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“Pop” degli U2 è in edicola: la recensione storica di Rolling Stone

Un cofanetto raccoglie tutti i dischi della band di Bono e soci, e con TV Sorrisi e Canzoni è possibile acquistare il nono album in studio

Un dettaglio della copertina di Pop, il nono album degli U2

Un dettaglio della copertina di Pop, il nono album degli U2

Dal 26 agosto con Tv Sorrisi e Canzoni, in collaborazione di Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, arriva in edicola l’intera opera degli U2 all’interno di un cofanetto che comprende tutti gli album in studio, un cd live e 4 dvd live, in edizione digipack. Oggi esce in edicola il nono disco della band di Bono, Pop, e questa è la recensione apparsa su Rolling Stone US nel 1997.

È duro credere che siano già passati dieci anni da The Joshua Tree – il Born in the U.S.A degli U2, il loro Purple Rain, il momento in cui la loro stella brillò come non mai. Sembra ieri quell’immagine a metà schermo della band che ci osserva dal mezzo del deserto: quattro ragazzi di Dublino contro il mondo, in procinto di conquistarlo.

Ma non è finita qui, sono successe così tante cose da quando gli U2 riempirono gli stadi americani con inni commoventi come Where the Streets Have No Name e I Still Haven’t Found What I’m Looking For. Da rocker navigati, la band ha lottato per reinventarsi a ogni turno, per stare almeno un passo avanti al gioco. Il gesto più coraggioso di tutti da parte degli U2, dopo il confuso flirt con la roots music americana di Rattle and Hum, è stato fare le valigie e trasferirsi nell’oscura e viziosa Berlino, trasformandosi nei rocker neo-glam e maliziosi di Achtung Baby e Zooropa. Non importava che il Zoo Tv Tour fosse stato una delle pose post moderne peggio riuscite della (come dimenticare le finte telefonate dal palco di Bono?), gli U2 sono riusciti a cambiare il nostro modo di vederli. Anche se hai hai guardato con diffidenza il demoniaco Mister MacPhisto, l’ultimo alter ego rock star di Bono, non puoi non riconoscere al ragazzo un’astuta consapevolezza del fallimento culturale del pop nel tardo 20esimo secolo.

Le prime impressioni su Pop, il nuovo album degli U2, suggerivano un’ulteriore allontanamento dall’eroismo rock & roll con la la band a sperimentare con le atmosfere spettrali e da film noir del trip-hop. Già il titolo sembrava indicare un consapevole rigetto del rock, una mossa furba nel momento in cui l’America è stanca della poltiglia di chitarre alternative e persino Billy Corgan sta parlando di usare dei loop nel suo prossimo disco. (i R.E.M., i più grandi rivali degli U2 nella corsa al primato come miglior rock band del mondo, possono anche aver chiamato il loro ultimo album New Adventures in Hi-fi, ma le avventure in questione suonano sospettosamente vecchie).

A quanto pare, non troverete molti segnali di trip-hop in Pop, anche se parti di Miami e If God Will Send His Angels si avvicinano molto al genere. Ciò che troverai è un intero arsenale di effetti sonori, di manipolazioni su nastro, distorsioni e trattamenti progettati per mascherare il fatto che la gli U2 rimangano una band rock di quattro uomini. A differenza dei R.E.M., gli U2 conoscono la capacità della tecnologia di alterare ineluttabilmente la superficie sonora – e, forse, anche il significato – del rock & roll. Da questo punto di vista, la gara non è più coi R.E.M. ma con Orbital e Prodigy.

Quello che si può subito ammettere è che Pop suona assolutamente magnifico. Lavorando con Flood , l’ingegnere del suono di Achtung Baby e co-produttore di Zooropa, il gruppo ha messo insieme un disco i cui ritmi, le texture e il caos viscerale di chitarra sembrano fatti per un giro sulle montagne russe, la cui inventiva pura è chiaramente rafforzata dal pesante intervento del mago techno/trip-hop Howie B (conosciuto per il suo lavoro in Original Soundtracks I dei Passanger).

Dopo aver pasticciato in ogni maniera possibile col sound del rock convenzionale da quando hanno assunto Brian Eno alla produzione di The Unforgettable Fire, con Pop gli U2 si calano decisamente più a fondo nel mondo dei loop e dei campionamenti – della remix culture in generale – di quanto avessero fatto per Achtung Baby. C’è un riff dei Byrds qui, un pezzetto di Le Mystere des Voix Bulgares là. Ci sono una serie infinita di affascinanti glitch, droni e sobbalzi e decisamente meno sferraglianti e mormorii – si legga dal titolo Rattle and Hum. ( Gli U2 non sono più interessati alle origini, o almeno non le trattano più come reliquie sacre). Anche nel regno una volta fidato della chitarra elettrica, la distorsione del suono è talmente radicale da riuscire a malapena a riconoscere lo strumento. Infatti, in Pop The Edge si fa una scampagnata Neil Youngizzando Neil Young per un minuto per poi quello dopo portare a nuove estremità il funk psichedelico di The Fly e Mysterious Ways. Quelle armoniche brucianti e taglienti sono ancora lì, ma compresse, deformate e mutilate in nuove folli forme.

