Quando gli artisti stranieri hanno cantato in italiano

Non è una classifica. Ma se fosse, il primo premio andrebbe a quando David Bowie trasformò "Space Oddity" in "Ragazzo Solo, Ragazza Sola".
Fonte: Twitter

Fonte: Twitter


Quella italiana è una lingua che ha sempre attratto i cantanti stranieri. Negli anni Sessanta, l’esterofilia rock degli italiani combinata con il topos romantico del Bel Paese e della Dolce Vita da parte degli stranieri ha fatto sì che artisti come Rolling Stones, Bowie, Paul Anka o Louis Armstrong si trovassero alle prese con uno degli idiomi più complessi ma anche più belli d’Europa.

Ovviamente, parliamo sia di cover che di mere italian version, che in alcuni casi hanno reso giustizia alle originali in inglese ma in altri casi hanno proprio combinato un disastro. La moda comunque con gli anni Sessanta non è sparita, ma è arrivata fino ai giorni nostri. Perdendo però forse quell’aura magica che aveva in Ragazzo Solo, Ragazza Sola di Bowie (testo di Mogol) e caricandosi spesso e volentieri di un elemento trash, vedi tutti i vari Backstreet Boys e Blue.

In ogni caso quella qui sotto non è una classifica (se così fosse, non credo ci sarebbe spazio per i Backstreet Boys) ma una rassegna di tutti i casi più interessanti di artisti stranieri, quindi inglesi o americani, che hanno cantato nella nostra lingua.

“Con le Mie Lacrime” di Rolling Stones (1965)
Cominciamo con uno degli esempi più famosi: i Rolling Stones che cantano in italiano la loro As Tears Go By. Jagger e i suoi non hanno fatto mistero del loro amore per l’Italia, ma dato che siamo nel 1965 e il primo tour degli Stones nel Bel Paese è del 1967, come si spiegano i vari “con le mie lacrime cosììììììì”? È semplice. Siccome parliamo di un periodo in cui un cantante italiano qualsiasi può prendere un pezzo straniero e farlo proprio cambiando solo il testo, gli Stones risolvono il problema alla fonte fornendo già la loro versione italica del pezzo.

“Mi Va di Cantare” di Louis Armstrong (1968)

Mi Va di Cantare è il pezzo con cui Louis Armstrong partecipa all’edizione di Sanremo 1968. Insieme al cantante e trombettista americano, una classica trovata pubblicitaria, è abbinata al brano anche Lara Saint Paul. Il brano per quanto simpatico non otterrà il successo sperato e la coppia concluderà al penultimo posto il festival, vinto invece dalla combo Endrigo – Roberto Carlos.

“Tengo ‘Na Minchia Tanta” di Frank Zappa (1982)

“Tengo ‘na minchia tanta / Tengo ‘na minchia accussì” canta Frank Zappa nell’omonimo brano, l’unico della sua discografia a essere cantato in italiano. O meglio, in siciliano, come le stesse origini del cantante ammeregano. Come lui stesso ha sempre detto, è un brano che non va preso troppo sul serio, tant’è che non è stato mai eseguito dal vivo.

“Come Back To Sorrento (Torna a Surriento)” di Dean Martin (1962)

Altro classicone della canzone italiana, Torna a Surriento da quando è stata composta a fine ‘800 è stata interpretata da vari nomi grossi della musica mondiale. Tra questi ci sono Elvis Presley, Bono e Dean Martin, che ha inciso questa versione nel 1962. Cioè nel periodo di più grande infatuazione degli stranieri per la Penisola.

“Senza Fine” di Mike Patton (2010)

Mondo Cane viene ricordato come uno dei progetti più eccentrici di Mike Patton. Lui, Roy Paci e 65 elementi di orchestra girano l’Italia e l’estero per due anni reinterpretando i grandi classici della musica leggera italiana, da Vianello a Gino Paoli, da Morricone a Fred Buscaglione. Al termine, due anni dopo l’inizio del tour, registrano anche un disco di cover. Si chiude con Senza Fine di Gino Paoli, come a simboleggiare un amore sconfinato di Patton per gli anni Sessanta italiani.

“Ragazzo solo, ragazza sola” di David Bowie (1970)

Su pressioni dell’etichetta, Bowie nel 1970 registra una versione italiana di Space Oddity, che l’anno prima avevano interpretato già i Computers. Il merito del titolo un po’ smielato, Ragazzo solo, ragazza sola, si deve alla penna di Mogol, che viene incaricato della stesura del testo italiano, del tutto slegato con il tema spaziale del brano originale. Il pezzo si trasforma così in una ballad forse un po’ troppo sdolcinata, con un Bowie un po’ scazzato nello sforzarsi nella pronuncia. Tutti d’accordo che rimane pur sempre Bowie, quindi il pezzo vale mille altri ascolti.

“L’Amore Verrà” di Supremes (1968)

You Can’t Hurry Love delle Supremes è uno dei brani più famosi del catalogo Motown. Uno spensierato inno all’amore, che nella sua versione italiana trova comunque un suo motivo di essere, anche grazie al grazioso testo cucitogli addosso da Giuseppe Cassia, storico paroliere di artisti come Mina e Lucio Dalla. Il pezzo esce nel 1966 su 45 giri, con altro riadattamento italiano, questa volta di You Keep Me Hangin’ On (Se un filo spezzerai) inciso sul lato B.

“Così Ti Amo” di Nina Simone (1969)

Si deve a Franco Boldrini, leader dei fiorentini Califfi, il merito di aver dato un testo italiano a To Love Somebody, inno soul scritto dalla penna di Barry Gibb dei Bee Gees. La rivisitazione dei Califfi ottiene un tale successo fra la primavera/estate del ’68 (beh, la Summer Of Love) che, quando nel novembre ’69 Nina Simone atterra a Roma per cantare al Teatro Sistina di Roma, la RCA convince la cantante a registrarne una propria versione.

BONUS “Non puoi lasciarmi così” di Backstreet Boys (1969)

Mettiamolo come bonus, giusto per spuntare anche la casella della quota trash. Esistono persino delle teorie cospirazioniste secondo cui non sono nemmeno i veri Backstreet Boys a cantare sulla Non Puoi Lasciarmi Così (1998) che fa da versione tricolore alla loro ballad stracciamutande Quit Playing Games (With My Heart). Troppo pronunciate male le parole, si dice fra i complottisti, troppo esagerata la pronuncia americana. E invece no, sono proprio i Backstreet e il testo iperglicemico porta la firma di Antonio Galbiati, già collaboratore fidato di (e si spiegano molte cose) Eros Ramazzotti e Laura Pausini.