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Il mio cuore batte pop. La seconda giovinezza di Luca Carboni

Il "Pop Up Tour" del cantautore bolognese continua a riscuotere successo tappa dopo tappa, sempre in bilico tra passato, presente e "futuro", musica leggera, rock ed EDM. Questa sera arriva finalmente a Firenze, all'OBIhall: noi siamo andati a vederlo a Roma

La prima data del “Pop-Up Tour” al Fabrique di Milano, 18 febbraio 2016 - Foto di Giovanni Battista Righetti

La prima data del “Pop-Up Tour” al Fabrique di Milano, 18 febbraio 2016 - Foto di Giovanni Battista Righetti

Luca Carboni è il primo artista in assoluto di cui sono stato fan nella mia vita.
OK, non è vero: a sette anni giravo con la foto di Zucchero nel portafogli solo perché ero capitato per caso nello studio di registrazione dove stavano realizzando Blue’s, e l’anno dopo, per carnevale, decisi di mascherarmi da Jovanotti periodo For President anche se tutti i miei compagni di classe erano convinti che mi fossi travestito da punk (per certi versi non avevano torto: il look di Jovanotti del 1988 era il look dei Beastie Boys del 1986, e il punk in qualche modo c’entrava).

Carboni però piaceva tantissimo a quelli più grandi di me, soprattutto alle ragazze: la sua figura sta agli anni ’80 italiani come quella di Robbie Williams agli anni Zero del mondo. Era un teen idol, ma faceva canzoni che potevano piacere anche a quelli che non erano teen e non cercavano idol. Era un cantautore, ma diverso dal genere di cantautori che piaceva ai miei genitori: raccontava il presente, la vita dei suoi coetanei, l’amore e l’edonismo in un modo che all’epoca non aveva davvero eguali. Ed era pure molto pop. Per questo le sue canzoni mi facevano impazzire, anche se non le capivo del tutto.

Ero solo un ragazzino, un ragazzino che andava a scuola dalle suore ma che quando sentiva versi come: “Un dio cattivo e noioso preso andando a dottrina” si sentiva davvero al centro del mondo anche se in realtà era sempre in un piccolo capoluogo di provincia dove non succedeva quasi mai niente. A parte che il fatto che ogni tanto il fratello maggiore di qualche compagno di scuola veniva ritrovato in un campo con la faccia nella terra e una siringa nel braccio.

L’ho sempre trovato coerente nel suo percorso artistico e personale


Fatto sta che a un certo punto – era l’aprile del 1990 – Carboni nel piccolo capoluogo di provincia venne addirittura a suonare. E fu proprio in quel momento, nei mesi che anticipavano il concerto, che divenne il mio cantante preferito, forse solo per la possibilità che avevo di poterlo vedere dal vivo. Di quel concerto ricordo ancora tutto: com’era decorato il teatro, la scenografia, le luci e i musicisti sul palco (era il tour di Persone silenziose). Ricordo le ragazze che urlavano tra un pezzo e l’altro, gli striscioni e i fidanzati con la radiolina che ascoltavano le partite di Coppa delle Coppe.

Poi ricordo Luca Carboni: uno che non sembrava proprio nato per stare al centro della scena, ma che aveva un suo carisma. Il suo è stato il primo vero live a cui ho assistito nella mia vita ed è inutile aggiungere che un pochino la vita me l’ha pure cambiata.
Non ho mai smesso di seguirlo, nonostante i dischi così così, quelli belli che non sono stati troppo considerati e quelli brutti che purtroppo prima o poi capitano anche ai migliori. L’ho sempre trovato coerente nel suo percorso artistico e personale, uno che in qualche modo non ha mai fatto il passo più lungo della gamba. Uno che è invecchiato con stile. Uno dei pochi.
Il successo straordinario e forse anche inaspettato del suo duetto con Fabri Fibra di un paio d’anni fa, e quello forse ancora più grande dei due singoli estratti fino ad ora dal suo nuovo album Pop-Up lo ha rilanciato come uno degli artisti pop italiani più in voga del momento.

Luca lo stesso e Bologna è una regola, in particolare, hanno dominato l’airplay radiofonico degli ultimi mesi: la collaborazione tra Luca Carboni e alcuni autori appartenenti all’ambito della musica indipendente italiana (definizione limitante e forse neanche più troppo calzante) come Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti e Alessandro Raina si è quindi rivelata vincente. Per la prima volta Carboni ha accettato di farsi scrivere le musiche e in alcuni casi anche i testi da altri autori, eppure la sua poetica è rimasta intatta e riconoscibile.
È sempre Luca lo stesso, per dirla con parole sue.

Arrivo all’Atlantico Live di Roma che mancano pochi minuti all’inizio del concerto e la prima sorpresa la scorgo appena superata la soglia: il palazzetto non è pieno come sarebbe stato lecito pensare. Di gente ce n’è, e neanche poca, ma le tribune laterali non sono neanche state aperte e sotto il palco si sta larghi. Lo scollamento tra il mondo della radio, quello della TV, e il pubblico dei concerti appare ancora più evidente in serate come questa.
Sul palco troneggiano tre schermi led, che appena si spengono le luci mostrano la scritta “Il futuro è stasera”. Già, il futuro. Al concerto di Luca Carboni. Proprio nel posto dove mai avreste pensato di incontrarlo. L’ansia di apparire nuovi, contemporanei e freschi è la pulsione dominante dello show.

