«Troppa gente mi considera quello delle ballate», dice Phil Collins in una nuova intervista realizzata da Mojo in occasione dell’ingresso del musicista nella Rock and Roll Hall of Fame e della prossima pubblicazione del box set dedicato al disco solista dell’81 Face Value, quello di In the Air Tonight. C’è in lavorazione anche un documentario. «Ho gusti più ampi», dice, ma sa che molti lo associano a pezzi lenti come Against All Odds e One More Night. «Ora non sono in grado di suonare nulla, ma in ogni caso non sono mai stato in grado di suonare parti complicate».
Nell’intervista si ricorda il momento peggiore quando «tempo fa» (non è specificato quando di preciso) il suo manager Tony Smith ha chiesto ai cinque figli del musicista (Joely, Simon, Lily, Nicholas, Matthew) di andare a fare visita al padre che si trovava in un ospedale svizzero. «Lo ha fatto a mia insaputa per parlare del futuro. Ero molto malato». Era attaccato a una macchina e «poteva finire in qualsiasi modo», ovvero c’era la possibilità che non ce l’avrebbe fatta. Aveva problemi ai reni e aveva avuto tre pancreatiti, il tutto era peggiorato dal problema con l’alcol che ha cominciato ad avere dopo i 50 anni d’età. «Non ero mai stato un gran bevitore prima di allora, ma all’epoca ero a casa, non in tour, ho iniziato a farmi qualche bicchiere di vino durante il giorno e ne ho pagato le conseguenze».
Si era accorto di avere un grosso problema di salute quando non è stato più in grado di tenere correttamente le bacchette della batteria. Un medico ha dato la colpa a un problema alla colonna vertebrale, un altro ai nervi. È stato sottoposto a un intervento chirurgico, gli hanno inserito otto viti nella colonna vertebrale, nei due anni di convalescenza ha iniziato a bere. Dopo Going Back del 2010 ha avuto una pancreatite acuta per la quale è stato ricoverato, ha sofferto di ipertensione, ha battuto la testa, si è rotto un piede per due volte, ha subito varie operazioni alle ginocchia. «Tutto quello che poteva andare storto, è andato storto».
Intanto continuava a bere. È stato l’amico Eric Clapton a convincerlo ad andare in rehab nel centro da lui fondato ad Antigua, Crossroads. Doveva rimanere sei settimane, è andato via dopo un mese per ripartire in tour. «L’infermiera che mi ha accompagnato all’aeroporto mi ha dato un bigliettino da leggere mentre ero in volo. C’era scritto: “Se bevi anche solo un bicchiere, muori”. Brutto da dire, ma mi sono fatto un bicchiere di vino». Com’è noto durante l’ultimo tour dei Genesis non era in grado di suonare la batteria, compito affidato al figlio Nicholas. Cantava da seduto. «Mi era impossibile stare in piedi per due ore».
Gli ci sono voluti vari altri ricoveri per smettere di bere. Non tocca alcol da tre anni e dà il merito a Clapton, al suo management e alla famiglia. «Che tu ci creda o no, adesso ho un buon rapporto con tutte e tre le mie ex mogli». Nel dicembre 2025 ha organizzato una grande riunione della famiglia allargata che è stata filmata per il documentario.
Dopo i problemi di salute, Collins usa le stampelle: «Posso camminare anche senza, ma quando sono in un ambiente non del tutto sicuro prevenire è meglio che curare». Nella chiacchierata con Mark Blake torna spesso sulle critiche che ha ricevuto. A partire da quando negli anni ’70 sentiva che i Genesis non avevano molto a che fare con gruppi prog come Yes e Jethro Tull e ricorda un incontro con John Lydon dei Sex Pistols e dei Public Image Ltd nel 2008. «Pensavo mi considerasse uno di quei vecchi dinosauri, ma mi piacevano i Sex Pistols e volevo salutarlo, nonostante le nostre differenze».
Nell’intervista si ricorda un vecchio commento di Noel Gallagher per il quale Collins era «l’anticristo della musica» e che sperava di avere «la sua testa mozzata nel mio frigorifero entro la fine del decennio». Collins è sicuro di incontrare gli Oasis alla cena che precederà la cerimonia di introduzione alla Rock and Roll Hall of Fame, che quest’anno ospiterà sia lui come solista, sia i Gallagher. È convinto che il commento di Noel sia nato dopo il video di Mama dei Genesis, col suo ghigno malefico, e gli concede «il beneficio del dubbio e ipotizzo che non creda che sono davvero l’anticristo». Tutti sono sensibili alle critiche, dice. «La differenza è io ogni tanto rispondo».
Collins non si esibirà alla Hall of Fame, «non sono in forma», ma non gli spiacerebbe tornare in studio a registrare prima o poi. «Ho un’idea forte che mi gira per la testa e ho un’altra canzone finita, una ballata scritta ai tempi del mio ultimo grande dolore. Non ho più un contratto con un’etichetta, ma di questi tempi non ce n’è bisogno, puoi pubblicare musica da solo».
In quanto a Face Value, «la verità è che se non mi fossi separato da mia moglie avrei fatto un disco solista alla Weather Report». Per Collins quel disco «era l’opposto dei Genesis» ed era influenzato da Brian Eno «che aveva fatto delle cose su The Lamb Lies Down on Broadway e al posto di mandarmi il conto mi hanno spedito a suonare sul suo Taking Tiger Mountain (By Strategy), il che mi ha portato a fare altri suoi dischi».
Sulle collaborazioni e i tanti progetti negli anni ’80: «Ero troppo entusiasta per dire no a qualcosa». Per il documentario ha rivisto vecchie immagini di sé stesso ha capito che «il mio entusiasmo poteva essere scambiato per ambizione, ma non lo era».














