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Robbie Williams annuncia il nuovo album all’Apple Music Festival – il report

Una serata in cui l'ex Take That ha intrattenuto il pubblico con una scaletta piaciona e lunghi discorsi sulla sua vita privata, fino all'annuncio piombato dal cielo del nuovo disco, "Heavy Entertainment Show"

Robbie Williams è nato nel 1974. Dal 1990 al 1995 ha fatto parte dei Take That

Robbie Williams è nato nel 1974. Dal 1990 al 1995 ha fatto parte dei Take That

La mia storia preferita su Robbie Williams risale a quando, insieme a Jon Ronson, è andato nel Nevada a scoprire se gli extraterrestri esistessero davvero. Nel mezzo del nulla, l’uomo che ha ricevuto più BRIT Awards di ogni altro essere senziente, cantante plurimilionario e dipendente da Red Bull, si commuoveva a sentire una madre parlare degli alieni che le avevano rapito il figlio. «L’esperienza dei Take That è stata un po’ come venire portato via da un’astronave, tornare, e ritrovarsi tutti gli amici che pensano ‘Ah, è diventato strano’».

È una frase particolarmente rivelatrice perché spinge a chiedersi «Come fa una persona così sensibile alla percezione che gli altri hanno di lui, con una tendenza semidistruttiva all’introspezione, a mantenere la stabilità mentale per esibirsi negli stadi di fronte a novantamila persone?» Facile: con una doppia personalità.

Quando Robbie Williams appare davanti al suo pubblico, accende quello che svariate riviste musicali definirebbero l’“animale da palco” e si dedica esclusivamente a quella cosa lì. È il Daniel Day-Lewis dei performer senza se e senza ma: lui è qui per offrirti un servizio, e questo servizio è il divertimento matto. La Roundhouse di Londra, una sala che ospita al massimo un paio di migliaia di persone, è un luogo ideale e privilegiato per approfittare del servizio: spiace lodare i creatori di un oggetto il cui costo è direttamente proporzionale alla sua smarribilità, ma l’Apple Music Festival è l’unico evento dove puoi trovarti fisicamente a tre metri da Elton John che suona, anziché a trecento metri e con un’ingiunzione restrittiva.

E così, Robbie Williams, sovrastato dai teleschermi in uno spazio tanto ristretto, sembra accompagnato gomito a gomito da un gigantesco Robbie-Godzilla, e tuttavia ogni spettatore, per la prima volta nella storia, è libero di fissare il cantante in carne e ossa, le sue coriste, la sua incantevole sezione di fiati (no doppi sensi).

Ce la mette tutta: l’imbonimento del pubblico costituisce il 35% del suo lavoro, e funziona. Del resto, se uno si presenta dicendo “My name is Robbie and tonight your ass is mine” potrebbe anche essere Sindrome di Stoccolma. (Più avanti, nel corso dello show, Williams farà autoironia sul suo motto, commentandolo con “ci sto lavorando”). In questo senso, l’ex-Take That è l’anti-Rihanna: dove lei dice zero parole, lui ne dice centotrenta, a volte anche troppe. A introdurre i pezzi sono dei lunghi a-parte in cui la seconda personalità di Robbie Williams, quella da palco, ci racconta la sua vita privata: sua figlia di quattro anni che dà del segaiolo a un fotografo molesto; sua madre a cui viene detto di sedersi a un concerto del figlio. Uno degli a-parte è l’annuncio del suo nuovo album, Heavy Entertainment Show, piombato dal cielo su un pubblico ignaro. Il titolare temporaneo del nostro culo ce ne dà un’anteprima con Sensational e Motherfucker, la prima hit della storia (correggetemi se sbaglio) in cui un padre dà al proprio figlio di due anni del “bad motherfucker”. Per ascoltare l’album completo si dovrà aspettare il 4 novembre.

Ma, appunto, le canzoni – dite voi? Eh eh. Il Robbie umano e il Robbie-Godzilla inanellano vent’anni di successi come non ci fosse voluto niente. È una scaletta piaciona, che butta l’amo con Back For Good dei Take That e lo ritira con Better Man feat. il padre di Robbie Williams vestito in completo e papillon: è uno dei momenti più intimi e commisurati al locale, come lo sono altre incursioni (quasi) acustiche, per esempio Something Stupid (“uno dei miei successi che nonostante questo non ho praticamente mai suonato dal vivo”).

La platea è piena di mamme: donne che erano state accompagnate ai concerti dei Take That dalle proprie madri e che oggi ripagano il proprio debito alla società accompagnando le figlie che hanno avuto a loro volta. Parlano di metodi per pulire le piastrelle e, sulle prime note di Feel, buttano le braccia al cielo e agguantano l’aria come se fosse composta di molecole di gioia. L’illuminazione ha trasformato la sala in una specie di Neon Demon, e tutti i telefoni sono settati su “Diretta Facebook”.

La personalità da palco permette all’altra una minima fuoriuscita solo in conclusione, durante un omaggio sentito (“Angels”) a David Enthoven, manager di Robbie Williams dai tempi dei Take That, morto a inizio agosto. Poi, durante il suo 35% da imbonitore, Williams ringrazia il pubblico per il grande coinvolgimento. Dice: “nelle recensioni devono dire che siete stati grandiosi stasera”. Il pubblico ricambia.

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