Sevdaliza: «L’Iran è un popolo, è un modo di essere, è sopravvivenza» | Rolling Stone Italia
Povera Patria

Sevdaliza: «L’Iran è un popolo, è un modo di essere, è sopravvivenza»

Un componimento poetico per il Paese in cui la cantante pop è nata e in cui non è più tornata. «Mi hanno tolto la patria e l’hanno chiamata politica. Ma l’identità non è una cosa che un regime può revocare»

Sevdaliza: «L’Iran è un popolo, è un modo di essere, è sopravvivenza»

Sevdaliza

Foto: Yann Weber/Goodfellas

Sevdaliza ha dedicato un componimento poetico all’Iran, il Paese in cui è nata e dove non è più tornata. La sua famiglia si è trasferita nei Paesi Bassi quando lei aveva 5 anni, nel 1992. «La mia esistenza stessa è un atto di resistenza», ha detto tempo fa a Vanity Fair Italia. «Forse perché sono nata in Iran, ho sempre sentito che dovevo esprimere la mia femminilità, cosa che nel mio Paese non è permessa: non potrei fare niente di quel che faccio se vivessi ancora a Teheran. Quindi le mie azioni hanno un significato diverso».

Artista pop concettuale e multidisciplinare, ha debuttato con Ison del 2017 e si è fatta notare nel 2020 con Shabrang (ne abbiamo scritto qui). È stata sul palco con Madonna, ha collaborato tra gli altri con Grimes e Anitta, si è inventata un alter ego robotico chiamata Dahlia, unisce musica, moda, attivismo.

SEVDALIZA - WOMAN LIFE FREEDOM زن زندگی آزادی

Il suo ultimo album è Heroina del 2025. La canzone di quattro anni fa Woman Life Freedom è dedicata alle donne iraniane. «Sapere che quelle ragazze non sanno se torneranno a casa la sera mi fa sentire da una parte orgogliosa e dall’altra anche tristissima, perché è difficile mantenere la speranza quando le cose non cambiano mai. Ma bisogna sempre provarci», diceva a Vanity Fair.

Ha sintetizzato le sue idee e i suoi sentimenti in un componimento che ha pubblicato su Instagram mentre nel suo Paese natale continuano le proteste e la repressione violenta.

Mi chiamo Sevdaliza.
Sono iraniana.
Sono stata costretta a lasciare un luogo
che non ha mai smesso di vivere dentro me.

Mi hanno rubato l’Iran.
L’hanno reciso dal mio futuro,
dai passi dei miei figli,
dal semplice diritto
di tornare senza avere paura.

L’esilio non è distanza.
È una condanna che si porta nel corpo.

Non posso riportare i miei figli
per mostrare loro dove si è formata la mia voce,
dove la mia femminilità ha imparato il senso di sfida,
dove la bellezza è sopravvissuta sotto pressione.
Non cammineremo per le strade
che mi hanno cresciuta.
Non indicheremo qualcosa per dire: è nostra.

Mi hanno tolto la patria
e l’hanno chiamata politica.
Hanno preso i confini e li hanno avvolti nell’ideologia.
Hanno preso il ritorno e l’hanno chiamato tradimento.
Hanno preso il mio diritto all’appartenenza
e lo hanno sostituito con la paura e la confusione.

Ma l’identità non è una cosa
che un regime può revocare.

L’Iran vive nella mia cadenza,
nel peso delle mie vocali,
nell’orgoglio con cui vivo,
nel senso di colpa che provo per essere al sicuro,
e nella resistenza che ho affinato facendone arte.

Porto l’Iran nella spina dorsale,
nel rifiuto di sparire,
nel modo in cui faccio la madre,
nel modo in cui i miei capelli neri e folti ondeggiano,
nel modo in cui creo,
nel modo in cui resto ingovernabile.

Forse i miei figli non vedranno mai quella terra,
ma erediteranno la verità:
che l’Iran è più di un governo,
più dei suoi confini,
più di chi controlla i cancelli.

L’Iran è un popolo.
L’Iran è un modo di essere.
L’Iran è sopravvivenza.

 

 
 
 
 
 
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