Roger Goula, lo spazio e “Blade Runner” | Rolling Stone Italia
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Roger Goula, lo spazio e “Blade Runner”

Il suo "Overview Effect" è uno dei debutti migliori del 2016, lasciandosi influenzare dall'universo. Abbiamo chiamato il compositore nella sua casa di Barcellona

Roger Goula è catalano ma vive ormai stabilmente a Londra.

Roger Goula è catalano ma vive ormai stabilmente a Londra.

«Ciao!», esordisce Roger Goula. È felice nonostante abbia fatto le vacanze natalizie tra un raffreddore e l’altro: il suo album Overview Effect, uno dei migliori debutti del 2016 – per molti, anche uno dei migliori dischi – ha avuto parecchio successo. Soprattutto perché in molti catalogano i lavori del produttore come “classical music” («Non è una cosa che mi interessa», dirà), un ambiente non esattamente semplice per avere una distribuzione ampia.

Il suo disco si intitola come una delle conseguenze psicologiche che gli astronauti subiscono dopo essere stati in orbita: l’overview effect, la visione di insieme che si ha dallo spazio della Terra, che diventa improvvisamente piccola e letteralemente sospesa nel vuoto.

Da dove è nata l’idea di legare questo album e lo spazio?
È interessante perchè ho iniziato a scrivere l’album senza un vero concept, avevo solo delle idee da cui partire. Ho scritto per qualche tempo solo colonne sonore, quindi pensavo fosse più semplice realizzare un vero album: ma è estato un processo lungo, dovevo capire cosa volessi dire. L’idea dello spazio è sempre stata con me in qualche modo, sono sempre stato interessato alle stelle e cose del genere, leggo sempre articoli di fisica e cosmologia… Ho pensato che avrei dovuto unire i miei lavori ad alcuni di questi concetti. Mi sono imbattutto nell’overview effect e mi è sembrato subito azzeccato. Inizialmente avrei voluto inserire altri suoni, realizzati partendo dalle forme d’onda catturate nello spazio, ma non ha funzionato. Continuando nella mia ricerca, ho trovato le registrazioni delle parole di Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio: al posto di dire che aveva paura o di fornire dettagli tecnici, ha iniziato questo discorso filosofico molto bello, sulle persone, sul genere umano. Ho capito allora che le mie tracce mi raccontavano qualcosa, e che poteva essere connesso allo spazio.

Con tutte queste ispirazioni, come etichetteresti la tua musica? Spesso passa per musica “classica”, ma sicuramente c’è molta elettronica…
Non mi interessa essere etichettato come un musicista classico. Penso che la mia musica sia sperimentale per natura. Cerco sempre di fare qualcosa di nuovo: anche quando scrivo le colonne sonore, cerco di rendere felice il regista ma provo sempre a manipolarlo un po’, proponendo qualcosa di diverso. Ho studiato musica classica, certo, ma sono sempre stato influenzato dall’elettronica, dagli anni Novanta, quando ho iniziato i miei esperimenti. All’inizio modificavo le musicassette e creavo dei suoni, senza sapere che la gente lo facesse già. Ecco, non penso a fare musica classica, elettronica o altro. Penso solo a creare qualcosa di nuovo.

Come hai lavorato concretamente su Overview Effect?
Ho fatto molta ricerca sulle strutture. Le tracce di questo album vanno da A a B, invece la pop music sta ferma, in un’idea sola. Sembra l’approccio di un musicista del 19esimo secolo, ma non è del 19esimo secolo! Le persone fanno fatica a trovare una definizione perché c’è un po’ di tutto: c’è sicuramente del metal anche. Ero un grande appassionato di metal da ragazzino, mentre studiavo chitarra classica avevo una band metal. Sai, il conservatorio e quel mondo è sempre stato un po’ un’élite e a me piaceva essere l’enfant terrible di questo mondo.

Hai parlato di musica pop. A guardare le classifiche di fine anno c’è un po’ da chiedersi se tutto quel mondo non si stia appiattendo su una forma unica di canzone…
È proprio quello che combatto ogni giorno! Non ascolto molta musica: conosco quello che succede, mi piace anche, ma finisce lì. Non ascolto di continuo un brano, non voglio influenze esterne. Ci sono delle persone che ammiro molto, ma al di là di quello in questo album l’idea è molto chiara. È tutta musica che piace a me, onesta e sincera. È musica organica, diciamo, si sviluppa da sola.

Ho letto da qualche parte che avresti voluto scrivere la colonna sonora di Blade Runner. Che ne pensi del nuovo capitolo?
Ho visto il trailer e penso che Johann Johannsson farà di sicuro un buon lavoro. È un compositore che ammiro, fa quello che faccio io, ha una visione esterna e sa cosa serve al film. Penso che segua quello che ha fatto Vangelis con il primo capitolo. Lavorando alle cose che servono davvero a un film del genere.

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