Sanremo 2026, la musica, la politica e altre ossessioni | Rolling Stone Italia
Per sempre polemica

Sanremo 2026, la musica, la politica e altre ossessioni

Da Berlusconi, che ad Arcore ascoltava Sal Da Vinci e «lassù sarà felice», al «festival canoro arabo» a cui si dovrebbe iscrivere Sayf, il centrodestra esulta: basta «porcherie ideologiche», è stata una «vittoria di popolo»

Sayf a Sanremo 2026

Sayf

Foto: Getty Images

Nemmeno nella versione di Carlo Conti il Festival di Sanremo è stato un evento solo musicale. La vittoria di Sal Da Vinci con Per sempre sì è durata il tempo di un applauso per poi trasformarsi in materia da dibattito politico. Ma già nei giorni precedenti, con il caso Pucci, c’erano state le prime avvisaglie.

Partiamo dalla fine, cioè dalla proclamazione del cantante napoletano come vincitore, perché nel centrodestra l’entusiasmo è stato immediato. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha scritto su Instagram: «Per sempre Sì. Congratulazioni a Sal Da Vinci per la vittoria!». La senatrice Licia Ronzulli ha parlato dell’«amico Sal» ricordando che «lassù sarà felice anche il Presidente», con un chiaro riferimento a Silvio Berlusconi che, come emerso anche nelle cronache giudiziarie, ascoltava le sue canzoni nelle serate di Arcore. È stata Patrizia D’Addario, una delle partecipanti alle “cene eleganti”, a raccontare che nella playlist dell’allora premier risuonavano proprio i brani di Salvatore Michael Sorrentino.

Poi si sono aggiunti i toni identitari. Simone Pillon, ex senatore della Lega, ha celebrato la vittoria come segnale di inversione dopo anni di «porcherie ideologiche», definendo Da Vinci «un uomo, uno sposo, un padre, un nonno» e parlando di famiglia «una sola, come natura crea, benedetta da Dio». Non contento, Pillon è intervenuto anche su un altro fronte e ha rilanciato su X un’intervista a la Repubblica del rapper Sayf, titolata “Ho perso Sanremo ai rigori raccontando l’Italia e facendo il Ramadan”, e ha scritto: «Sempre a frignare. Ma perché Sayf e tutta la compagnia cantante non si è iscritto a qualche festival canoro arabo o marocchino invece di venire a rompere le tasche e le orecchie a Sanremo?». Sayf è nato a Genova da padre italiano e madre tunisina.

Non poteva mancare, in chiave nazionalista, il video social di Italo Bocchino che ha letto il risultato come «vittoria di popolo» contro «l’élite di sinistra che si crede superiore perché storce il naso».

Nel frattempo, in poche ore il ritornello di Per sempre sì si è trasformato in uno slogan evocato anche nell’ambito del prossimo referendum sulla giustizia (dove gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo, appunto, o sì o no sulla scheda). Così, se dal centrodestra il claim è stato utilizzato per spingere verso la bontà della proposta di modifica costituzionale, dal centrosinistra la risposta è arrivata flebile e decisamente meno compatta. La presa di posizione più chiara è stata dell’eurodeputato Brando Benifei, che sui social si è congratulato con Sal Da Vinci ma ha puntualizzato: «L’unico Sì possibile nelle prossime tre settimane».

Uno strascico polemico che è arrivato dopo un Festival già politicamente surriscaldato prima ancora che iniziasse, nonostante il pompiere Carlo Conti. Il caso Pucci aveva aperto le danze: annunciato come co-conduttore si è ritirato dopo le critiche per alcune sue battute considerate sessiste o allineate alla maggioranza di governo. In questo modo è scattato l’intervento diretto della premier Giorgia Meloni, che ha parlato di «deriva illiberale», e del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha pubblicato un video chiedendo un momento riparatorio per quella che ha definito «ingiusta sofferenza» subita dal comico.

Poi il Festival è cominciato per davvero, e non è trascorso giorno in cui qualche dettaglio non sia stato passato al setaccio della politica. Come quando sul palco è salita Gianna Pratesi, 105 anni, che ha ricordato il referendum del 1946, tra Repubblica e Monarchia, e ha dichiarato: «La mia famiglia era tutta di sinistra». Un frammento di memoria storica diventato immediatamente materia di divisioni.

Per non dimenticare quel che è avvenuto in sala stampa, luogo privilegiato per provare a scatenare cortocircuiti. C’è stato, per esempio, un lungo battibecco tra una giornalista e il direttore artistico Carlo Conti sulle limitate partecipazioni di donne nei suoi festival (numeri alla mano), accuse che sono state respinte trincerandosi dietro la scelta delle canzoni senza pensare al genere di chi le scrive. Oppure alle Bambole di Pezza, coinvolte in un botta e risposta sul ruolo delle donne nella società e gender gap. «Non vogliamo avere potere in casa, ma ovunque».

Non è mancata neppure la puntualizzazione per la definizione di «mamma d’oro» da parte di Carlo Conti a Francesca Lollobrigida, la pattinatrice vincente alle Olimpiadi di Milano-Cortina e ospite di Sanremo, con la domanda circolata sui social: avrebbe definito «papà d’oro» un uomo? Per non parlare della serata dei duetti, con il presunto taglio della regia sul bacio tra Levante e Gaia che ha generato accuse di censura, poi smentite dal regista e dalla stessa Levante.

Come se non bastasse, in questi giorni successivi alla proclamazione del vincitore, ha iniziato a circolare sui social (pare sia stato generato su Reddit, nel subreddit r/italy) un post vagamente complottista, e diventato virale, secondo cui la vittoria di Sal Da Vinci non sarebbe «solo una canzone», ma una «raffinata operazione di ingegneria sociale per condizionare il prossimo referendum». Il Per sempre sì, in pratica, è diventata una sorta di pre-registrazione collettiva del voto referendario mentre la cantiamo sotto la doccia, con Sanremo che sarebbe stato usato come «lo spot elettorale più costoso degli ultimi trent’anni». D’altronde siamo nell’epoca della post-verità e, tra sparate politiche e meme, anche una canzone neomelodica può benissimo trasformarsi in un emendamento costituzionale con accompagnamento orchestrale.