Prince, il più grande di tutti

«Se Michael Jackson era il Re del Pop, Prince era l’Imperatore». Nel giorno del suo 60esimo compleanno, gli amici e i colleghi ricordano una leggenda con le parole di Questlove, Lenny Kravitz, Stevie Wonder e Tom Morello.

Il 7 giugno 1958 nasceva Prince Rogers Nelson, un artista capace di scrivere la storia della musica come nessuno prima, e dopo, di lui è mai riuscito né riuscirà mai a fare. Dal rock al funk, dal gospel al soul, dal pop al blues: la creatività di Prince non conosceva limiti. Nel giorno del suo compleanno ricordiamo la sua leggenda attraverso le parole di amici e colleghi.

Prince, foto Lewton Cole / Alamy / IPA

Questlove

Prince è nelle mie orecchie e nella mia testa da quando avevo 11 anni. È stato il mio modello in tutto: i vestiti, le donne, ovviamente la musica. Senza di lui non avrei mai ascoltato Joni Mitchell, che mi ha portato a Jaco Pastorius, e poi a Wayne Shorter e a Miles Davis. Avevo una sola regola, molto semplice: se lo ascolta Prince lo ascolto anche io.
Il suo genio, di cui tutti parlano, è stato allontanarsi dagli schemi del funk e del soul. Prendiamo James Brown: Prince ne ha assorbito gli elementi come tutti gli artisti della sua generazione, ma lo ha fatto in un modo perverso e geniale.

La musica di James Brown era fatta di colpi secchi di batteria, fiati percussivi e ritmo trascinato all’infinito, Prince invece è andato nella direzione opposta, creando un suono innegabilmente funk, ma con una batteria sorda e i fiati artificiali del sintetizzatore Oberheim. Il periodo magico di Brown va dal 1965 al 1975. Tutti hanno preso qualcosa da quel periodo, Prince invece si è ispirato a quello successivo. It’s Gonna Be a Beautiful Night è un rifacimento brillante di Gravity del 1986. Chi altri ascoltava così attentamente la musica di Brown, fino a rifarla in quel modo? Solo Prince, che probabilmente era il vero erede di James.

È stata Something in the Water (Does Not Compute) da 1999 a farmi capire che Prince non era una persona e un musicista normale. Ha tolto il basso (un’innovazione che funzionerà ancora meglio in When Doves Cry), ha aggiunto una vertiginosa combinazione di piatti e rullante e ha cantato con una voce gelida, quasi robotica. Non era solo una buona idea: erano tante buone idee messe insieme.

Ho incontrato Prince diverse volte, sono anche andato sui rollerblades con lui, ma mi sono sempre sentito un fan di fianco a lui. La sua musica così particolare condizionava anche la sua vita e con l’età il suo essere controcorrente è diventato più evidente. Nel 2012 i Revolution hanno fatto una reunion al club First Avenue di Minneapolis. Erano pronti ad accoglierlo sul palco, lui è passato davanti al club in macchina e non si è fermato. Prince era un gran batterista, e ha sempre seguito il suo ritmo.

Per lui la cosa fondamentale era il controllo, che gli permetteva di fare cose meravigliose in studio e sul palco, di avere ispirazione e un’energia così potente che sembrava non dovesse finire mai. Il problema era che non si fidava a lasciar entrare il mondo esterno. Ci sono tante cose che non sappiamo di lui. Ma questo è quello che so io: la motivazione che mi spinge ad alzarmi dal letto alle 5 del mattino per andare a lavorare, oppure a lavorare fino alle 5 del mattino, viene da lui. Quando mi sono trovato davanti qualche ostacolo, ho pensato che se Prince lo aveva superato dovevo farlo anche io. Per 20 anni, ogni volta che mi sono ritrovato sveglio a quell’ora ho pensato che anche Prince era sveglio da qualche parte, e quindi in fondo stavamo lavorando insieme. Da quando è morto, le 5 del mattino sono diventate solo un momento di solitudine, quell’ora fredda prima che sorga il sole.

Prince nel 1982, fotografato da Richard Avedon. Queste e altre foto nel numero speciale di Rolling Stone

Lenny Kravitz

Prince mi ha aperto la mente e mostrato che artista volevo essere. Un tipo con la pelle dello stesso colore della mia, che suonava la chitarra come volevo suonarla io. E non solo la chitarra, ma tutti gli strumenti. La musica, l’atmosfera, i colori, i capelli, la band, tutto mi affascinava di lui. La sua musica mi diceva: “Lo puoi fare. Io ho fatto così, adesso tocca a te”. Sono diventato suo amico, ci siamo incontrati ovunque: Parigi, New York, Amsterdam, Minneapolis, Miami. Sono andato a trovarlo a Paisley Park. Era il suo mondo esagerato, la Fabbrica del cioccolato di Willy Wonka. Suonavamo insieme e lui registrava tutto. Poi mi dava un nastro: «Questa è la tua copia. Il master ce l’ho io e lo tengo chiuso nei miei archivi». La musica non è business. È arte, momento e memoria.

A biliardo mi stracciava, aveva una tecnica incredibile. Era lo stesso atteggiamento che aveva sul palco: ti attaccava sempre. Una volta sono andato a casa sua a Parigi con Vanessa Paradis. Lui le ha chiesto se voleva giocare a biliardo, pensando di batterla, invece lei lo ha distrutto. È un ricordo stupendo.