E ancora, ciò che rende gli U2 così diabolicamente perspicaci è il modo in cui riescono a reinventarsi senza sacrificare i riff portanti e i ritmi che hanno sempre potenziato le loro canzoni più grandi. Venendo dopo il brivido superficiale di Discotheque – non migliore degli INXS, che non erano bravi abbastanza – Do You Feel Loved arriva come una trionfante riaffermazione della forza degli U2, costruita sulla linea di basso di Adam Clayton che domina il brano così come per In God’s Country, e pavoneggiandosi con un ritornello immediatamente indimenticabile. E per tutti quelli che trovano un po’ troppo stravagante la roba più sperimentale di Pop, c’è un trio di canzoni decisamente rock (Staring at the Sun, Last Night on Earth e Gone) che quest’estate negli stadi suoneranno proprio bene.

Fatto interessante, in Pop c’è anche un evidente ritorno alla passata ricerca spirituale di Bono. I riferimenti as Dio e Gesù abbondano, molto di più che in Achtung o Zooropa. “Gesù, Gesù, aiutami/ Sono solo in questo mondo/ Ed è anche un mondo di merda” canta con gemito nella canzone di chiusura Wake Up, Dead Man. “Quindi dov’è la speranza e dove il destino…e l’amore?” si chiede nella tremendamente bella If God Will Send His Angels. Gli U2 possono anche essersi concessi di sciabolare Dom Perignon e fare festa con le modelle, ma Bono ci tiene davvero a farci sapere di essere ancora profondamente preoccupato dalla rovina e dalla decadenza spirituale del mondo: “Siamo circondati dall’intransigenza…l’esercito è ancora in città/ Giacche e cravatte blindate…Papà proprio non vuole dire addio”, canta in Staring at the Sun. Quest’uomo sta avendo o no una crisi mistica? Forse soltanto una crisi di coscienza: in Gone, che può essere letta come il desiderio di scrollarsi di dosso le fiamme dell’inferno (“questo abito di luce”), Bono confessa che “Ti sentirai così colpevoli, così tanto per così poco”.

Assieme alla ricerca dell’anima perduta arriva anche il ritorno alle antiche preoccupazioni del cantante sulla Malvagia America. The Playboy Mansion è tutta sulla fede malata nel sogno americano, corredata con riferimenti a O.J. Simpson e Michael Jackson (e ai talk show e ai Big Mac). In Miami, che è una specie di reprise di Bullet the Blue Sky, la città diventa un’inquietante Babilonia rosa shocking, con “chirurgia nell’aria”. (Nel mezzo c’è un tocco di classe quando Larry Mullen Jr. ci da dentro, suonando il pattern di batteria campionato fino alla morte tratti da When the Levee Breaks dei Led Zeppelin). Anche e talvolta Bono come paroliere può anche sembrare goffo (“È il cieco che guida la bionda/ È roba da canzoni country”) o solo pomposamente vago (“Più prendi, meno senti/ Meno conosci più senti/ Meno conosci più credi”), nei suoi momenti migliori riesce a toccare dei nervi scoperti come poche altre mega star del pop danno fare. E tutto ciò senza menzionare i due momenti di spicco cui capita anche di funzionare come poli opposti in mezzo a cui opera Pop: il vortice industria da incubo di MoFo, completo di schegge taglienti di chitarra e un testo squilibrato sull’incesto, e la squisita If You Wear that Velvet Dress,un ode scintillante a una sirena che, al chiaro di luna, chiama Bono lontano dal salutare e onesto Sole.

Pop potrebbe diventare per gli U2 un album da ‘o la va o la spacca’. Fra i tanti giganti degli anni 80, gli U2 sono gli unici ad avere la possibilità di portare la loro visione musicale nel 21esimo secolo mentre ancora stanno vendendo tonnellate di dischi. La gente li sta ancora ascoltando, o è il rock & roll ad essersi frammentato in così tante tribù che è diventato impossibile per una sola band reggere sulle proprie spalle tutti i nostri destini? Beh, se la gente avesse smesso di ascoltarli la colpa non sarebbe degli U2. Con Pop hanno sfidato le statistiche e realizzato alcuna della musica più grande della loro vita. A pensarci bene, roba piuttosto eroica.

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