«Che canzoni meravigliose, irripetibili, che lascito», scrive Pacifico dopo la morte di Gino Paoli. «Non so se si può imparare da quelli così bravi, magari bastasse studiarli… Si può però tentare di evocarli, immaginarseli accanto, al pianoforte, “… Come farebbe qui Gino…”. Siamo tutti fortunati ereditieri, ricchi sfondati di musica e parole magnifiche».
Anche Morgan rende omaggio all’ultimo cantante rimasto «della folle compagnia di quei romantici moderni» della cosiddetta scuola di Genova, quelli con «i migliori arrangiamenti della musica popolare italiana, che di leggero ha ben poco per come usavano le orchestre sinfoniche. Quei dischi sono capolavori musicali e di testi». E ancora: «Gino Paoli ha rappresentato, fino a che è stato al mondo, una vera resistenza al sistema in cui siamo immersi e imprigionati, che lui chiamava regno degli imbecilli, delle cose imbecilli, del non pensiero, del fancazzismo, della mancanza di bellezza, il contrario dell’epoca mitologica della Genova di fine anni ’50. Deve essere stato anche faticoso per Gino sopportare l’avanzata del futile, dei social network, e intanto la scomparsa dei suoi amici cantautori, una lenta cancellazione di una cosa meravigliosa che a noi rimane in eredità, nonostante non ce la meritiamo e non siamo in grado di onorarla custodirla e diffonderla intanto proteggerla. Siamo solo capaci di fare sciacallaggio discografico e compilation di grandi successi. Che ingrati. Gino Paoli la vita se l’è goduta, nel tormento e nell’entusiasmo, ha fatto tutto ciò che desiderava, ha avuto tutto: fama, amore, denaro, libertà, insieme ad una marea di rotture di scatole. Era più psichedelico di Syd Barrett, più punk di Iggy Pop, è stato in assoluto il più grande cantante italiano, non per estensione ma per gusto, padronanza ed espressione. Molto di voi lo scopriranno col tempo. Lunga vita al diavolo del Rock».
Più laconico Vasco Rossi: «La prima volta che ho visto Gino cantare, ho capito, e ho imparato qual è la differenza tra un cantante e un interprete». Per Levante, «i poeti sono nel per sempre. Senza fine».
Enrico Ruggeri lo ricorda come «una personalità unica, carismatica, che ti catturava. Una pietra miliare della grande Musica d’autore, che lascia canzoni immortali. Un uomo libero, da custodire nel pantheon dei grandi italiani», mentre Gianni Morandi saluta l’«amico e collega di una vita, ti ho voluto bene da sempre. Per la tua musica, per la tua anima, per quello che hai lasciato a tutti noi».















