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Prince, the sexy motherfucker

Uno dei musicisti più geniali e sexy di tutti i tempi è morto lo scorso 21 aprile, oggi avrebbe compiuto 58 anni. Ecco perché non lo dimenticheremo facilmente

Prince Rogers Nelson nel suo backstage al The Bottom Line di Manhattan, New York, nel 1980 - Foto di Deborah Feingold/Corbis

Prince Rogers Nelson nel suo backstage al The Bottom Line di Manhattan, New York, nel 1980 - Foto di Deborah Feingold/Corbis

Vi stiamo scrivendo dal pianeta in cui è morto Prince, nell’anno in cui viene facilmente da pensare che da qualche parte, se un altrove esiste, si stia organizzando un gigantesco, memorabile concerto.

A chiudere gli occhi pensando a lui, una simile icona in forma di ologramma, che immaginiamo quasi certamente sospesa in abiti regali da Jimi Hendrix pettinato, possiamo raccogliere distintamente i frammenti di un big bang di immagini primigenie, di formazione: da giorni il pensiero associativo più denso va alla sua capacità di impartirci un’educazione erotica estrema, costantemente fuori dal proprio tempo, capace di attraversare ogni genere senza limiti: niente di edulcorato, accennato, fintamente smielato, solo puro sesso reale, raccontato appropriatamente con le parole che gli competono, qualcosa che va da “voglio scoparti nella macchina del tuo papino” a un più classicheggiante “voglio venirti dentro”. Niente generi, dicevamo, eppure tutti, MF, male and female, e poi rock, pop, soul, derive new wave volte al proprio cospetto, slanci disco e, soprattutto, una novità, un muro del suono futuribile, morbido, incandescente, a metà tra il pop, il funk e la techno, la house e l’elettronica del futuro: il Minneapolis sound.

Sul palco, poco più che esordiente, a petto nudo in calze autoreggenti e slip zebrati, il giovane Rogers Nelson esplicitava, nel lontanto 1979, la propria fulgida dichiarazione d’intenti artistica, in cui già si annidava un talento bulimico, eclettico e destinato, ovviamente, a pochi eguali, e preparava la platea, ancora contenuta, a un mix di post porn pop e concept erotici, che dai giovanili ansimi di Dirty Mind (1980) avrebbero attraversato con costanza un’intera produzione discografico, declinando di volta in volta in modo sempre diverso l’estrema aderenza ideale e fisica tra dancefloor, camera da letto e palchi enormi per spietate chitarre hard rock.

Capace di inventarsi sempre in nuovi eteronimi numericamente incontenibili – da The Symbol a The Artist e TAFKAP, ovvero The Artist Formerly Known As Prince – Prince Rogers Nelson ha attraversato quarant’anni di storia della pop culture prima ancora che della musica, capace di alterare e sconvolgere tanto gli stilemi quanto gli animi: da quello di Piero Badaloni, che nel 1986 presenta il video di Kiss nel contenitore decisamente nazional popolare di Italia sera con affermazioni poco convinte del buon gusto di Nelson, fino a quello di Tipper Gore, futura moglie di Al Gore, che decise, in onore di certe pratiche onaniste raccontate senza troppi fronzoli nel testo di Darling Nikki (“I guess u could say she was a sex fiend/I met her in a hotel lobby / Masturbating with a magazine”), di istituire un comitato di censura i cui risultati ci hanno raggiunti attraverso il più famoso e inutile tra gli adesivi da long playing: “Parental advisory, explicit lyrics”.

Troppo facile e senza peso il riepilogo di una storia artistica da subito felicemente ostinata, capace di smisurati slanci verso un diverso musicale ogni volta nuovo, in grado di evitare programmaticamente ai fan la sciocca abitudine alla continuità. Esattamente come il Bowie di Let’s Dance, anche il Prince di Purple Rain, in modo esemplare e dopo un successo planetario – Oscar nel 1985 per la miglior colonna sonora del film omonimo – scappa dal suo ultimo divertissement e stupisce tutti, innervosendo molti, cambiando la propria direzione, componendo un album, Around the World in a Day, distantissimo dal suo predecessore.

