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Per gli organizzatori di concerti i biglietti nominali danneggiano la musica

I promoter di eventi live sono compatti contro la legge in vigore dal 1 luglio. I motivi: ticket più cari e code infinite ai cancelli, procedure più complicate e ricavi dimezzati. Mentre il secondary ticketing continuerebbe a fare affari

Foto: Dylan Mullins per Unsplash

Biglietto nominale per i concerti sì oppure no? La questione è esplosa lo scorso 1 luglio, quando è entrato in vigore l’obbligo di biglietti nominali durante per gli eventi live (che prevedono una capienza superiore ai 5000 spettatori) deciso dal governo, con l’obiettivo dichiarato di fare guerra al fenomeno del secondary ticketing.

Oggi, in una conferenza stampa indetta da Assomusica, è stata spiegata la posizione dei promoter, ovvero chi organizza i concerti. Il loro no è compatto, anche se fa un certo effetto vedere competitor storici come Ferdinando Salzano (F&P) e Roberto De Luca (Live Nation) seduti dalla stessa parte. I motivi? Eccoli.

Biglietti più cari e code infinite ai cancelli, prima di tutto. Per fare i controlli identificativi di ogni spettatore gli organizzatori dovranno aprire i cancelli prima, impegnando il personale su più turni: da qui l’aumento dei costi per gli spettatori che saranno anche costretti a code più lunghe, giurano i promoter.

Secondo quanto spiegato questa mattina dai relatori (insieme ai già citati Salzano e De Luca, DI and G, Vivo Concerti, Trident Music, Vertigo, International), la nominalità degli ingressi sarebbe un problema innanzitutto per la gente che va ai concerti, dunque. A partire dalla complicata procedura per cambiare il biglietto: se lo si vuole rivendere lo si dovrà inviare nuovamente al sistema primario dal quale si è acquistato. Ad esempio Ticketone, per intenderci. Tempistiche dell’operazione? Imprevedibili, pare.

Se non bastasse, per via di tutte queste burocratizzazioni, anche i ricavi per il settore diminuiranno e il rinculo del tonfo economico si sentirà anche sul territorio. Dulcis in fundo, una tipica contraddizione all’italiana: se vai all’Arena di Verona a vedere Sting il biglietto deve avere nome e cognome dello spettatore. Se vai nella medesima location a vedere Morricone, invece no. Motivo: la musica lirica, sinfonica, cameristica, prosa, jazz, balletto e danza, non sono sottoposti alle regole introdotte dalla norma.

Questi, dunque, i principali effetti nocivi della normativa. Ma a una settimana dall’entrata in vigore della legge, i biglietti dei concerti sono tuttora presenti sui siti di vendita secondaria. E dunque? “Bisognerebbe spegnerli”, ha sostenuto convinto Mimmo D’Alessandro. Una proposta, però, velleitaria.

Unica voce fuori dal coro è quella di Claudio Trotta, fondatore di Barleys Arts, nonché convinto paladino della battaglia al secondary ticketing. Non è un caso se lo scandalo del famigerato bagarinaggio online è deflagrato proprio prima dei live del più importante artista nel roster del promoter: Bruce Springsteen. Era il 2016 e il Boss si preparava ad incantare San Siro quando ci fu la prima denuncia pubblica di Trotta. Il cas(in)o è riesploso con rinnovato vigore l’estate successiva, prima dello show dei Coldplay sempre al Meazza.

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