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R.E.M.: 10 cose che non sapevi su ‘Automatic for the People’

Dalla collaborazione di John Paul Jones dei Led Zeppelin fino alla visita di Meg Ryan, ecco i segreti del capolavoro del 1992 a 25 anni dalla sua uscita

All’inizio degli anni ’90 i R.E.M. erano una specie in via d’estinzione: una band rock di successo, sì, ma con l’integrità intatta. Nei dieci anni precedenti erano riusciti a trasformare il trionfo delle loro hit in qualcosa di più grande, riempiendo gli stadi senza svendersi e, nel 1991, non avevano niente da dimostrare. Con l’esplosione del grunge, poi, hanno potuto regalare il ruolo di “band generazionale” ai colleghi dei Nirvana, così da potersi dedicare all’introspezione e alla ricerca di ispirazioni diverse. Nel 1991 potevano finalmente fare musica solo per loro stessi.

Il risultato? Il loro disco più maturo e malinconico, Automatic for the People. L’ottavo album della band di Michael Stipe è una crisi di mezza età messa sul pentagramma: brani sulla morte (Sweetness Follows), nostalgia surreale (Man of the Moon) e capolavori come Try Not to Breathe. La band pensava che il disco non fosse abbastanza uptempo, che non avesse potenziali hit; è diventato quattro volte disco di platino.

Oggi è il 25esimo anniversario dell’uscita – e presto arriverà la ristampa speciale -, l’occasione giusta per raccontarvi le 10 cose che probabilmente non sapevate su questo capolavoro.

Le demo sono state registrate senza Michael Stipe

I R.E.M. si sono riuniti ad Athens, in Georgia, per lavorare al nuovo album. La prima fase di composizione, però, è stata fatta tutta senza il cantante e autore dei testi. Per trovare l’ispirazione i restanti membri della band si sono scambiati gli strumenti, un espediente che aveva già funzionato per Out of Time. Bill Berry si è piazzato al basso, Mike Mills alle tastiere e Peter Buck al mandolino. Con questa strana formazione si sono lanciati in session intensive di brainstorming. «Scrivevamo un pezzo il giovedì, lo registravamo di notte e non lo suonavamo più», ha spiegato Buck. «Prima di entrare in studio avevamo 25 canzoni».

I primi giorni di session avevano dato vita a una manciata di bombe rock aggressive, composizioni sulla falsariga di quanto fatto con Document nel 1987. Solo Ignoreland è sopravvissuta alla scrematura. Con il passare del tempo l’umore delle composizioni è cambiato. «Ci siamo ritrovati a lavorare più a lungo sui brani più strani, morbosi», ha aggiunto Buck. Le melodie di Man of the Moon e di The Sidewinder Sleeps Tonite sono nate così. Alla fine dell’anno Stipe ha ascoltato gli strumentali e si è accorto subito del cambio di stile. «Cosa ho pensato? That’s fucking weird», ha detto a Rolling Stone nel 1992.

Il titolo è ispirato a un ristorante fast-food di Athens

Il titolo proposto da Buck era Unforgettable, una citazione ai duetti di Natalie Cole e Nat King Cole. La seconda opzione era Think Tank Decoy, poi Star. Alla fine hanno optato per Automatic for the People: sembrava un commento sarcastico sullo status della band, sul disagio di essere mainstream. In realtà è stato scelto per ragioni sentimentali: era lo slogan di Weaver D’s Delicious Fine Food, un ristorantino di Athens dove la band andava spesso a mangiare. La frase era stampata su un palazzo verde lime, sotto si leggeva “il miglior ristorante soul del Sud!”. Lo staff rispondeva “Automatic!” dopo aver raccolto le ordinazioni. Era un titolo perfetto. «Sembrava volessimo dire: “Ecco un po’ di canzoni, speriamo che vi piacciano”», ricorda la band.

Si sente Stipe ridere della sua pronuncia di The Sidewinder Sleeps Tonite

È uno dei pochi momenti comici di un album particolarmente contemplativo: The Sidewinder Sleeps Tonite deve molto al classico dei Tokens, così tanto che i R.E.M. hanno pagato i diritti e registrato una vera e propria cover nel lato B del singolo. «Abbiamo inserito il brano in Automatic per spezzare con il mood di tutto il resto della scaletta», ha spiegato Buck. «L’album parla della mortalità, del passaggio del tempo, del suicidio… ci sembrava giusto inserire un momento più luminoso».

