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Rick Rubin in cinque brani

Oggi, il giorno del suo 54esimo compleanno, gli facciamo la festa come si deve: ricordando i suoi più grandi successi da produttore

Rick Rubin

«A mani basse, Rick Rubin è il più grande produttore di sempre, che chiunque ha sempre voluto essere» ha detto Dr. Dre. Esagerato? Non tanto, se per Rick Rubin intendiamo l’uomo che nei primi anni Ottanta è stato fra i primi a intuire le potenzialità dell’hip hop, il guru barbuto che ha firmato i più grandi dischi metal degli ultimi 30 anni, il ragazzo che dal suonare punk alle feste del liceo è finito a produrre Jay Z, Aerosmith, Red Hot Chili Peppers, Metallica, AC/DC e qualsiasi altra band vi venga in mente.

Oggi, il giorno del suo 54esimo compleanno, gli facciamo la festa in cinque brani.

1. “It’s Like That” di Run-DMC


Nato nel 1963 sulle coste newyorchesi di Long Beach da padre grossista di scarpe e madre casalinga, Frederick “Rick” Jay Rubin ha ben chiaro fin da subito il suo obbiettivo di sfondare nella musica. Peccato però che i primi tentativi sono maldestri, quasi comici. Con la sua prima band, i Pricks, riesce miracolosamente a ottenere un concerto al CBGB, locale fulcro della scena punk newyorchese. Capendo l’importanza che potrebbe avere il live per la propria carriera, Rick e la sua banda di adolescenti agitati decidono di rendere leggendaria l’esibizione architettando a tavolino una rissa durante il concerto. D’accordo con la band, alcuni amici della band fra il pubblico danno inizio al putiferio alla seconda traccia in scaletta. Arriva persino il Rubin padre vestito da poliziotto a sedare la rissa farlocca: la scenetta sul momento riesce bene ma non sortisce l’effetto sperato.
Ai Pricks seguono poi gli Hose, altra formazione punk che avrà vita breve ma importante perché loro è la prima release assoluta della Def Jam Recordings, creata da Rick fra i banchi di scuola e a oggi una delle etichette rap più famose al mondo. Dal punk all’hip hop infatti il passo per il giovane Rubin è brevissimo: nel 1983 molla tutto per buttarsi a capofitto nella nascente scena underground dei quartieri storicamente più disagiati come Bronx, Queens, Harlem e Long Island. Nel 1984, ormai lanciato nell’avventura hip hop, Rick incontra Russell Simmons, un navigato promoter e manager di artisti, con cui darà una forma definitiva alla Def Jam. In appena un anno la label, che al suo interno vanta già nomi tipo Run-DMC, Public Enemy e Beastie Boys, raggiunge un successo tale da spingere la Warner Bros a finanziare Krush Groove, un film sulla storia della neonata Def Jam e i suoi manager. Qui Rubin interpreta la parte di sé stesso e ovviamente la maggior parte dei brani della colonna sonora porta la sua firma da produttore. It’s Like That dei Run-DMC è uno di questi.

2. “Party’s Gettin’ Rough” di Beastie Boys


Al di là degli spaventosi traguardi discografici, uno dei meriti che viene riconosciuto a Rick Rubin è, sì, di aver sdoganato l’hip hop al grande pubblico ma di averlo anche fatto gradualmente, con estrema astuzia, sfruttando un linguaggio già conosciuto come quello del rock e quindi dando vita a un nuovo genere che ricorrerà più volte nei vent’anni successivi: il crossover. Con Rubin, Michael “Mike D” Diamond, Adam “MCA” Yauch e Adam “Ad-Rock” Horovitz condividono le origini ebraiche, il passato punk e il crescente interesse per il rap. La loro sarà una delle collaborazioni più floride e di successo della carriera di Rubin, che nel 1984produce il loro primo singolo rap su Def Jam: Rock Hard. Il singolo stampato su disco da 12 pollici avrà vita breve per via del riconoscibilissimo campione di chitarra di Back In Black degli AC/DC che si ripete sul loop di drum machine, mai autorizzato dalla band di Angus Young e soci. Per chiedere spiegazioni dopo la lettera di diffida dagli avvocati della band australiana, Mike D chiama Malcolm Young in persona, che lo liquida con un: «Non abbiamo niente contro di voi, è solo che non appoggiamo il campionamento.» «Bene, allora noi non appoggiamo chi suona le chitarre» è stata la risposta di Mike. Quanto al lato B del singolo, Party’s Gettin’ Rough, è invece uno dei pochissimi dischi prodotti da Rubin in cui si sente la sua voce. Si tratta di un finto litigio fra i tre e i loro produttore, che li accusa di essere «un mucchio di straccioni idioti» (al minuto 7:45 del video qui sopra).

