Red Bull Music Academy: cazzotti e bauhaus a Berlino

Siamo stati nella capitale tedesca per il ventesimo anniversario dell'Academy, tornata dove tutto è partito tra sintetizzatori giganti, eiaculazioni gonfiabili e varchi temporali.

Un ballerino contorsionista ammicca con il pubblico, strizzando gli occhi coperti da un fitto mascara, mentre la performer transgender si tuffa in una spaccata da far tremare la migliore Nadia Comăneci. Dall’alto le mastodontiche travi in acciaio del Velodrome di Berlino sorvegliano silenziose, mentre il Red Bull Music Culture Clash trasforma l’ufo parcheggiato a Prenzlauer Berg in un gigantesco carnevale, tra fiamme, bambole gonfiabili e una maldestra scazzottata.

Quattro crew, quattro stili musicali diversi, ognuno a far tuonare l’impianto che separa i quattro palchi disposti in circolo, l’uno di fronte all’altro, rispettivamente dominati dai cafonissimi Jugglerz, i ghetto gangsta Die Achse, i rocciosi Betty Ford Boys o la sedicente “gender crew” formata dai Revolution No 5. I round, manco a dirlo, sono quattro: una manciata di minuti in cui distruggere gli avversari a suon di dissing, rime, ballerini, beat e tutto ciò che la cultura dei culture clash giamaicani mette a disposizione.

Il Velodrome di Berlino durante il Culture Clash per il Red Bull Music Festival // Dirk Mathesius/Red Bull Content Pool //

Favoritissimi alle previsioni, i rapper dei Die Achse si presentano in scena come meglio non potrebbero, accompagnati dal fragore metallico di un mitra – il campione più abusato dai ragazzi alla consolle – mentre sullo sfondo corrono visual in equilibrio tra l’estetica vaporwave e una crisi epilettica collettiva. Fra tutte le crew questo manipolo turco-teutonico sembra la più convincente: catenoni, griglie dentali, tatuaggi facciali e, soprattutto, il borsello, accessorio maschile tornato prepotentemente in voga con lo tsunami trap e di cui nessun membro dei Die Achse sembra poter fare a meno, compresi i super ospiti portati sul palco – e osannati dalla platea – Nimo e Gringo.

Secondi ai punti eleganza i Jugglerz, che del reggaeton alemanno hanno fatto il loro cavallo di battaglia, mentre sullo stage difronte il carrozzone LGBTQI dei Revolution No 5 sembra inarrestabile. A prescindere dalle ballerine Hoe_mies che paiono uscite da un catalogo primavera-estate, lo show messo in piedi da Revolution No 5 vince a mani basse perché talmente oltre la logica da valicare qualsiasi possibilità di giudizio. Prima una versione tedesca e vietata ai minori della Dark Polo Gang entra in evidente stato lisergico – con i due più alterati che limonano duro mentre la cantante del trio urla all’autotune slogan femministi – poi ballerini seminudi con maschere a forma di prepuzio e acrobati potenziate da sex toys laser anticipano l’arrivo di Peaches che, in topless, fa il suo ingresso a bordo di un mastodontico fallo gonfiabile da cui inonda maliziosamente la platea con litri di stelle filanti spray bianche, direttamente eiaculate dal suddetto fallo.

Revolution No 5



L’orgasmo gonfiabile è un trionfo, il pubblico travolge l’applausometro e il trofeo è nelle mani dei Revolution No 5, ma il premio della critica, almeno per chi scrive, va ai Betty Ford Boys, la quarta e apparentemente più anonima crew. Sono loro, infatti, a regalare alla fazione più indiamantata, impellicciata e convinta della platea il vero momento street credibility della serata, con buona pace per i borselli dei Die Achse. Probabilmente travisando la campanella con cui la presentatrice scandisce i vari round, i Betty Ford Boys sembrano dimenticarsi che il fil rouge del Culture Clash sono i dissing tra crew – ovvero gli sfottò da un palco all’altro – irrompendo durante il set dei Jugglerz con un bel dritto indirizzato al frontman, reo di aver bonariamente ‘accusato’ i nostri di essere arrivati al Velodrome in Flixbus invece che a bordo delle super car ostentate su Instagram. Per i Betty Ford l’affronto al thug life è imperdonabile, ma la tentata vendetta è piuttosto scarna, risolvendosi in un pugno da giocatore di Playstation seguito da una squalifica a furor di popolo. Peccato, sarebbero comunque arrivati ultimi.

