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Personal Jesus: il racconto delle registrazioni a Milano, 30 anni fa

«Quei TUM TUM che senti non sono di una batteria, è qualcuno che batte per terra con degli stivali» ci ha raccontato Carmelo La Bionda, che gestiva insieme al fratello gli studi dove nel 1989 la band ha registrato quasi tutto "Violator".

È una cosa che si sa abbastanza fra i fan: Personal Jesus, così come tre quarti di Violator è stata registrata a Milano. Più precisamente ai Logic Studios di Via Quintiliano 40. Era la fine degli anni Ottanta e la band aveva scelto il centro lombardo approfittando di una città al massimo del suo sfarzo notturno.

«Abbiamo passato quei giorni principalmente uscendo la sera a fare festa» ha raccontato Martin Gore delle registrazioni del settimo album. Una mossa che poi si è rivelata vincente: il caos che regnava in quelle notti lunghissime si è tradotto in una sperimentazione unica, del tutto innovatica per l’epoca. «Erano un po’ riservati» ricorda dei Depeche Mode Carmelo La Bionda, storico produttore che insieme a suo fratello Michelangelo gestiva e deteneva i Logic Studios all’epoca. «Ma molto ispirati, concentrati». Oggi, che sono 29 anni dall’uscita di Personal Jesus, ho raggiunto Carmelo per farmi raccontare i retroscena di quelle sei settimane di registrazione.

Come mai i Depeche Mode hanno scelto i vostri studios per registrare?
Beh, credo per vari motivi. Da noi aveva già registrato gente del calibro di Paul Young. Proprio da noi era venuto a incidere il suo primo album da rocker. Era passato da sonorità più soul al rock, scelta che poi non si è rivelata molto saggia, ma vabbè. In ogni caso a produrlo è stato Hugh Padgham, un fonico e produttore di livello che in passato aveva prodotto anche Sting e i Police. Noi nel 1985 avevamo acquistato l’immenso spazio degli studi CGD e delle Messaggerie Musicali a Milano e l’avevamo rimesso a nuovo, consolle nuova.

Dove si trovava?
In Via Quintiliano 40.

Ah, in zona Mecenate.
Esatto, al quelle che erano le Messaggerie Musicali. Comunque, tornando a noi. Alan Moulder, tecnico inglese che nel 1988 aveva registrato Malafemmina di Gianna Nannini, si era trovato piuttosto bene nei nostri studi. Allora li ha consigliati a Flood, il produttore dei Depeche Mode. Devi sapere che, in più, c’erano anche delle ragioni fiscali. Molti artisti inglesi registravano fuori dall’Inghilterra perché gli conveniva. Così gli stessi Depeche per Violator hanno scelto noi a Milano e i Puk Studios a Copenhagen. Non so dirti i motivi precisi, ma insomma c’erano dei vantaggi fiscale a registrare all’estero e non nel Regno Unito.

E poi comunque Milano era una città molto in voga, lo è tuttora.
Sì, noi negli anni Ottanta siamo stati un po’ ovunque a lavorare: Monaco, Los Angeles, Londra. Però poi abbiamo deciso di tornare a Milano per costruire questo gigantesco studio, facendo una cazzata.



Perché cazzata?
Eh, perché era uno studio troppo grande per quello che era il mercato italiano. In più, questa cosa veniva vista male dalle case discografiche italiane. I dirigenti e i manager discografici odiavano il fatto che qualcuno al di fuori di una major avesse fatto qualcosa di così grandioso. C’erano delle gelosie, ecco.

E cosa ricordi delle registrazioni coi Depeche?
Loro hanno registrato cinque o sei pezzi da noi, fra cui Personal Jesus, mentre le altre in Danimarca. C’era sia questo fonico inglese, Alan Moulder, che il nostro, Pino Pischetola. Quanto ai Depeche Mode, era un album, credo fosse il settimo, in cui hanno usato molti campioni. La particolarità però è che i campioni erano tutti creati da loro. Usavano campioni di loro stessi. Hanno passato sei settimane intense negli studi. Erano molto concentrati, inoltre noi gli avevamo allestito un grande spazio dove potevano guardare la TV, vivere, svagarsi. Erano quasi tutti vegetariani e ammetto che non è stato facile trovare cibo vegetariano in quegli anni, nemmeno a Milano. Fortuna che all’interno delle CGD c’era una mensa per 250 persone, quindi gli abbiamo cucinato quello che volevano. La band era molto riservata, educata ma molto sulle sue. Però posso dirti che hanno sperimentato tantissimo, me li ricordo come ragazzi davvero creativi.

Del tipo?
Hai presente le percussioni di Personal Jesus? Quelli non sono altro che dei passi pesanti con gli scarponi registrati su una tromba delle scale dello studio. Una di quelle piccole che portava al quarto piano. Quei “TUM TUM” non sono di una batteria, è proprio qualcuno che batte per terra. Loro hanno campionato il suono e l’hanno ripetuto come fosse una drum machine. Hanno sperimentato tanto, è stato un grande disco di ricerca. Sono stati da noi per sei settimane, ma ancora me li ricordo bene. Il pezzo poi è stato mixato direttamente lì da noi da Francois Kevorkian.

Gli studi ex CGD oggi. Foto di Bianca Sara Scanderebech

Gli studi ex CGD oggi. Foto di Bianca Sara Scanderebech



Ma i pezzi li hanno anche composti a Milano?
No, penso ce li avessero già. Sono venuti da noi e li hanno registrati. C’è un’altra chicca che credo non sappia nessuno: normalmente si cantava nella sala di ripresa, uno spazio immenso che poteva contenere 60 elementi d’orchestra. Poi c’erano tutti i piccoli stanzini insonorizzati dove ognuno poi poteva cantare e registrare al riparo da tutto. Dave Gahan però ha cantato il testo in sala regia, con un microfono da live, tipo Shure SM57, e le casse della sala erano a palla.

Ma come? Cioè lui ha registrato in un luogo dove c’era la musica e la sua voce a palla?
Eh sì, però sul microfono c’era un gate. Cioè un processore che faceva passare il segnale quando lui cantava—nel pezzo non canta a un volume alto però come si sente nel pezzo ha un bel timbro deciso. Quindi quando non cantava, non passava niente nel microfono. C’è una minima parte di rientro nel microfono che ha dato un carattere alla registrazione. Il suono delle casse amplificato ha dato un pochino di saturazione. Siamo stati orgogliosi di quel disco, nonostante quegli studi siano stati il peggiore investimento mai fatto da me e mio fratello. Abbiamo poi chiuso tutto quando la CGD ha venduto tutto agli americani. Buttato via tutto, è stato un peccato. Ora è tutto in disuso, una struttura grandissima che abbiamo a salvare chiedendo l’intervento dell’assessorato alla cultura di Milano. Però niente da fare. È stato un brutto modo di chiudere tutto, anche se poi ne abbiamo riaperto un altro in Port Romana.

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