3. “Necrophobic” di Slayer


Le doti da fonico di Rubin sono quasi nulle. Sa a malapena usare un mixer e di certo tutti gli outboard e i processori di uno studio sono qualcosa di poco attraente per lui, cosa che lo rende un produttore anomalo. Il lavoro che fa Rubin in uno studio di registrazione è invece quello di stravaccarsi su un divano dello studio, preferibilmente piedi scalzi, maglietta bianca e bermuda neri, e iniziare sull’artista un lavoro quasi psicanalitico, cercando di capire i suoi punti deboli da evitare e quelli forti su cui invece fare leva. È una specie di manipolatore, con un fiuto allucinante per gli affari, un’attenzione estrema per i dettagli e una capacità persuasiva che è quasi leggenda. Fra i primi a cadere vittima del suo sguardo calmo e penetrante sono gli Slayer, che nel 1986 scelgono la Def Jam per il loro terzo disco, Reign In Blood. Reduci da un positivissimo Hell Awaits, i metallari californiani si ritrovano accerchiati dalle offerte adulatrici delle major, che si contendono l’esclusiva per il terzo disco. Fra queste c’è un’etichetta rap newyorchese, che sta vivendo un’epoca d’oro grazie a Beastie Boys, Run-DMC e famiglia ma che di fatto non ha mai pubblicato un solo disco metal. Eppure quel produttore barbuto a metà fra il guru e l’imprenditore riesce a convincere dapprima il batterista Dave Lombardo e poi la band con il precedente produttore Brian Slagel, che descriverà Rubin come «rappresentante di etichetta più appassionato fra tutti quelli che si sono presentati alla nostra porta». Il risultato è uno dei dischi più veloci e violenti degli Slayer.Necrophobic è un ottimo esempio.

4. “Suck My Kiss” di Red Hot Chili Peppers


I Red Hot Chili Peppers sono la band con cui Rubin ha avuto modo di collaborare di più in assoluto. Inizialmente, a differenza degli Slayer, sono i Red Hot ad avvicinare il produttore, chiedendogli di firmare il loro terzo disco. Ma è il 1987 e nella band regna il caos più totale. Il frontman Kiedis e il chitarrista Slovak sono intrappolati in un loop di eroina e alcool da cui purtroppo il secondo dei due non uscirà mai, morendo per overdose l’anno successivo. Rubin, spaventato all’idea di collaborare con artisti instabili, incostanti e poco focalizzati rifiuta l’offerta. Finito il contratto con la EMI e conducendo esistenze più “sobrie”, Kiedis e band riescono a convincere Rick a produrre il loro quinto Blood Sugar Sex Magik. Il barbuto convince la band a registrare e soggiornare per alcune settimane al Mansion, una villa nell’area di Laurel Canyon di proprietà di Rubin che pare sia appartenuta all’illusionista Harry Houdini e in cui sicuramente hanno soggiornato Mick, Jagger, David Bowie, Jimi Hendrix e i Beatles. Le voci che la casa sia infestata dai fantasmi non creano problemi alla band, fatta eccezione del batterista Chad Smith, che ogni giorno ritorna a casa dalla moglie in moto. Blood Sugar Sex Magik è il primo di sei album che Rubin firmerà per la band, aggiungendo al lavoro di produttore anche quello di compositore e arrangiatore.

5. “God Is Dead?” di Black Sabbath


Zuma Beach è una delle spiagge più grandi e famose della Contea di Los Angeles. Negli anni ’70, su una collina verdeggiante che sovrasta la spiaggia, The Band e Bob Dylan ci costruiscono uno studio di registrazione. Una specie di villetta dall’arredamento minimale, giardino a vista sul mare e studi attrezzati per registrare nel relax più totale e lontano da occhi indiscreti. Lo battezzano Shangri-La come il luogo immaginario immerso nella pace e la tranquillità dell’Himalaya descritto da James Hilton nel suo romanzo Orizzonte perduto. Dal 2011, Shangri-La è il rifugio spirituale di Rick Rubin, dove vive, medita e registra i suoi artisti senza mai doversi mettere delle scarpe ai piedi o un indumento che non sia una t-shirt bianca. Nel giardino, nascosto da una siepe, c’è ancora un vecchio tour bus usato da Bob Dylan, che il nuovo proprietario di casa ha riconvertito in studio addizionale. Qui, negli ultimi anni Rubin ha ridato luce ad artisti ingiustamente non più di moda, come Eminem e i Black Sabbath, che proprio quest’anno hanno dato addio ai palcoscenici con un tour che ha fatto scendere più di una lacrima. Il penultimo 13 è nato proprio fra queste mura.

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