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Red Hot Chili Peppers, Flea racconta la sua battaglia contro la dipendenza

Il bassista ha scritto un articolo per il 'Time' per parlare di droga, antidolorifici e di come è riuscito a smettere. «È una malattia crudele».

Flea, il bassista dei Red Hot Chili Peppers, ha scritto un lungo articolo per Time intitolato The Temptation of Drugs Is a Bitch: ha raccontato la sua battaglia con le dipendenze e della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti.

«Ho avuto a che fare con l’abuso di sostanze sin dal giorno della mia nascita», ha scritto. «Ho visto morire tre dei miei migliori amici prima che festeggiassero il loro 26esimo compleanno, e io stesso ci sono andato vicino più di una volta. Diventare padre, però, è stata una rivelazione: ho capito che dovevo prendermi cura di me stesso e, nel 1993, a 30 anni, ho finalmente accettato che la droga stava distruggendo la mia forza vitale. Ho smesso per sempre. La tentazione, però, è una vera stronza».

Il bassista, poi, ha spiegato come ha sconfitto la sua dipendenza. «Posso meditare, fare esercizio, pregare, andare dallo psicologo, lavorare con pazienza e umiltà a tutti i problemi delle mie relazioni; oppure posso beccare uno spacciatore, comprare 50$ di roba e risolvere tutti i miei problemi in un minuto. Ho imparato a essere grato per tutto il mio dolore. E questo modo di ragionare mi ha aiutato a sopravvivere alla tentazione».

Gli antidolorifici non solo annullavano il mio dolore fisico, ma anche tutte le mie emozioni.

Flea, infine, ha raccontato di un’esperienza recente con l’Ossicodone, e di come la comunità medica renda facile diventare dipendenti dagli oppiacei. Gli spacciatori, scrive Flea, «si sono trasformati da criminali armati in fornitori di assistenza sanitaria». «Alcuni anni fa mi sono rotto un braccio facendo snowboard, ho dovuto sottopormi a un’operazione importante. Il dottore mi ha rimesso in sesto alla perfezione, ed è solo grazie a lui che posso ancora suonare il basso con tutto me stesso. Allo stesso tempo, però, mi ha prescritto abbastanza Ossicodone per due mesi», ha scritto.

«La confezione diceva di prendere quattro pillole al giorno. Ero sempre strafatto: le medicine non solo annullavano il mio dolore fisico, ma anche tutte le mie emozioni. Ne prendevo solo una, ma non riuscivo comunque ad essere presente per i miei figli, il mio spirito creativo era sparito e mi sentivo depresso. Ho smesso dopo un mese, ma non avrei avuto nessuna difficoltà a farmene prescrivere ancora».

Il bassista, infine, ha spiegato cosa c’è che non va nell’industria farmaceutica statunitense. «Ci sono casi, è ovvio, in cui gli antidolorifici sono necessari. Ma fa il medico dovrebbe essere più accorto. È altrettanto ovvio che ogni prescrizione del genere andrebbe accompagnata da un lavoro di monitoraggio, da una strada di riabilitazione per chiunque dovesse diventare dipendente. Le grandi aziende farmaceutiche potrebbero pagare per tutto investendo una piccola parte dei loro profitti».

«La dipendenza è una malattia crudele, e la comunità medica, insieme al governo, dovrebbe aiutare chi ne ha bisogno».

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