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Prince: Nothing Compared 2 Him

Era originale, un genio, e un artista con una mente sporca – e musicalmente, nessuno si avvicinava a lui

Prince nel 1979, foto Warner

Prince nel 1979, foto Warner

Ogni fan di Prince ha una canzone che secondo lui rappresenta la sua genialità, e per me quel pezzo è The Ballad of Dorothy Parker, uno dei suoi pezzi soul sulle relazioni tormentate dal capolavoro del 1987 Sign O’ the Times. Non ci sono altre canzoni così. Prince litiga con la sua fidanzata, se ne va ed entra in un ristorante per starsene seduto da solo a un tavolo a tenere il muso – “Yeah, lemme get a fruit cocktail, I ain’t too hungry.” La cameriera boho-hipster che lavora al turno di notte ci prova con lui. “You’re kinda cute — wanna take a bath?” – e questo nelle canzoni di Prince è l’approccio discreto.

Decidono di passare la notte insieme ma senza fare sesso, tiene su i pantaloni mentre fanno il bagno ascoltando Joni Mitchell. Si fidano l’uno dell’altra, il che è una cosa nuova per lui. Stare con Dorothy insegna a Prince come si fa ad essere amici della propria ragazza, quindi torna dall’altra e si fa un altro bagno con su i pantaloni. E il litigio finisce. La prossima volta che succederà, saprà cosa fare.

Questa canzone mi ha fottuto il cervello nel 1987, mi fotte il cervello ora e non smetterà mai di fottermi il cervello. Non ci sono altri cantautori uomini della sua o di altre generazioni ha scritto canzoni sulle donne in questo modo. In un universo parallelo, Prince si è ritirato dopo il 1987 il giorno dopo aver scritto The Ballad of Dorothy Parker restando comunque l’uomo più figo che abbia mai toccato Terra.

Prince ha passato quasi 40 splendidi anni nel business, come uno dei più brillanti e imprevedibili artisti al mondo. Ha costruito il suo gospel-pop mettendoci dentro sensualità e spiritualità, eppure la sua voce era piena di affetto intimo, emozionante come quella di nessun altro. Quando cantava, era come se fosse il tuo migliore amico. Ha fatto il miglior singolo degli anni ’80, Little Red Corvette, e i migliori album del decennio, 1999 e Sign O’ the Times. Ha cambiato il percepito e il suono della musica. La notizia della sua morte, a soli 57 anni, è davvero terribile, perché sembrava stesse per entrare nei suoi anni d’oro, un artista che tutti ci aspettavamo restasse prolifico, indipendente, cocciutamente e gloriosamente se stesso per gli anni a venire. Ci meritavamo la possibilità di sentire Prince da vecchio. Questo è il suono che fanno le colombe quando piangono.

Ci meritavamo la possibilità di sentire Prince da vecchio

Prince era originale dal momento in cui ha iniziato a fine anni ’70 – I Wanna Be Your Lover sembra un pezzo da educande rispetto a quello che ha prodotto anni dopo, ma allora era l’unico pezzo che tutti conoscevano di Prince, ed era scioccante da ascoltare in radio. Quell’agonia femminile nella sua voce, il modo in cui singhiozzava “don’t wanna pressure you, baby”, la sua chitarra disco (molto Chic agli inizi), il modo ironico in cui usava le pause prima delle chiusure delle strofe – “I wanna be the only one who make you come … running” – non assomigliava a niente di quello che andava in radio nel 1979. E anche se Prince aveva già il suo sound inconfondibile, quello era solo l’inizio. Stava entrando in noi nel modo più gentile possibile.

È esploso un anno dopo con Dirty Mind e il suo gospel, Uptown, la sua ode alla Minneapolis come Sex City, un’utopia dell’amore libero piena di labili barriere e possibilità aperte, nessuna guerra tra razze, culture o generi. “It’s all about being free”, urlava, dando un suono a quella libertà. Lo si sente immaginare quella libertà in un manifesto come era Sexuality, una non-hit del 1981, una canzone che ho scoperto quando Billy Idol ha suonato la notte in cui era stato VJ per MTV. La musica aveva un beat svergognatamente disco, synth-pop dalle venature europee, squittii senza genere; il testo era una chiamata alle armi per gli edonisti e gli amanti della vita di lottare contro i puritani. “We live in a world overrun by tourists,” sogghigna Prince. “They look at life through a pocket camera. What — no flash again?” A proposito di profeti: Prince ti ordina di distruggere il tuo cellulare e vivere il momento anni prima che venissero inventati i telefoni cellulari.