«Faccio musica, perché se non la faccio muoio» Prince

 

Around the World in a Day sembra avere come radici gli ultimi tre minuti psichedelici di Purple Rain e da lì dipanarsi in un viaggio post-beatlesiano in un passato 60’s multicolore. Parliamo naturalmente di un disco che delude critica e fan e che smorza in modo netto molto dell’entusiasmo creato, appena un attimo prima, dal nuovo Messia Prince. Ecco, in questo breve passaggio tra i tantissimi di cui, artisticamente e discograficamente, l’Artista ci ha resi partecipi, quello che potremmo chiamare “paradigma Prince”: il desiderio che annienta il dovere, l’ispirazione che supera le firme dei contratti discografici, l’istinto naturale a concepire la musica che non si presta mai a diventare compito da svolgere. In queste onde continue di discontinuità artistica, con vertici che hanno pochi paragoni nella storia del pop e naturali momenti di svuotamento, sta il peso celestiale e prezioso di chi, come lui, afferma: “Faccio musica, perché se non la faccio muoio. Registro, perché la musica è nel mio sangue. Io sento suoni continuamente. Si tratta quasi di una maledizione che serve a ricordarti che puoi sempre fare qualcosa di nuovo”. Disco dopo disco, anno dopo anno senza mai vere pause, di nome in nome, di genere in genere da superare, emblematicamente statunitense, raccoglitore di forme musicali diverse, devoto a James Brown, ma certo non troppo desideroso di diventare il nuovo Stevie Wonder – come tanti avrebbero invece voluto, capace di unire Duke Ellington, Miles Davis e Otis Redding alla prolifica follia à la Zappa, Prince ci si configura come qualcuno che il mondo ha faticosamente inseguito e ha molto di rado saputo raggiungere. Non sono musiche per tutte le orecchie, le sue: dalla trasformazione radicale della pop song – come fosse un David Byrne in versione black – alla conformazione delle strutture armoniche del Minneapolis sound, all’inarrestabile trasformismo performativo, il Principe del pop ha costruito una tela complessa con trame sempre nuove e difficili da penetrare in profondità.

Il miracolo continuo di Prince è la propria sfida a se stesso

 

Icona di grande fascino e ispirazione per almeno tre generazioni, in lui risiede gran parte del territorio iconico anni Ottanta, parimenti a quanto accadde col vicino/rivale Michael Jackson e a quanto, per tematiche e alcuni formalismi, accadde con Madonna: un fatto che lo rende oggi difficile da decifrare ai più giovani, che pure ravvisano facilmente tutto il suo potere iconico fuori dai tempi. Ugualmente devoto al valore del lavoro in équipe con le proprie band quanto ossessivamente immerso nelle proprie singole e sconfinate capacità tecniche, sempre a fuoco su ogni strumento, chitarrista di ineccepibili doti, Prince ha di volta in volta scelto come gestire tanto lo strato compositivo quanto quello, fondamentale, della performance. Il miracolo continuo di Prince è la propria sfida a se stesso, una sorta di gioco senza sosta a spostare l’asticella dell’inatteso e dell’imprevedibile “Io” artistico un po’ più in là: in un certo modo potremmo serenamente affermare che quello che Prince fa con la materia erotica nelle proprie canzoni è un gioco analogo a quello compiuto nel suo viaggio discografico. Un continuo osare per il gusto di una forma di chiarezza artistica con la propria necessità di esprimersi e, secondariamente, un gioco quasi letterario, come appunto quello dei romanzi di formazione dove l’imprevedibilità si incentra non tanto su dialoghi improbabili quanto su musiche inattese. Pionieristico oltre il pionierismo, il Principe fatica a farci credere a tutte le novità che ha saputo introdurre in una vita soltanto, una su tutte il primo bootleg concepito, originato dalle copie salvate dal macero del Black Album, controcanto al White Album dei Fab Four, e ritirato e buttato al macero a poche settimane dall’uscita, forse per un bad trip stupefacente.

Muore nel suo paradiso musicale, il suo castello delle meraviglie discografiche, lì dove forse, dentro una cassaforte di velluto, nasconde le migliaia di tanto vociferate segretissime registrazione. Muore in un’ascensore della sua Graceland di Minneapolis, in viaggio verso chissà quale geniale piano per il futuro.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di maggio.
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