Già alla fine dell’anno scorso, nell’ultimo cartaceo di Rolling Stone del 2025, vi raccontavamo della mostra che Asti e Palazzo Mazzetti dedicano, fino al primo marzo 2026, all’universo visivo di Paolo Conte: Paolo Conte. Original. Si tratta della più vasta mai realizzata, con 143 opere che spaziano lungo quasi 70 anni di lavoro artistico.
Esposizione che, ci diceva Conte stesso, se fosse una nota musicale sarebbe un La bemolle maggiore; e che, se fosse un gesto, sarebbe una sculacciata a se stessi.
Oggi l’artista è tornato sul tema, e su molto altro (compreso lo iato forzato dalla musica), in un’anteprima della prossima cover story di U, magazine de La Repubblica, pubblicata sul quotidiano, dove “l’avvocato” della musica italiana è intervistato da Malcom Pagani.
Ricorda i primi disegni, chiede Pagani. E Conte: «Trattori, di cui mi affascinavano meccanica, forma e rumori». E poi arriva subito la precisazione: «Nei miei quadri non ho mai parlato di me». E includendo anche la musica: «Ho sempre cercato di togliere me stesso dalle mie composizioni, ma ho provato, come farebbe uno sceneggiatore, a creare personaggi di fantasia solo occasionalmente, figli di situazioni che avevo visto e vissuto».
Dalla conversazione, in effetti, non emerge una netta distinzione tra attività musicale e pittorica per Conte: «Musica e pittura per me pari son. Non solo importanti allo stesso modo, ma preziose. Indispensabili. La pittura è rimasta un piacere, con la musica ho lavorato di più trasformandola in un mestiere. Nutro un identico affetto per entrambe».
Si passa poi ai ricordi della guerra, all’amore cantato in tutte le vesti nelle canzoni, al mondo dell’avvocatura e il suo lascito alla poetica e all’uomo. Per tornare poi all’arte.
«Senza musica non mi sento un poeta. Mi sono sempre trincerato dentro la musica, il mio scudo, la mia armatura. Penso che ad avere in mano la regia delle pagine sia sempre lei: detta i tempi, gli spazi, i respiri». E in quel ritmo arriva poi, dice Conte, anche il momento di scrivere. Che si riassume in un «istinto e desiderio di trasformare un’immagine in versi. Una giornata al mare, una delle canzoni a cui sono più legato, mi venne in mente a Sestri Levante. Scorsi un punto all’orizzonte, tra la quinta palma dei bagni Nettuno e un gabbiottino dei gelati e mi venne l’ispirazione».
E concludendo, per ora: «(Nei miei testi, ndr) Non si tratta di una vera nostalgia: quando fai professione di nostalgia vai a qualcosa che hai vissuto in prima persona». Aggiungendo: «Sognando ho sempre pensato ad altro».
O dicendola in un altro modo, tornando all’inizio: «Non mi sono mai preoccupato che qualcuno mi prendesse sul serio e forse ho fatto di tutto perché non accadesse».














