Perché tutte noi ci meritiamo di essere trattate come St. Vincent

Sono anni che la cantante e chitarrista texana si veste in modo super sexy e dissacrante, risponde prendendo per il culo tutti, ed è ugualmente e giustamente rispettata come si deve.

Foto Rob Watkins / Alamy / IPA

Ieri sera sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia degli Oscar Sufjan Stevens ha invitato a suonare la chitarra anche St. Vincent, al secolo Annie Clark, che lo aveva già accompagnato in tour in passato. Hanno presentato Mistery of Love, l’emozionante pezzo tratto dalla colonna sonora di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e lei, vestitino con taglio asimmetrico così minimal che potrebbe stare a malapena a una bambina di 7 anni, fiocchetto in vita e décolleté con tacco 11, ha dato l’ennesima lezione di vita a tutte noi ragazze. E anche a voi, ragazzi.

Quella lezione che lei ha benissimo in mente e che l’ha portata a farsi rispettare da tutti, uomini e donne, come fosse una scelta plebiscitaria. Lezione che, in vista dell’8 marzo, festa della donna, ci è utile ripassare. La potremmo riassumere così: faccio quello che voglio, mi vesto – anche – in modo volgare e provocatorio se mi gira, sono indubbiamente figa, però la mia musica la ascoltate, grazie. E la parola musica potremmo declinarla per qualsiasi ambito della nostra vita dove noi donne siamo competenti.

Certo, lei è una musicista poli-strumentista di livello, scrive testi brillanti con guizzi geniali, sempre a metà tra il surreale e l’intima confessione, con un carisma dal palco che levatevi tutti. Poi, a onor del vero, se si mette due protesi sulle tette con i capezzoli disegnati o una minigonna argentata in latex piuttosto che una maglia di plastica nera trasparente, con il fisico asciutto e androgino che si ritrova non pare di sicuro Elettra Lamborghini nel video di Pem Pem (con rispetto per Elettra), ma nemmeno una ragazza che ha un filo superato il limite del buongusto. No, è sempre perfetta. Anche quando nel 2016, lo ricordiamo, si era vestita da water per un concerto di beneficenza.

Annie Clark è arrivata anche a piazzare due belle chiappe in collant rosa e body maculato di una donna piegata in avanti sulla cover del suo ultimo cd, Masseduction. Quelle di un’amica? Le sue? “Non lo dirò mai”, ha risposto al Guardian e non interessa saperlo. Interessa sapere che tutto il suo lavoro è stato preso seriamente in considerazione e ha ottenuto quasi sempre il massimo delle stelline nelle recensioni dei critici.

È stata paragonata nella sua carriera addirittura a David Bowie ed è stata chiamata anche da David Byrne per collaborare insieme (per Love This Giant del 2012, se qualcuno se lo fosse dimenticato). Persino in Italia, sia Mucchio Selvaggio che Rumore le dedicarono nel 2014 la copertina nello stesso mese con la stessa identica foto per errore. St Vincent, del resto, sempre nel 2014 ha ricevuto un Alternative Grammy, il primo vinto da una donna in 20 anni, e ha chiesto a voce alta: “Ma alternativo esattamente a cosa?”.

Per evitare domande noiose e copia-incolla da parte dei giornalisti prima dell’uscita dell’ultimo album ha deciso di fornire lei stessa un video-kit di domande con risposte precotte scritto insieme a Carrie Brownstein delle Sleater-Kinney. Una era: “Che cosa provi a cantare con i tacchi?”. Risposta: “Dovresti veramente provare anche tu. Qualcosa che può aiutare la postura e mi piace, ma qualcosa anche che può anche farti traballare, e anche questo mi piace”. Sigla.

Che cosa ci può insegnare dunque tutto questo? Che c’è speranza per tutte di essere considerate per il proprio lavoro anche se si vuole andare vestite con un body di pizzo con scollatura profonda fino all’ombelico e si prende tutti per il culo.

Siamo lontanissimi dalle denunce di aggressioni psicologiche e fisiche del #MeToo ma c’è molto altro anche prima che va scardinato e ribaltato. Episodi come questo: quando ci si ritrova con un po’ di giornalisti in fila per fare delle interviste e quello della rivista più blasonata si avvicina con un sogghigno per chiederti che domande potrà mai fare quella davanti con i leggings maculati, i capelli platino e la bocca cherry blossom. Oppure quando arriva una collega nuova in ufficio, il primo giorno si presenta con camicetta trasparente con reggiseno in vista e tutti (e tutte) l’hanno già bollata per questo come una deficiente.

Basta poco e questo riguarda sia uomini che donne, perché le prime nemiche a sparare giudizi, si trovano proprio in casa.

L’augurio è di poter arrivare un giorno a vestirsi come si vuole senza per forza essere subito sminuite e incasellate nella categoria “minorate mentali”. A St. Vincent l’ha insegnato sua madre quando era piccola, come ha ricordato lei stessa: “Le ragazze possono arrivare dappertutto. Mia mamma non lo chiamava ancora femminismo, ma qualcosa di innato nel nostro DNA”.

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