Mi ricordo anche di aver visto uno show di Chris Rock con lui a casa sua, e non smetteva di ridere. Un’altra volta sono uscito con lui e Dave Chappelle. Adorava avere intorno persone di talento. Era affettuoso, se gli piacevi ti trattava benissimo. Ma sapeva anche essere distante. Non ci sentivamo per un anno, e quando meno me lo aspettavo lui si presentava. Quando ho letto dell’atterraggio di emergenza del suo aereo, ho pensato: “Ok, ha schivato un proiettile”. Una settimana dopo è arrivata la notizia. Non ho ancora superato la sua morte. È come se fosse morta una parte di me.

Stevie Wonder

La musica di Prince era così espressiva che riuscivo a vederla persino io. Potevo vedere il suo boss Mr. McGee che gli diceva che “non sarebbe diventato nessuno” o la “fattoria del vecchio Johnson” di cui parla in Raspberry Beret. Riuscivo anche a sentire quella “pioggia viola”. Siamo cresciuti entrambi nel Midwest ascoltando blues, rock &roll, jazz e gospel. L’ultima volta che ci siamo incontrati abbiamo parlato di come potevamo provare a sistemare il mondo. Quello slogan “Make America Great Again” è una stronzata, l’America è sempre stata grande. Dobbiamo solo smettere di riempire la testa della gente di bugie e pregiudizi. Prince era un artista ispirato, che ha ispirato gli altri, era gentile, disciplinato, sapeva come evolversi. Se Michael Jackson era il Re del Pop, Prince era l’Imperatore. Ha lottato per la sua libertà artistica, ha seguito la sua strada e ha portato la musica a un livello più alto, come i Beatles. Voleva cambiare le cose, come Marvin Gaye. L’energia che lo animava ci ha regalato un’incredibile riserva di musica. Amava il funk e ha dovuto imparare a suonarlo, amava il jazz e ha dovuto capire come farlo con il giusto swing. Quando parlava di amore e sesso lo faceva in modo profondo, ci faceva sentire, e vedere, tutto. Infatti sto cercando di ricordarmi quale dei miei figli è stato concepito ascoltando Prince.

Tom Morello

“Sottovalutato”. Questa è la parola per descrivere Prince come chitarrista. Perché? Perché il suo modo di suonare la chitarra era solo uno dei suoi tanti talenti. Era un incredibile cantante, autore, produttore, performer, leader, ballerino, polistrumentista e icona sessuale. Il suo stesso essere Prince ha eclissato il suo talento fenomenale come chitarrista. Molte popstar sono anche grandi performer, ma nessuno suonava la chitarra come lui. E se Michael Jackson avesse anche suonato l’assolo di Beat It? Prince lo faceva tutti i giorni.

Era intenso, ispirato e coraggioso, metteva insieme il senso dello spettacolo di Jimi Hendrix con la sensibilità melodica di un jazzista, suonava ritmi funky à la James Brown, per esempio in Kiss, e assoli metal come nell’intro di When Doves Cry. Quello è un assolo scandaloso, sicuramente non quello che ti aspetti in un singolo pop. Invece Prince lo usa per iniziare il pezzo.

Ho visto Purple Rain nell’estate dell’84 e per me, a parte Spinal Tap, è il più grande film rock&roll di tutti i tempi. L’assolo di Purple Rain è un’esperienza che ti cambia la vita. Ascoltatelo adesso e provate a non piangere. È una tempesta elettrica che distrugge tutte le distinzioni tra generi musicali, e lui la scatena alla fine del film, mentre è in piedi su un pianoforte con i tacchi alti. Davvero, non c’è niente che regga il confronto. Purple Rain è un gran disco rock. Adoravo suonare il riff di Let’s Go Crazy durante le feste liceali più scatenate. Darling Nikki è un altro grande pezzo, in cui il suono della chitarra combacia perfettamente con l’intenzione.

Anche le sue chitarre erano notevoli, da quella con il simbolo dell’uomo e della donna a quella curva, che ricorda un’onda del mare. Erano tutte dichiarazioni di intenti: come fa una chitarra così strana a suonare così bene? Ovviamente non è la chitarra, è il chitarrista. Erano un’estensione e un’espressione del fuoco meraviglioso che Prince accendeva dagli amplificatori. Ho riguardato tutti i video delle sue esibizioni. Date un’occhiata a While My Guitar Gently Weeps alla Rock and Roll Hall of Fame nel 2004. Prince è sul palco insieme a icone assolute del rock come Tom Petty, Jeff Lynne e Steve Winwood, ma si fa avanti cattivo come un pistolero e fa girare la testa a tutti mettendo in mostra senza fare alcuno sforzo il modo sicuro e sfacciato con cui domina il suo strumento. Suona con sentimento, melodia e immaginazione, è grezzo e commovente allo stesso tempo e poi, quando meno te lo aspetti, ti fa venire i brividi lungo la schiena, stravolgendo la sua chitarra come faceva Paganini con il violino e roteando come un derviscio. Va avanti per qualcosa come 80 bar, continua in un crescendo altissimo e ruggente, elegante, furioso e pieno di sfumature, e quando finisce sembra che gli altri talenti del rock siano svaniti sullo sfondo, dentro una nuvola viola. Spettacolare. Prince era unico.

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