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Radiohead, i diari di ‘OK Computer’ (parte III) | parte II

Il terzo capitolo del nostro viaggio attraverso i quaderni su cui Thom Yorke vent'anni fa scriveva le ossessioni e le paranoie che diedero vita a ‘OK Computer’

I Radiohead a New York. Da sinistra: Colin Greenwood, Ed O'Brien, Jonny Greenwood, Thom Yorke, Philip Sellway

St.Catherine’s Court si trova a Bath, circa 180 chilometri da Londra. È un castello costruito da un monaco nel 950 a.C., e ampliato nel corso dei successivi mille anni fino a diventare una delle residenze private più spettacolari d’Inghilterra. «Lo sogno ancora di notte», dice l’attrice Jane Seymour, una delle precedenti proprietarie. Nel 1996 i Cure lo hanno affittato per registrare l’album Wild Mood Swings nell’enorme sala da ballo al centro del castello: «Quella sala ha un riverbero di quattro secondi», racconta Seymour. «Il compositore John Barry mi ha detto: “Non arredarla: non hai idea di quanto sia prezioso un spazio vuoto del genere”».

Un luogo maestoso, perfetto per i Radiohead, che lo scelgono per registrare Ok Computer. Siamo nel pieno dell’era pre-Napster, l’industria discografica naviga nell’oro e, grazie alle vendite di The Bends in Inghilterra e al supporto della critica americana, la EMI stanzia per i Radiohead un budget importante. «Ci hanno detto: fate quello che volete e noi vi appoggeremo. Una situazione fantastica».

Thom Yorke Radiohead Rolling Stone

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Passano sei settimane chiusi a St.Catherine’s Court, e presto si rendono conto di un altro elemento folkloristico del castello: forse è infestato dai fantasmi. La figlia illegittima di Enrico VIII, Ethelreda Malte, è morta in una delle stanze nel 1599, e a quanto pare non se ne è mai andata. Jonny Greenwood dorme in quella che era la stanza dei bambini: «Circondato da inquietanti bambole rotte e cavallucci a dondolo. Si sentivano continuamente voci».

A Thom Yorke va peggio: «I fantasmi mi parlavano mentre dormivo», dice quasi divertito, «una mattina mi sono svegliato dopo aver sentito voci per tutta la notte e ho deciso di tagliarmi i capelli». Ci prova con le forbici di un coltellino tascabile, e non gli riesce bene: «Mi sono ferito più volte. Quando mi hanno visto, gli altri hanno chiesto: “Tutto bene?”. E io ho risposto: “Che c’è che non va?”. Phil si è offerto gentilmente di rasarmi». Il vero fenomeno sovrannaturale però è la musica che la band sta registrando: «Le stelle si sono allineate per creare una magia», dice Ed O’Brien, «è andato tutto al posto giusto».

Eravamo convinti di fare un disco simile a ‘Bitches Brew’. Avevamo quel genere di arroganza

Prendono ispirazione da una lista di alcuni dei migliori album di tutti i tempi: Pet Sounds dei Beach Boys, What’s Going On di Marvin Gaye e soprattutto Bitches Brew di Miles Davis, che ascoltavano sempre sul tour bus. «Eravamo decisamente presuntuosi» dice Jonny, «eravamo convinti di fare un disco simile a Bitches Brew, anche se nessuno di noi aveva mai suonato la tromba».

Sono anche particolarmente sprezzanti nei confronti della scena rock inglese di quegli anni, ben prima che i fratelli Gallagher cominciassero a insultarli per la loro ottima educazione definendoli «una band di studenti».

«Per noi il Britpop era solo revival anni ’60 che si era trasformato in una parodia. Se imbocchi quella strada può succedere tutto, anche diventare una band di jazz Dixieland», dice Jonny. Thom Yorke è più diretto: «Il Britpop mi faceva incazzare. Lo odiavo. Guardava solo al passato, e io non volevo averci niente a che fare».

Il tecnico del suono di The Bends, Nigel Godrich, assume il ruolo del produttore (anche se non viene citato su Ok Computer. Lo sarà in tutti gli album successivi dei Radiohead, e di molti altri tra cui Beck e Paul McCartney). Godrich è ambizioso e coraggioso almeno quanto loro, e riconosce subito la grandezza dei Radiohead: «Erano la band dei miei sogni. Non avevano limiti, non facevano quel rock’n’roll da primitivi. Erano concettuali, avevano idee di alto livello, guardavano avanti in termini di suoni. E scrivevano bellissime canzoni. Andavamo nella stessa direzione».