Il fascino del brano sta tutto nell’incomprensibilità del testo, soprattutto per colpa dello stile vocale di Stipe, che trasforma “Call me when you try to wake her up” in “Calling Jamaica”. Stipe rideva molto delle sue difficoltà, come potete sentire skippando direttamente a 2:33. «Io non so di cosa parli il testo», diceva Buck ridendo. «Sono solo un fan».

Star Me Kitten è colpa di Meg Ryan

«Quella è una canzone d’amore davvero perversa», ha spiegato Buck. «E non parla di gatti!». Il pezzo è stato scritto in 10 minuti, in sala prove. Ma è durante le registrazioni in studio che il brano ha preso davvero vita: «Volevamo fare un brano con il sound di I’m Not in Love dei 10cc», ha detto Mills.

Il titolo è stato cambiato in Fuck Me Kitten durante il mix, ma è Meg Ryan che ha proposto la versione finale. «Meg è arrivata e si è subito innamorata del brano, poi ha spiegato che nel suo paese un brano con “Fuck” nel titolo non sarebbe mai arrivato nei negozi», ha raccontato Buck a Rolling Stone. La band non voleva l’adesivo Parental Advisory sull’album, quindi ha cambiato ancora il titolo in Star Me Kitten.

Il brano ha avuto una strana rinascita nel 1996, grazie all’album Songs in the Key of X ispirato a X-Files. Qui i R.E.M. si sono fatti aiutare da William S. Burroughs, che ha riscritto il testo. Il risultato? Un brano adatto ai nightclub dell’epoca di Weimar.

Nightswimming è stata registrata con il pianoforte di Layla

Il testo del penultimo brano dell’album è stato scritto prima della musica. Le parole di Stipe evocavano le notti d’estate e i primi concerti in Georgia. «In Athens la gente era povera, nessuno aveva l’aria condizionata e ai concerti la temperatura era assurda», ha detto. «Suonavamo in questo club, il Ball Pond. Dopo i concerti ci toglievamo i vestiti e andavamo tutti a nuotare».

Per Stipe, però, il testo non è tanto autobiografico quanto un tentativo di descrizione impressionista di quell’epoca senza problemi. «Il brano parla dell’estate come se fosse l’eternità, di quel tipo di innocenza e di come ci si aggrappa a qualcosa che è inevitabilmente perduto. Ci sono elementi autobiografici, certo, ma la maggior parte è frutto della mia fantasia».

Il testo è piaciuto così tanto alla band che c’è stata una vera e propria gara per chi avrebbe scritto la musica. A spuntarla è stato Mills, che ha scritto il tema «sul pianoforte dei Criteria Studio, lo stesso dove Jim Gordon ha registrato Layla».

Monty Got a Raw Deal parla di Montgomery Clift

La maggior parte dei fan dei R.E.M. è convinta che il brano sia dedicato a Monty Hall, il leggendario presentatore di Let’s Make a Deal. In realtà il protagonista è Montgomery Clift, la star di From Here to Eternity, un attore talentuoso ma tormentato dalla sua omosessualità e dal desiderio di privacy. Clift è stato sfigurato dopo un incidente d’auto, nel 1956: le cicatrici sono guarite lentamente, e Clift è caduto nella tossicodipendenza. È morto a 45 anni.

Stipe ha scritto il testo dopo aver incontrato un fotografo che aveva scattato le foto sul set di The Misfits, uno degli ultimi film di Clift. «Ci ha raccontato tutta la sua storia», ha detto Buck a Rolling Stone. «Non so quanto ci sia di vero nel pezzo, ma quelle immagini hanno ispirato Michael».

John Paul Jones ha arrangiato gli archi in quattro brani

Stipe non è riuscito a registrare Everybody Hurts con Patti Smith, ma è riuscito a convincere John Paul Jones a scrivere l’arrangiamento per archi di quattro brani. La band e Jones si sono incontrati per le registrazioni, l’orchestra era diretta da George Hanson. «Lavorare con John Paul Jones è stato fantastico», ha detto Buck. «Conosce ogni strumento, è un grande arrangiatore e una persona fantastica».

