«È un’altra canzone che ci ha messo un po’ di tempo a maturare. A un certo punto doveva entrare in qualche forma nell’album i/o, ma non siamo riusciti a finirla, ma è sempre stata una delle mie preferite».
Luna piena, canzone nuova. Peter Gabriel ha pubblicato un altro pezzo tratto da o\i, il disco che pubblicherà più avanti nel 2026. Si intitola I Belong to the Sky e dal punto di vista sonoro parte da un pattern di tom-tom suonato con le bacchette da timpani, quelle con la testa in feltro, ispirato al documentario del 1960 Jazz in un giorno d’estate che raccontava il Newport Jazz Festival del 1958 e in particolare l’esibizione del batterista Chico Hamilton.
«Credo sia stato il pioniere dell’uso delle bacchette da timpani sui tom», dice Gabriel a proposito di Hamilton. «Ho sempre adorato quel suono: calmo e ipnotico. Creava un’atmosfera molto intensa e la canzone è cresciuta intorno a quella sensazione».
“Appartengo al cielo”, recita il ritornello, “puoi andare ovunque, puoi essere chiunque, libera la mente e impara a volare”. Gabriel dice di essere «fermamente convinto che la realtà sia molto più malleabile di quanto crediamo e che, se ci si crea nella testa immagini vivide di qualcosa, si influenzano davvero le probabilità che quella cosa si materializzi. Visualizzare… il modo in cui i sogni lasciano il loro nido è il tema principale della canzone».
«Una delle cose che la rivoluzione tecnologica sta facendo è accelerare il tempo necessario affinché i pensieri diventino oggetti concreti», dice ancora Gabriel in un comunicato. «Il tempo che serve per materializzare un’idea si sta riducendo drasticamente. Nella canzone, le strofe hanno un’atmosfera più sognante, come quando sei sdraiato sulla schiena a guardare il cielo; poi, nel ritornello, si passa all’azione, alla materializzazione».
Della canzone è stato per ora pubblicato il Bright-Side Mix di Mark “Spike” Stent, fra un paio di settimane uscirà anche il Dark-Side Mix.
La canzone ha un finale strumentale. «Spesso» dice Gabriel «succede una cosa che trovo frustrante: arrivi alla fine del brano proprio nel momento in cui la band ha finalmente trovato il groove perfetto, si è rilassata, è in sintonia… e all’improvviso il pezzo si interrompe. E invece per un musicista la sensazione più bella è essere completamente calato nel groove, quando tutto scorre e la musica prende vita attorno a te. Per questo oggi lascio che questi finali si aprano e si sviluppino liberamente, e succedono cose meravigliose. Una delle cose che amo di questo brano è che questi musicisti straordinari si lasciano andare e decollano, con Manu Katché a fare da motore. È fantastico».
Come sempre, il pezzo è accompagnato da una copertina che riproduce un’opera d’arte. Quella di I Belong to the Sky è Nimbus de Toekomst 1, 2019 di Berndnaut Smilde, in una fotografia di Cassander Eeftinck Schattenkerk. «La nuvola in un interno: quel miscuglio tra il mondo fuori e dentro di te. Credo che sia proprio questo il senso della canzone. Questo intreccio tra l’interno e l’esterno e il passaggio dall’uno all’altro».
«Berndnaut ha detto che le nuvole possono rappresentare cose diverse, anche positive, possono parlare di sogni e trasmettere un senso del futuro. Non lo sapevo quando ho visto l’immagine, ma evidentemente stava pensando per immagini in modo simile a quello con cui io stavo lavorando al testo e al sound. Parte del piacere del processo di collaborazione con gli artisti visivi sta nel fatto che anche loro dedicano moltissimo tempo ed energie a riflettere sul proprio lavoro, per arrivare all’essenza di un’immagine. E quando, a volte in modo intuitivo, si avverte che c’è una corrispondenza, il risultato è maggiore della semplice somma delle parti».