Di tutt’altro registro l’approdo sulle rive dello Sprea, fra le titaniche mura della Funkhaus, un tempo casa dell’emittente radiofonica della DDR per un complesso di edifici che costellano un’area di 135.000 m², praticamente il corrispettivo bauhaus della reggia di Versailles. «Quando costruivano edifici statali a Berlino Est – ci spiega la nostra guida – li costruivano appositamente in grande, qui ogni cosa doveva essere più grande di ciò che normalmente veniva considerato grande». Insomma, una gara di chi piscia più in là che il governo sovietico a Berlino scandiva a ritmo di mattoni e cemento. Abbandonata per decenni, la Funkhaus negli ultimi anni è tornata cardine della città, ma è con il ventennale della Red Bull Music Academy che questo formicaio di studi di registrazione e sale prove è stato trasformato in un varco temporale.

I partecipanti alla Red Bull Music Academy di Berlino

Per celebrare le nozze di porcellana con la musica, Red Bull è tornata nella città da cui tutto era partito nel 1998, ristrutturando l’intera ala B della Funkhaus, fino a pochi anni fa abbandonata al tempo, riportando così le imponenti sale ai fasti del progetto originale concepito da Franz Ehrlich. Un team di designer berlinesi ha ridisegnato l’arredamento, utilizzando pezzi originali di epoca bauhaus tirati a lucido, e dando nuova vita alle dorature che intarsiano il legno della Saal 1 o del luminoso foyer circondato da vetrate. Alle pareti decine di opere d’arte selezionate dal gallerista Johann Köning per un racconto in pittura della Berlino anni ’80, una città sospesa tra l’ombra del muro e le luci del Dschungel club. «È ironico pensare come durante la DDR questo posto fosse proibito al pubblico, mentre ora è diventato il simbolo dello scambio culturale e artistico fra i diversi paesi», continua la guida.

Uno studio della Red Bull Music Academy.

Ma il cuore del progetto è altrove, nella scuola vera e propria, la Red Bull Music Academy che ogni anno ospita 60 artisti in tutto il mondo, selezionati dopo un processo lungo circa un anno, per un mese di immersione totale nel suono, tra studi di registrazione presi direttamente dall’Iperuranio e seminari a stretto contatto con chi, nella musica, ha scritto pagine indelebili. Fra i banchi (mixer) dell’Academy sono passati nomi divenuti poi giganti – Nina Kraviz, Flying Lotus, Axel Boman, Dorian Concept, Aloe Blacc, Blackcoffee o il fondatore di Teenage Engineering, David Eriksson, per citarne alcuni – mentre l’elenco delle lectures sembra Le mille e una notte della musica contemporanea: la prima, sempre a Berlino nel 1998, con l’alieno Jeff Mills, e poi Dave Smith, Bob Moog, Brian Eno, Erykah Badu, Gilberto Gil, Steve Reich, Derrick May, Laurie Anderson, Modeselektor, Four Tet e via dicendo.

La lecture di Larry Gold alla Red Bull Music Academy di Berlino

Sale d’incisone in legno, altre in pietra, tutti gli strumenti disposti esattamente perché la rifrazione sonora sia cristallina, dai pianoforti ai sintetizzatori analogici. «Essere qui per me è un sogno ma allo stesso tempo molto stressante, abbiamo così tanto a disposizione e così poco tempo per realizzare i lavori migliori della nostra vita – racconta Perel, un’artista selezionata per l’Academy berlinese, mentre, tra Moog Voyager e Roland Juno 106, ci avviamo verso la Saal 2 per la lecture di Larry Gold, leggendario arrangiatore e padre delle orchestrazioni che hanno definito la black music, da Back Stabbers degli OJ’s fino a Cry Me a River di Justin Timberlake o Flashing Lights di Kanye West – «Per Kanye ho composto anche la colonna sonora della proposta di matrimonio a Kim Kardashian: aveva chiamato l’intera filarmonica di San Francisco a suonare una versione per archi di Born To Die, all’epoca canzone preferita di Kim, canzone che tra l’altro avevo arrangiato io», racconta Gold sorridendo difronte alle decine di presenti, tutti appesi alle sue labbra.

Tornando verso Frankfurter Tor ci passa accanto uno dei tram elettrici della città, rivestiti da Red Bull per festeggiare i vent’anni di Academy – alcuni trasformati in 808 o in 303, altri in Push o in MK3. Nel frattempo il weekend comincia ad affacciarsi, accolto da centinaia di Club Mate e Berliner Kindl stappate nelle miriadi di Späti che puntellano ogni angolo della capitale tedesca. Il Tresor con il suo gigantesco sequencer o Kode9, che il giorno dopo suonerà insieme a Kōji Morimoto al Miskbrauerei, e ancora Robot Koch al Zeiss-Grossplanetarium o la lecture di Pusha T al Kino e, infine, la grande chiusura, dove si brinderà ai vent’anni di Academy, con una lattina di Red Bull in mano, aspettando l’alba per essere rimbalzati al Berghain e tornare a casa in Flixbus.