Il testo di Man on the Moon è stato scritto all’ultimo momento

Buck, Mills e Berry erano molto orgogliosi di uno dei primi brani scritti nelle session pre-Stipe, uno strumentale acustico dolce ma dal ritornello quasi ascetico. Il titolo originale era C to D Slide – chiaro riferimento al passaggio di accordi -, e Stipe non riusciva a scrivere il testo. «Non riusciva a pensare a niente, ma eravamo troppo contenti del pezzo per scartarlo», ha detto Buck. «Si è ritirato per una settimana, doveva scrivere quel testo».

«La pressione era immensa, dovevo scrivere per un brano che la band amava», ha raccontato Stipe. «Avevamo già registrato l’album e non sapevo cosa scrivere. Ho chiesto alla band di darmi qualche giorno, volevo girare per Seattle e cercare l’ispirazione. Ho scritto un pezzo proprio sulle mie camminate, Man on the Moon». Il testo sembra una poesia ritrovata per caso, con tutti quei riferimenti ad Andy Kaufman – e ai rumor sulla sua finta morte – e a cospirazioni di ogni tipo, giochi da tavolo e chi più ne ha più ne metta. Stipe non si è mai sbottonato più di tanto, «il pezzo non ha nessun significato particolare, alla fine è un pezzo su Andy Kaufman».

Stipe ha presentato il testo alla band, che ha chiesto di non cambiare neanche una virgola. Hanno registrato il brano lo stesso giorno in cui hanno consegnato il master all’etichetta.

Il video di Everybody Hurts è stato girato dal figlio di Ridley Scott

«Quando abbiamo scritto quel brano ci sembrava orribile», ha detto Mills. «Ci sono volute diverse settimane per venirne a capo, per fortuna ci è venuto in mente Otis Redding e le sue ballad». Il pezzo è stato scritto da Berry, ma paradossalmente non suona quasi nulla nella versione registrata.

Everybody Hurts è stato pubblicato come singolo nel 1993. Il video è stato girato da Jake Scott, il figlio del leggendario regista di Blade Runner. L’idea era una citazione a 8 ½ di Fellini, all’ingorgo che apre il film e ai monologhi del suo protagonista. La clip ha fruttato alla band l’MTV Video Award e molti hanno notato il talento attoriale di Stipe. «Michael è il migliore artista con cui ho lavorato, nonostante sia così insicuro», ha detto il regista a Spin due anni dopo. «Si sentiva esposto e vulnerabile, ma era esattamente quello che volevo per il video. Non conosco nessuno con la sua capacità di mostrarsi spaventato di fronte a una telecamera».

I fan erano convinti che Stipe fosse in punto di morte

Il gigantesco tour di supporto a Green aveva lasciato la band senza energie. Ed è per questo che non hanno voluto ripetere l’esperienza con Out of Time e Automatic for the People. La decisione, però, ha generato il rumor che Stipe avesse l’AIDS e fosse in punto di morte. Il cappellino indossato ai Grammy del 1992 – “White House – Stop AIDS” – sembrava molto più che una conferma, per non parlare di quell’album così incentrato sulla morte.

All’epoca si sapeva poco della malattia, e molti si lasciavano andare all’isteria. Mills si è affrettato a smentire, «tutte stronzate», ma è Buck che si è innervosito di più. «Che ti devo dire? Abbiamo fatto tutti il test», ha detto a Rolling Stone. «Ma sono fatti nostri, e non me ne frega niente di cosa pensa la gente. So per certo che Michael ha fatto il test due mesi fa, e sta benissimo».

Stipe, dopo aver assunto un detective privato per scoprire da dove venisse quel rumor, ha poi deciso di non dare importanza alle notizie. «Ho deciso di non rispondere. In primo luogo, era gossip senza senso; poi non volevo stigmatizzare l’AIDS dicendo che non aveva niente a che fare con la mia vita». Due anni dopo ha parlato della sua sessualità durante un’intervista con Q. «L’isteria per l’AIDS si è diffusa tra la gente dei media e tra chi aveva una sessualità privata. Tutti quelli con un aspetto smunto erano improvvisamente malato».

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