Prince era un artista degli anni ’80 che ha continuato a farci chiedere quale altra trovata avrebbe avuto l’anno successivo, pubblicando un manifesto artistico ogni estate nello stesso modo in cui lo facevano i Beatles e Bowie e Dylan. Era una delle più grandi star mondiali, eppure operava in un piccolo circuito di artisti cult. In un tempo in cui il pop era assediato dal passato, Prince si è rifiutato di cedere alla nostalgia, determinato ad andare avanti contro i giganti della storia del pop/rock/R&B e superarli tutti, facendo il twist più duro di quello del ’66, più veloce di quello del ’67, per zittire tutti quelli che volevano arrendersi al passato. È andato contro la tradizione pop senza pietà.

È passato da Dirty Mind e Controversy all’apocalisse new wave (1999) all’epica rock (Purple Rain) alla psichedelia infantile (Around the World in a Day) al funk minimale (Parade) al doppio album trionfante Sing O’the Times. Alcuni di questi esperimenti sono stati dei flop (avete sentito il lato B di Around the World in a Day di recente?) mentre altre canzoni incredibili sono rimaste sconosciute, come Good Love, che sarebbe diventata una delle sue tre o quattro canzoni migliori di Sing O’the Times, se non fosse che è rimasta fuori dal disco per finire nascosta nel film con Michael J. Fox Le mille luci di New York. “Gustav Mahler Number Three is jamming on the box / I’ll have another glass of you, this time on the rocks” questo sì che è un pezzo alla Prince. Era la natura del suo gioco, in un periodo in cui tutti quelli al suo livello (compreso Bowie!) cercavano di stare schisci.

Il motivo per cui l’estate del 1984 è stata la migliore radiofonicamente parlando è perché tutti cercavano di fare Prince

Adorava fare versioni più sexy della musica dell’altra gente; amava rubare in un modo che faceva sembrare Bowie o gli Stones o Stevie Wonder dei dilettanti. Ed è incredibile il modo in cui ha ispirato altri artisti a venire fuori dalla sua lotta. Il motivo per cui l’estate del 1984 è stata la migliore radiofonicamente parlando è perché tutti cercavano di fare Prince, mentre Prince era già un anno avanti agli altri. La hit di Van Halen Jump prendeva il gancio di synth di Dirty Mind, mentre Prince è arrivato al numero uno con Let’s Go Crazy,in cui faceva il verso ai Van Halen, battendoli al loro gioco.

Per il resto degli anni ’80, le rock star sbiadite potevano arrivare alla numero uno grazie a Prince – da Phil Collins in “Sussudio” (ciao “1999”!) a Billy Joel con “We Didn’t Start The Fire” (ciao, “When You Were Mine”!). Continuava a far brillare la sua luce viola su altre macchine da hit – in particolare belle ragazze, non a caso –, come suonare il synth in “Stand Back” di Stevie Nicks, o scrivendo per le Bangles. Nothing Compares 2 U, un pezzo riempitivo per l’album fatto pper la Family, è diventata quasi per caso una delle hit più famose al mondo dopo la versione di Sinead O’Connor. È stata la prima star a invitare i rapper a usare sample delle sue canzoni nel brano del 1988 I Wish U Heaven: “Take this beat, I don’t mind / Got so many others, they’re so fine.”

Prince ha dimostrato qualche segno di cedimento nel 1991, con Diamonds and Pearls. È arrivato meritatamente alla numero uno con Cream ma per la prima volta si vedeva che cercava di fare un pezzo seguendo qualcun altro. Tutti i cantautori pop hanno diritto di fare una sequenza di rime come “girl”/”pearl”/”world” in una strofa una volta nella carriera, ma farlo in un ritornello è una scelta dichiarata, oltretutto metterla nel nome del disco è praticamente una dichiarazione di intenti: «Ok, mi arrendo, che cosa volete ancora?» Comunque è stata l’ultima volta che ha provato ad essere convenzionale. Ha cambiato il suo nome in The Artist Formerly Known as Prince, ha iniziato ad apparire con la scritta SLAVE in faccia, e si è adattato a un nuovo ritmo – non più facendo vagonate di hit pop, ma continuando a sperimentare con ogni album, disseminando gemme che i fan più attenti hanno trovato.

Il suo repertorio è pieno di veri e propri tesori nascosti come “Dolphin” dall’album “The Gold Experience”, la sua versione dell’inno anni ’90 “One of us” di Joan Osborne, “Laydown”, di non troppi anni fa, che faceva così: “From the heart of Minnesota / Here comes the purple Yoda!”. È rimasto un uomo misterioso che poteva ridurre in macerie qualsiasi posto, solo camminandoci in mezzo. Ha fatto un’apparizione indimenticabile ai Grammy del 2015, facendo roteare il suo bastone, godendosi l’ovazione del pubblico al momento dell’assegnazione del premio per “Album dell’anno”. «Gli album sono ancora importanti. Come i libri e la cultura nera» ha detto. Prima di avviarsi nella notte, un passo davanti a tutti. Come sempre.

Riposa in pace.

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