Ricordando Muddy Waters

Il 30 aprile 1983 moriva uno dei chitarristi più importanti di sempre e inventore del blues elettrico. Ecco come l'hanno ricordato Eric Clapton, Keith Richards e Mick Jagger.

Rosso e verde: peperoncini, cavoli e pomodori freschi crescono ben curati attorno alla casa di Muddy Waters a Westmont, Illinois. Tutto è stato piantato da Muddy stesso, che curava il suo piccolo giardino ogni volta che riusciva a liberarsi dai suoi impegni da musicista. Chi viene dalla campagna, di solito, non vede l’ora di lasciarsi alle spalle il fango e la terra. Muddy Waters, invece, lo stesso che ha trasformato il blues, ha sempre apprezzato la sensazione della terra sulla pelle.

«Quando ho iniziato a gattonare mi piaceva giocare nel fango e cercare di mangiarlo», mi ha detto una volta. Il suo soprannome, “Muddy”, è figlio del suo rapporto con la terra. «Quando avevo tre anni… dovevo toccare ogni cosa facesse un suono. Mi piaceva sbattere la bacchetta per terra e canticchiarci sopra». Muddy Waters era un uomo fatto e finito, ma il suo blues aveva la stessa naturalezza di quei suoni che faceva da bambino.

La sua prima band, la prima vera band elettrica, affondava le sue radici musicali nel Delta: Jimmy Rogers, chitarrista, e Little Walter Jacobs, arpista, erano grandi musicisti ma non avrebbero mai raggiunto la spontaneità e la profondità del blues di Muddy Waters. Nessuna delle sue band ce l’ha fatta. Da solo, Muddy aveva un suono che era l’essenza del blues, un suono che nessun altro poteva fare. E lui lo sapeva perfettamente.

Nessuno è riuscito a riprodurre il suo sound, ma parecchi ne hanno creati di propri provandoci. La lista è piena di concittadini, gente di Chicago: uomini come Son Seals e Jimmy Johnson, che sono arrivati in città direttamente dal Mississippi e dall’Arkansas solo perchè Muddy Waters aveva fondato la Chess Records. Proprio grazie a quell’etichetta i due avevano iniziato a suonare.

Brian Jones ha ascoltato Rollin’ Stone – uno dei singoli pubblicati da Muddy con la Chess Records – talmente tante volte da trasformarla nel nome della sua band. Si, con Mick Jagger e Keith Richards, a Londra. Poi è arrivato Dylan con la sua Like a Rolling Stone, poi noi con questa rivista.

Gli Stones non hanno mai dimenticato Muddy Waters. Ogni volta che i loro tour toccavano Chicago, casa di Muddy era una tappa obbligata. Nel 1981 Jagger, Richards, Ron Wood e Ian Stewart hanno suonato con lui al Checker Board Lounge. Mick si è superato quella sera.

Eric Clapton considerava Muddy Waters un padre, e se l’è portato dietro come guest star durante il suo tour del 1979. Probabilmente voleva farlo esibire di fronte al suo enorme pubblico, o forse voleva solo passare del tempo con lui e guardarlo suonare. Anche Muddy stimava molto Clapton: stringeva gli occhi e lo chiamava figlio. L’ultima apparizione pubblica di Muddy Waters è stata proprio ad un concerto di Eric Clapton, a Miami. Ha suonato Blow Wind Blow.

Muddy era un’icona del mondo del rock, e non solo. Era molto di più. Una grande voce americana. Il suo ritmo, il suo timbro e la sua intonazione perfetta, il suo controllo e il suo grande vocabolario di suoni – dal falsetto più puro fino alle urla più gutturali – lo mettono in una categoria a parte. Se non avesse mai toccato una chitarra, probabilmente lo ricorderemmo come un cantante immenso.

Quando avevo tre anni dovevo toccare ogni cosa facesse un suono. Mi piaceva cantare accompagnato da quei rumori

Il modo in cui suonava la slide-guitar, invece, era così preciso e straordinariamente ricco di emozioni. Per Muddy Waters il blues era una forma d’arte specifica: ognuna delle sue canzoni, sia quelle scritte di suo pugno che quelle imparate da Willie Dixon, aveva un significato preciso. E quel significato veniva trasmesso usando tutti questi strumenti e tutti insieme.

