should adore”.
Sì, ma quel pezzo non è autobiografico, e non lo è nemmeno l’album. In questo disco racconto la crescita interiore di una ragazza giovane e romantica che pian piano conquista una sorta di saggezza e sì, capisce che è più importante amare se stessa che essere amata dagli altri. Semmai una traccia che parla di me è How About I Be Me, l’ho scritta in risposta a ciò che è successo due anni fa dopo che ho scritto un articolo sul sesso per un giornale irlandese; era spassoso, eppure scoppiò uno scandalo. Purtroppo nell’Irlanda chiusa e puritana fa ancora scalpore la notizia di una donna che parla di sesso senza pudore.

Hai detto più volte che la pressione della stampa irlandese è estenuante, non hai mai pensato di trasferirti?
Ah, i giornalisti irlandesi… Guarda, per me sono semplicemente persone orribili, sono i peggiori al mondo, faccio quanto posso per evitarli. Ma non ho mai pensato di lasciare il mio Paese, perché tutto sommato sono convinta sia il posto migliore dove far crescere i miei figli, perché qui ci sono i loro padri e per me l’importante è fare la cosa giusta come madre.

Hai quattro figli, come ti comporti con loro?
L’unica cosa che mi sta a cuore è dare loro la libertà di essere se stessi. Glielo ripeto in continuazione: non dovete compiacere nessuno, nemmeno me, nemmeno i vostri genitori, dovete solo essere voi stessi. Non è facile, e parlando dei più piccoli ci sono alcune cose che trovo faticose, per esempio alzarmi tutti i giorni all’alba, cercare di lavargli i denti, perché non vogliono mai e iniziano a correre per tutta la casa, aiutarli a fare i compiti, cucinare. Ma credo sia così per tutte le mamme, no?

C’è una donna che ti ha ispirata di più nella tua vita?
Kathleen Hanna, la cantante delle Bikini Kill e poi della band Le Tigre. Hai visto il documentario The Punk Singer? Se no guardalo, parla di lei. È più giovane di me, ma è l’artista che mi ha influenzata più di ogni altra, adoro il modo in cui canta, scrive, si muove sul palco, amo il suo femminismo, la maniera in cui combatte per le donne, la sua integrità.

Cosa pensi, invece, di Papa Francesco?
Non mi va di parlarne, voglio parlare solo del mio lavoro e della mia musica.

La musica ti ha salvata, in qualche modo?
Sfido chiunque a trovare nel mondo una persona che non sia stata salvata dalla musica. Voglio dire, tutti, almeno nell’età dell’adolescenza, affidano i loro tormenti alle canzoni, la musica aiuta le persone, specie le più giovani, a focalizzare ciò che vogliono veramente dalla vita, cosa vogliono essere e diventare. Pensaci bene: la musica ha salvato e continua a salvare tutti noi.

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