«Who Are We Talking To? è stata concepita come una canzone in grado di incoraggiare l’attivismo. Sarò ingenuo, ma credo ancora che le persone abbiano il potere di cambiare le cose, se riescono a unirsi in numero sufficientemente grande. I politici finiranno per rispondere alle loro richieste, che si tratti o meno di un regime democratico».
Così Peter Gabriel ha presentato il nuovo estratto dall’album o\i che uscirà il 27 novembre e che sta pubblicando una canzone alla volta. «Spero che cominceremo a pensarci come cittadini del mondo e a lavorare insieme per produrre un cambiamento su scala globale. Le questioni che stiamo affrontando, che si tratti del cambiamento climatico, dell’intelligenza artificiale o delle pandemie, non possono essere gestite efficacemente a livello nazionale: lo si può fare solo a livello globale. Un Paese può avere tutte le buone intenzioni del mondo, ma non servono a molto se non ci impegniamo tutti allo stesso tempo».
Molta gente, scrive Gabriel, «si sente impotente, oppressa e spaventata dalle divisioni sempre più profonde nel mondo. Allo stesso tempo, sostengo che quelle nazioni che si credono invincibili siano in realtà oggi vulnerabili. Chiunque può essere vittima di un attacco informatico. Credo che lo stiamo imparando grazie all’intelligenza artificiale più avanzata e che, quando il calcolo quantistico riuscirà a superare le barriere della cybersicurezza, saremo tutti esposti agli attacchi. L’unica scelta sensata, naturalmente, sarà lavorare insieme».
«Mi piacerebbe vedere nascere grandi movimenti popolari che non puntino a dividerci, contrapponendo per esempio chi è favorevole e chi è contrario all’immigrazione o creando una distinzione tra un noi e un loro, ma che coinvolgano l’intera, caotica umanità in uno sforzo comune per affrontare minacce che potrebbero distruggerci, in caso non si intervenga. Quindi, questa canzone è un appello all’attivismo».
In quanto ai riferimenti musicali, Gabriel cita artisti come Marvin Gaye, Fela Kuti e Curtis Mayfield «in grado di creare splendide strutture ritmiche attraverso cui veicolare i loro messaggi. È la storia musicale che ha contribuito a dare forma al pezzo. Abbiamo coinvolto di nuovo Leo Nocentelli alla chitarra, che aggiunge la sua personale sfumatura funk. David Rhodes aveva realizzato inizialmente una bellissima parte ritmica funky e la abbiamo integrata nel brano. Ho chiesto a Mike Elizondo di cimentarsi con il mix Dark-Side per questo pezzo e credo abbia fatto un ottimo lavoro».
Come sempre, la canzone è accompagnata da un’opera d’arte. Si tratta di Bloques dello spagnolo Juan Genovés. «Riesce a illustrare magnificamente alcune delle idee che stanno base della musica. Nelle sue riflessioni sull’oppressione politica e sulla resistenza, Genovés raffigura tante piccole figure che si oppongono a grandi strutture geometriche. Immagino che il titolo Bloques si riferisca ai blocchi presenti nel dipinto che sembrano rappresentare le barriere che dividono le persone e rendono più difficile unirsi. Credo che Genovés pensasse a questi blocchi come a una forma di potere, una forza che può essere usata per fare del bene o del male, una cosa perfetta per questa canzone».
Gabriel ha finora pubblicato 11 delle 13 canzoni dell’album. Mancano solo Yes, It Will Go e Sacrament, che lo chiude.