La band nutre anche una certa ostilità nei confronti del progressive rock anni ’70 («Non mi piacciono nemmeno i Pink Floyd», dice Ed O’Brien), ma questo non gli impedisce di reinventare il genere nei sei minuti e mezzo di Paranoid Android, che Thom Yorke descrive come «un incrocio tra Bohemian Rhapsody e Happiness Is a Warm Gun». «Il problema della musica prog», dice Jonny, «è che sembra sempre troppo ragionata, e alla fine ti stanca. E poi c’è quella atmosfera pastorale, e tutti quei discorsi sugli unicorni e i dinosauri».

In alcuni pezzi i Radiohead rinunciano anche a suonare dal vivo. Il primo brano, Airbag, si basa su un loop distorto della batteria di Selway, mentre nell’inquietante Karma Police Thom Yorke cerca di spostare ancora oltre il limite. Una sera, mentre bevono una birra insieme, confessa a Nigel Godrich che la seconda parte del pezzo non gli piace, e senza dirlo agli altri i due fanno dei loop di campioni sonori e creano una base musicale completamente nuova, con la voce di Thom Yorke sopra che si dissolve in un vortice di rumori, l’equivalente elettronico del finale di A Day in the Life.

Il monologo che fai continuamente con te stesso è poco sano. Devi fare un passo indietro, io ci ho messo molto tempo

«Non avevamo mai fatto niente del genere prima: io e lui in studio da soli e un elenco di cose da fare, alcune buone e altre no», ricorda Godrich. Un nuovo modo di lavorare che apre la strada alle escursioni elettroniche di Kid A e oltre insieme a una serie di conflitti all’interno della band da cui nascono progetti solisti.

Per Fitter Happier Thom usa un Macintosh LC II che legge il suo testo con un tono piatto e privo di emozione, con tanto di errori di pronuncia. Il risultato è un elenco di consigli pratici (“Niente più cene riscaldate al microonde e grassi saturi”) e inquietanti (“Non uccidete le farfalle e non versate acqua bollente sulle formiche”) che sottolinea alla perfezione il tema centrale dell’album.

Ok Computer termina con The Tourist e una strofa ripetuta più volte: “Hey amico, rallenta”. «Quando ho scritto quelle canzoni andava tutto sempre più veloce. Avevo la sensazione di guardare fuori dal finestrino e vedere le cose passare così in fretta da non riuscire neanche a distinguerle. Un giorno ero in Germania, non avevo dormito bene ed ero in paranoia. Sono uscito per cercare qualcosa da mangiare e non ho trovato niente, e c’era questo cane che mi abbaiava contro. Tutti camminavano di fretta e io stavo lì a fissare il cane, e mi è venuta in mente la frase “Hey amico, rallenta”. Sembra riferita alla tecnologia, ma non è così».

Alla fine l’investimento della loro etichetta discografica non ripaga come quello di The Bends: «Si aspettavano un album pieno di singoli radiofonici», racconta il loro manager Chris Hufford, «che vi frega dei fottuti singoli? Basta ascoltare per capire che è un lavoro meraviglioso». È quello che fanno i critici e i fan, lanciando Ok Computer verso due dischi di platino in America.

A questo punto, i Radiohead hanno raggiunto un livello a cui molte altre band non si sono mai nemmeno avvicinate, ma non sanno come affrontare la reazione entusiasta: «All’inizio non ci credi. Poi capisci di aver fatto un gran disco», dice Ed O’Brien. Phil Selway aggiunge: «Ti viene voglia di tapparti le orecchie per tenere fuori tutto. Eravamo diffidenti, soprattutto dopo quello che era successo con Creep. Ogni situazione ha il suo risvolto della medaglia».

Thom Yorke sul palco dell’ultimo Coachella

All’inizio del tour di Ok Computer, i Radiohead accettano la proposta del regista Grant Gee di girare un documentario. Gee decide di raccontare il loro mondo usando solo una telecamera a mano Sony PC-100, e nel maggio 1997 inizia a girare Meeting People is Easy (“incontrare le persone è facile”, un titolo quantomeno ironico). «Non avrebbe creato problemi a una band in grado di gestire le critiche e il peso della fama. Ma fin da subito ho avuto la sensazione che loro non fossero così».

Thom Yorke in particolare: «A volte era divertente, ma quello che non riuscivo a sopportare era il modo in cui la gente mi fermava per strada. David Bowie era bravissimo a creare personaggi e a usarli per interagire con i fan, lo faceva in modo elegante e raffinato. Io non ero capace».

Parte IV

(L’intervista completa sul numero di Rolling Stone in edicola)

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