Tutti conosciamo gli aspetti fondamentali della carriera di Muddy Waters: ha imparato il blues in campagna, si è trasferito in città, ha elettrificato e dato un ritmo al tutto gettando di fatto le fondamenta del rock & roll. La sua storia inizia il 4 aprile 1915. Da giovane suonava l’armonica, il suo primo strumento. La chitarra e il blues, però, attirarono presto la sua attenzione: comprò la prima – una Stella – da Sears e Roebuck, a Chicago. Nel 1941 era già il chitarrista più stimato del Delta.

Nel 1943 si è trasferito a Chicago, dove si è ritrovato a suonare nei locali del South Side, posti talmente rumorosi da rendere la svolta elettrica quasi inevitabile. Ha comprato la sua prima chitarra elettrica nel 1944. Nel 1949 lui e la sua band suonavano di fronte a locali pieni di gente. La loro etichetta era la Aristocrats Records, che diventò presto Chess Records dopo essere stata rilevata da due dei soci, Leonard e Phil Chess. L’etichetta esordì pubblicando Rollin’ Stone.

Negli anni ’50 era idolatrato dai giovani neri di tutto il Sud. Nel 1958 ha suonato il primo blues elettrico della storia d’Inghilterra, dando vita al movimento che avrebbe sfornato i Rolling Stones e gli Yardbirds. Nel 1960 si è fatto conoscere dal pubblico bianco durante il Newport Folk Festival.

Questa storia la conosciamo tutti, ma non va abbastanza in profondità. Il vero Muddy Waters in carne e ossa, l’uomo con le mani nella terra, quel Muddy Waters non c’è più. Ma non lasciamoci andare alle lacrime e alle lamentele. Ascoltiamo i suoi dischi e godiamoci la vita che stiamo vivendo, perchè è quello che ha fatto lui. Si, non è mai diventato ricco grazie alla sua musica, ma ha vissuto dolcemente nella sua casa nelle suburbs. Ha tenuto i suoi nipoti sulle ginocchia, bevuto ottimo champagne e mangiato piatti insaporiti dalle spezie coltivate nel suo giardino.

«Questo è il periodo migliore di tutta la mia vita», mi ha detto Muddy alla fine degli anni ’70. Lavorava quasi tutto l’anno, ma cominciava a potersi godere un po’ del suo successo. «Sono contento che stia succedendo prima della mia morte. Mi fa sentire davvero felice». Non c’è motivo per pensare che non lo fosse anche durante il suo ultimo giorno sulla terra, prima di morire gentilmente durante il sonno. Ha lasciato una moglie, Marva, un figlio, tre figlie e parecchi nipoti.

In ricordo di Muddy

Eric Clapton

Avevo appena iniziato a suonare e conoscevo questi ragazzi, avevano una specie di associazione chiamata Blues Unlimited. Avevano il loro piccolo club e una volta hanno messo sul piatto the best of Muddy Waters. Non avevo mai sentito quel tipo di blues prima di quel momento. Non riuscivo a crederci. Tutto è cambiato.

Quello che aveva era inimitabile. Tutti i grandi musicisti blues che conosco sanno suonare nello stile di Elmore James o in quello di B.B. King. Nessuno sa suonare come Muddy Waters. Era impossibile perché lui era il più sottile di tutti: non era né veloce né elaborato. Era semplicemente il più profondo di tutti.

Si è sempre comportato da padre con quelli che riteneva avessero un po’ di talento. Mi ha sempre tenuto d’occhio, mi ha sempre tenuto sulla strada giusta. Mi ha fatto capire che prima di tutto io sono un bluesman. Mi ha aiutato a non farmi distrarre dal commercio e dal successo. Mi ha fatto capire che il blues è una cosa antica, che persiste. E, soprattutto, non ha mai dovuto spiegare nulla a parole; ho capito tutto solo seguendo il suo esempio.

