Rolling Stone Italia

Birrette e metallo: il nostro report dal Sonisphere 2015

Meshuggah un po' in sordina, Mike Patton che insulta tutti in italiano e Lars Ulrich che cede la batteria a un fan. La nostra recensione del concerto di ieri ad Assago
I Metallica facevano ovviamente da headliner. Foto: Giuseppe Craca

I Metallica facevano ovviamente da headliner. Foto: Giuseppe Craca

Come si combatte il caldo infernale generato da migliaia di anime dentro un parcheggio di Assago (non proprio la migliore location per un festival), sotto il sole di giugno? Chiunque abbia mai messo piede a un evento come il Sonisphere lo sa: malto e luppolo fermentati. Nient’altro. Se vi presentate a un concerto metal con una t-shirt da metallaro, abbiate almeno la decenza di svarionare sotto il sole, ammorbando i vicini con frasi sconclusionate e improbabili analisi di mercato sull’industria discografica.
Come si conviene a chi, tecnicamente, è lì per fare la recensione del concerto.

Gojira
In due parole: I Metallica di 20 anni fa

Tutte le foto di Giuseppe Craca, tranne questa che è dell’autore e si vede.

Che la folla sia lì per i Metallica, non è un mistero. Per questo, se riesci nell’impresa di travolgere il pubblico in pieno pomeriggio (17) e con la metà delle risorse destinate agli headliner (impianto, fumo e anche pubblico), significa che stai giocando bene le tue carte. E così han fatto i francesi Gojira, incazzati come delle iene e tecnicamente impeccabili. Tanto che qualcuno per etichettarne il genere ha sentito il dovere morale di aggiungere un “Technical” al loro conclamato death metal.

La scaletta brani prevede un menu che spazia da vecchie hit a brani dall’ultimo Enfant Sauvage. Disco assurdo, dove Joe Duplantier (già basso dei Cavalera Conspiracy) ha dato ulteriore prova di meritare l’appellativo di “genio dei testi”. E poi i breakdown, davvero originali. Voto alto.

Meshuggah
In due parole: Next time, maybe


Ecco, se la mezz’oretta dei Gojira è volata via agile, lo stesso non si può dire dei Meshuggah. Calmi, era probabilmente la band in cui riponevo più speranze, ma forse questo entusiasmo si è ritorto contro a chi come il sottoscritto si aspettava un’esibizione (a rigor di line up) più sconvolgente di quella della band appena scesa dal palco. Ma così non è stato, complice anche un impianto che per frazioni di secondo saltava, creando dei minuscoli, fastidiosissimi vuoti tra i growl di Jens Kidman. Tutto ciò si è tradotto in una scarsa risposta del pubblico. «Prometto che andrà meglio di adesso!», rassicura il cantante, ed effettivamente la situazione migliora. Parte Bleed e tutti giù a pogare, ma nell’aria c’è il sentore che non sia stata la più grande esibizione degli svedesi finora.

Faith No More
In due parole: Sboccatamente casinisti


Nella pausa fra Meshuggah e Faith No More qualcuno urla «Free Bird!», la classica gag per stanare i brillantoni ai concerti. Un po’ come quelli che al primo numero estratto tuonano «Tombola!». In questo clima scanzonato, entrano sul palco i roadie. Portano abiti bianchi e trascinano muri di amplificatori Marshall, avvolti anch’essi da teli bianchi. E poi fiori i finti, tanti. Praticamente, mentre in sottofondo suonano colonne sonore di film anni Sessanta (da Henry Mancini a Ennio Morricone), sul palco del Sonisphere viene allestito il Festival di Sanremo 1969. Insomma, un’atmosfera surreale, delirante, tenuto conto che 5 minuti prima c’erano i Meshuggah.

I Faith No More aprono i giochi con Motherfucker, in abiti di lino bianco e collanine hippie. Tra una traccia e l’altra, la faccia di bronzo (per non dire altro) di Mike Patton sfoggia il suo italiano risicato, apostrofando tutte le imprecazioni che gli balzano in mente. Tra le tante, «Pirla!», «Mavaffanculo!» o «Devi imparare l’italiano, cazzo!» come rimprovero al chitarrista, Jon Hudson.

Ad ogni modo fa piacere notare che i quasi 18 anni di ibernazione hanno amplificato la voglia di tornare a dimenarsi sul palco. Sono sempre quelli di The Real Thing (suonare Epic era d’obbligo), ma con qualche chilo in più e qualche capello in meno. Proprio come il pubblico, perlopiù sopra i trenta.
«Ci vediamo alla trattoria di fronte, paghiamo noi. Mavaffanculo, va’!», conclude così Patton, prima che entrino in scena gli headliner.

Metallica
In due parole: Bravoni ma il plettro non lo voglio

Alla fine, chi te lo fa fare di uscire con un nuovo album, se la gente che riempie i tuoi concerti vuole sentire solo i primi cinque? Questa è più o meno la filosofia dei Metallica degli ultimi 7 anni. Ogni scusa è buona per rimandare gli impegni discografici, conviene piuttosto puntare su tour immensi a suon di vecchie hit e andare sul sicuro. Tutto giusto, tutti contenti.

Con una mezz’ora di ritardo, sui megaschermi appaiono finalmente segni di vita. È il classico intro di sempre, The Ecstasy of Gold di Morricone de Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo sopra alle scene finali con Tuco nel cimitero, alla ricerca disperata della lapide con sopra il nome di Arch Stanton. Brividoni.

Senza che nessuno se ne accorga, Hetfield e banda attaccano a 300 all’ora con Fuel. Fumo, giochi di luci e megaschermi che proiettano immagini in diretta in rapidissima sequenza: livelli di epicness un po’ pacchiana a cui non si è più abituati. E poi le varie For Whom the Bell Tolls, Disposable Heroes e Metal Militia. Insomma, sono le classiche armi da concerto che i quattro portano sui palchi da almeno vent’anni, con l’aggiunta di qualche mossa di marketing qua e là, tipo il primo piano sul plettro.

Chiaramente le cartucce più grosse vengono sparate sul finire delle due ore previste per il live, che si conclude in bellezza con Nothing Else Matters e Enter Sandman, da cantare a squarciagola manco fosse la festa d’istituto delle superiori. Con la differenza che non ci sono bidelle a confiscarti la birra.

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