Tutto sembra essere stato studiato per trasmettere al pubblico in maniera forte e chiara l’idea di un Carboni nuovo, rinnovato, diverso. Anche se, perdonate se lo ribadiamo, sempre lo stesso. Il cantautore bolognese e la sua band entrano in scena con occhiali da sole e felpe bianche che servono per amplificare i giochi di luce. Quando si spogliano, i suoi musicisti mostrano una tutina in stile Automan, mentre Luca appare con l’ormai classico chiodo d’ordinanza, i capelli impomatati all’indietro e gli immancabili Ray-Ban.
Occupa il centro del palco, e ci mancherebbe pure, rialzato su una specie di trespolo e con una chitarra elettrica, di gomma, rosa.

Tutto è volutamente finto, pacchiano, e sembra fare il verso a certi idoli del pop coreano. Luca Carboni come PSY, più o meno, o come Bono ai tempi del Pop Tour degli U2.
Parte Happy, tratta proprio da Pop-Up, con il suo incedere che ricorda pericolosamente quello di Human dei Killers, ed è subito chiaro a tutti che le sonorità dominanti saranno proprio quelle che hanno caratterizzato i suoi ultimi lavori in studio, entrambi prodotti da Michele Canova (e infatti la supervisione musicale dello show è di Christian Rigano, tastierista live di Elisa e Jovanotti e fidato collaboratore proprio di Canova).

Un solo brano, e dal futuro si vola di colpo al passato con I ragazzi che si amano, Virtuale, e Le storie d’amore. Tutte cantatissime, anche dal sottoscritto.
Il concerto scorre così, sempre in bilico tra brani vecchi e nuovi: memorabile il ripescaggio di Solarium, da Forever, che viene introdotta con la frase: «Questo pezzo parla degli anni ’80, un periodo dove s’indossavano gli occhiali da sole di notte e ci si abbronzava d’inverno».
Non è mai stata una hit, ma forse è proprio la canzone perfetta per spiegare a un alieno capitato ora sulla terra cos’è stato Carboni agli albori e perché piaceva così tanto.
Una sorta di Mare Mare ante litteram, se possibile ancora più scazzata e sconfitta.

Perché Carboni è stato proprio questo: il vero loser (per dirla come Beck) della canzone d’autore italiana. Quello che ha preso lo slackerismo di certo indie rock americano e l’ha portato nel pop da classifica (anche se forse non l’ha fatto proprio in maniera consapevole).

L’incapacità di invecchiare con stile è uno dei mali peggiori del nostro pop

La parte centrale del live è tutta dedicata ai classici: Farfallina, Sarà un uomo, Il mio cuore fa ciok, Silvia lo sai, Mare Mare, Non è, Inno Nazionale
Vorrei cantarle tutte, ma c’è sempre qualcosa che mi blocca, qualcosa che non funziona. L’ansia di apparire attuale sta a Carboni come un vestito sbagliato indossato in una serata di gala. Il concerto purtroppo non è mai davvero coinvolgente, e se da una parte è apprezzabile il tentativo di sfuggire all’autocelebrazione ostentando in ogni scelta (sia sonora che estetica) una voglia di rinnovamento che non fa sconti, dall’altra è impossibile non notare delle forzature. L’incapacità di invecchiare con stile è uno dei mali peggiori del nostro pop, e OK, non tutti possono aspirare a diventare Leonard Cohen, Johnny Cash, Dylan e Neil Young, ma inseguire l’eterna giovinezza non è mai la scelta giusta. La sensazione è che Carboni voglia parlare a un pubblico diverso, più giovane; ma più mi guardo intorno mentre lo spettacolo va avanti e più mi rendo conto che ci sono solo miei coetanei. Gente che magari si era persa per strada e che ora è tornata, gente con cui non serve fingere di essere quello che non è.

Alla fine di Luca lo stesso c’è addirittura gente che va via, e beh, se i nuovi arrivati sono loro forse non è neanche troppo il caso di insistere.
Dopo Dieci minuti, anche questa contenuta in Pop-Up, arriva Ci vuole un fisico bestiale a chiudere il set prima dei bis che invece vengono aperti dall’ultima hit di Luca: Bologna è una regola. Cantatissima da tutto il pubblico. La versione EDM/cassa dritta di Fragole buone buone lascia tutti abbastanza interdetti e quando arriva il finalone di Vieni a vivere con me finalmente riesco a lasciarmi andare.

Carboni la presenta con questa frase: «Unioni civili è un’espressione davvero poco romantica» e quel «potremmo essere felici fare un mucchio di peccati» suona quasi come un campanello d’allarme. Sintomo perfetto di un paese che era decisamente più “avanti” quando ancora era “indietro”. L’altro verso di quel ritornello, “potremmo essere felici a volte un poco disperati” è invece la spiegazione chiara e diretta del perché Luca Carboni può essere considerato uno dei padri del nuovo cantautorato italiano. Il disagio – parola ormai davvero troppo abusata – che caratterizzava le sue canzoni è lo stesso che ritorna nelle opere recenti di gente come Calcutta o, guardando un po’ più indietro, di Vasco Brondi. Carboni dovrebbe riappropriarsi del suo status di anomalia pop, farne una bandiera e non cercare di normalizzarsi. Non è per via del chiodo di pelle blu che ci piace, e dovrebbe saperlo.

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