Gli ho voluto davvero bene. Per me era come un padre, e io per lui ero come un figlio. Un legame che mi onora molto. Io, comunque, mi sono innamorato di Muddy molto prima di conoscerlo di persona. E questa è la cosa più bella. I suoi dischi saranno sempre qui.

La cover di ‘Hard Again’, album pubblicato nel 1977

Marshall Chess

Il mio primo ricordo di Muddy risale a quando avevo sette o otto anni. Mio padre, Leonard, si presentò a casa in sua compagnia. Quello che mi colpì subito fu il suo look: un abito verde brillante. A modo suo aveva uno stile molto regale, da vero leader. Se chiudo gli occhi lo riesco ancora a vedere.

Muddy è stato anche il primo artista a scrivere della musica sensuale: canzoni come Mannish Boy, capito?
Durante le registrazioni portava sempre queste donnone nere – le chiamavo le blues women. E questi tizi registravano così, in canottiera! Bevevano whiskey da bicchieri di plastica e c’erano queste donne sedute su sedie pieghevoli. Forse averle lì aveva un qualche effetto stimolante. Anni dopo, mentre viaggiavo in tour con i Rolling Stones, ho sentito la stessa energia.

Non è stato facile condividere il mio amore per la sua musica con i miei compagni di scuola. Era un mondo molto razzista, i ragazzini bianchi non ci provavano neanche ad ascoltarlo. I bianchi hanno iniziato a comprare i suoi dischi dopo il folk boom. La consideravano musica folk e gliel’abbiamo venduta volentieri. Eravamo molto sorpresi – anche Muddy -, si era appena aperto un mercato gigantesco.

Per quanto rigarda gli affari e i diritti… beh ai tempi era tutto diverso. Ma lui era il preferito di mio padre – insieme a Howlin’ Wolf e Chuck Berry. Loro tre. Hanno ottenuto diritti d’autore beh… diciamo che era il meglio possibile per l’epoca.

La sua musica è sempre emozionante. A volte ti fa sentire felice, a volte triste, ma è sempre musica che ti scava dentro. Penso che abbia avuto successo perché era onesta. Ascoltando i suoi dischi puoi davvero capire com’era conoscerlo di persona.


Mick Jagger

Ammiravamo Muddy Waters e la sua musica in maniera profonda. Abbiamo suonato moltissimi suoi brani. Quando l’abbiamo incontrato è stato molto generoso, ci incoraggiava. In realtà bastava ascoltare i suoi dischi per sentirsi meglio. Ci avrebbe potuto dire: “E voi chi vi credete di essere”? Invece ci ha sempre supportato, una cosa davvero bella.

Quando è venuto a trovarci in Inghilterra, nel 1958, ha sorpreso il pubblico presentandosi con una strumentazione interamente elettrica. Non era il solito bluesman nero – che era quello che voleva il pubblico – ma una vera e propria band, un gran casino. Tutti hanno chiesto il rimborso, è stato un tour davvero memorabile, un po’ come quello di Dylan.

L’ho visto l’ultima volta nel 1981, suonava a Chicago. Abbiamo cantato insieme, c’era un sacco di gente. Devo dire che è stata una serata molto bella, felice, che ricordiamo tutti con grandissima gioia.

Keith Richards

Laggiù in Inghilterra non avevamo idea di cosa stesse succedendo. Arrivava qualche disco ogni tanto, è vero, ma quando ho ascoltato per la prima volta Muddy Waters, nel 1959, tutto improvvisamente andò al suo posto. Era quella la musica che stavo cercando, era tutto lì quello che dovevo fare. Quando l’ho ascoltato ho capito perché mi piaceva tutta la musica che ascoltavo in quel periodo. Lui era un po’ come il libro dei segreti. Come musicista mi ispiravo moltissimo a lui. E quando l’ho incontrato ho capito che era anche una persona incredibile. Davvero, è tutto quello che posso dire di Muddy.

Era molto più che un chitarrista, un cantante o un autore. Era lui, l’hoochie-coochie man.