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«Oggi i Beatles sarebbero indebitati con la casa discografica»

Tom Gray dei Gomez immagina come se la caverebbero i Fab Four nell’attuale mercato discografico. Spoiler: non avrebbero i soldi per incidere ‘Sgt. Pepper’. La soluzione: ridistribuire i ricavi derivanti dallo streaming

Ringo Starr, George Harrison, John Lennon e Paul McCartney

Foto: Harry Hammond/V&A Images/Getty Images

Come se la caverebbero i Beatles nel mercato discografico del 2020? Se l’è chiesto Tom Gray che non è solo un membro dei Gomez, ma è anche uno dei “writer directors” di PRS for Music, l’organizzazione inglese che tutela i diritti d’autore dei musicisti, ed è il promotore della campagna Broken Record per la difesa dei musicisti del Regno Unito durante il lockdown.

«Ecco una riflessione su Paul McCartney e il suo gruppo beat», ha twittato ieri. Il ragionamento che segue si applica a Rubber Soul del 1965, considerato il primo disco che i Beatles non hanno portato in tour. Gray compie un errore che non inficia però il ragionamento. La band, infatti, si esibì fino all’estate del 1966. Il ragionamento vale se applicato al disco successivo, Revolver.

«Molti affermano che alcuni fra i dischi migliori prodotti fra il 1965 e il ’69 sono stati fatti dai Beatles, che non hanno tenuto un singolo concerto in quel periodo (ecco l’errore, ndr). Vediamo allora che cosa accadrebbe se Rubber Soul fosse pubblicato oggi».

Tom Gray sostituisce gli acquirenti di dischi del 1965 con gli abbonati alle piattaforme di streaming del 2020. «Nel 1965, l’album ha venduto un milione e 800 mila copie negli Stati Uniti. Contando 11 canzoni, fanno 19,8 milioni di canzoni vendute. Con lo streaming equivarrebbero a 80 mila sterline per l’etichetta Parlophone e 16 mila per i Beatles. Se ogni utente ascoltasse le canzoni 20 volte, farebbero 1,6 milioni per la casa discografica e 320 mila sterline per il gruppo».

L’album, continua Gray, venne registrato nell’arco di un mese allo Studio 2 di Abbey Road. «Sarebbero 3 mila sterline al giorno, 90 mila in totale. Per avere un produttore della statura di George Martin oggi ci vogliono almeno 15 mila sterline. I Beatles sarebbero già inedbitati con l’etichetta per 105 mila sterline». Aggiungendo altri costi e considerando l’assenza di concerti causa Covid-19, conclude Gray, «nel 2020 i Beatles non guadagnerebbero nulla da Rubber Soul. Anzi, sarebbero probabilmente indebitati con la casa discografica. E non avrebbero la rete di salvataggio dei concerti causa Covid-19». Morale: «Il mercato ha fallito» perché oggi non permetterebbe l’esistenza dei Beatles. «Bisogna fare qualcosa».

Una delle soluzioni proposte da Gray è la ridistribuzione dei proventi dello streaming. Oggi i soldi degli abbonamenti degli utenti premium finiscono infatti in un grande calderone che viene poi diviso fra tutti gli aventi diritto in base alla percentuale totale di canzoni ascoltate. È una formula che avvantaggia le pop star in grado di fare grandi numeri. Puoi ascoltare tutto il giorno solo i Protomartyr, ma parte dei tuoi soldi finirà comunque nelle mani di Ed Sheehan, Adele o Taylor Swift, perché quella è la musica che la maggior parte delle persone ascolta. Per Gray, sarebbe più equo che i 9,90 euro del singolo abbonamento fossero redistribuiti fra gli artisti effettivamente ascoltati da quell’utente, una soluzione che avvantaggerebbe artisti indipendenti con un pubblico fedele, ma non di massa.

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