Non si critica la critica

Un giornalista musicale risponde al mondo dei leoni da tastiera, quelli che sui social si sentono sempre in dovere di dire la propria anche su ciò che non gli compete. Senza dimenticare gli artisti che non accettano le critiche.
frank zappa

Frank Zappa è scomparso nel 1993 a causa di un cancro.


logo Michele Monina

Anche il mondo dei social, seppur giovane, ha già generato dei canoni. Canoni che, non pretendo certo di avere sott’occhio tutta la panoramica che questo mondo apparentemente virtuale ci pone d’innanzi, trovano una loro precisa declinazione in un settore già di suo piuttosto canonizzato come la critica musicale. O meglio, come la percezione comune della critica musicale, perché i social servono sì a chi scrive di musica per far sapere di questo o quello scritto pubblicato, ma servono più che altro a quelli che di musica leggono e spesso vorrebbero anche scrivere, per dire la propria, spesso a sproposito.

Perché diciamolo apertamente, ripetendoci, l’idea che essendo su un social ci sia un uditorio ha spesso portato i commentatori a ritenersi in diritto di autocollocarsi in un contesto nel quale, a ben vedere, non hanno non solo residenza ma men che meno diritto di parola. L’idea che democraticamente si possa dire la propria ha quindi spesso portato i laureati all’Università della vita a credersi stocazzo, vanificando, almeno ai loro occhi, anni e anni di studio, di lavoro, con un commento tranchant, a volte anche solo con un insulto. Discorso, ovviamente, valido anche nei confronti degli artisti e delle opere d’arte, spesso sbolognati con poche battute dal primo coglione che passa, senza una adeguata credibilità, conquistata, si suppone, da una parte dal riconoscimento da parte della comunità artistica, quella musicale nello specifico, e poi certificata da un editore, da un direttore editoriale, da chi, in pratica, ha il compito di distinguere tra professionismo e amatorialità.

Chiunque si trovi a svolgere lavoro di critica, nello specifico di critica musicale, si sarà visto ripetere dal solito coglione che passa, “Ma come, un critico che non accetta le critiche?”, nel momento in cui, con più o meno proverbiale amabilità, avrà invitato il commentatore intervenuto a sproposito ad andare a fare in culo. Esatto, un critico non deve accettare le critiche. Quantomeno non deve accettarle dal primo coglione che passa, ruolo che spesso è ricoperto dagli stessi artisti di cui ha scritto, anche loro in diritto, si direbbe, in virtù del loro essere sui social, di poter dire la propria, spostando su un piano dialettico quello che invece dovrebbe vivere solo e esclusivamente sul piano critico. Un critico non deve accettare le critiche. Mai. Neanche quelle degli artisti. Non deve accettarle, se non da parte di colleghi, che non dovrebbero, stiamo sempre nel campo delle teorie, limitarsi a commenti tranchant, da bar, ma a analisi approfondite, in grado di confutare altre analisi, di rovesciarne la lettura, di aprire nuovi scenari.

Poi, è chiaro, ci sono ambiti nel quale l’approfondimento diventa non solo inutile, ma addirittura impossibile, perché non ha alcun senso spendere parole serie per musiche che serie non sono, ma anche in quel caso, a rispondere non dovrebbero essere i coglioni di passaggio, e neanche gli artisti, ma la comunità dei critici. Si auspica ridendoci su. So che questo discorso risulta decisamente elitario, ma tant’è, la critica anche di canzonette è una faccenda seria, al pari delle canzonette stesse. E il fatto che ci sia uno stuolo di critici improvvisati, spesso mascherati da giornalisti musicali, non deve acquisire un significato altro da quel che ha, in un’epoca di cialtroni vale tutto.

Torniamo al discorso iniziale, la critica è tale se riconosciuta come tale dalla comunità artistica di riferimento, e se nello specifico è riconosciuta come tale anche da chi, suo malgrado, oggi ha ancora il compito di distinguere tra professionisti e non professionisti, gli editori. Una comunità, quella di riferimento, che difficilmente se ne uscirebbe con frasi del cazzo come quella su citata, e men che meno con altre facezie tipo: “Prova a scriverla tu, una canzone, poi vediamo…”. Pensare che per poter concepire una critica seria tocchi essere artisti è una idiozia che non meriterebbe nessun tipo di considerazione, non fosse che in genere chi dice queste cazzate le correda con frasi tipo quella attribuita storicamente a Frank Zappa, “La critica è fatta da gente che non sa scrive che intervista gente che non sa parlare per gente che non sa leggere” o anche “Parlare di musica è come ballare di architettura”.

Tutte belle cazzate.

Come cazzata è quella secondo la quale il critico vive come un parassita dell’arte di qualcun altro. Perché, fino a prova contraria, il critico vive delle proprie analisi, e sono semmai gli artisti a ricorrere ai critici, spesso per trovare rifugio nel momento in cui non sia il pubblico a riconoscerne l’arte, altre volte semplicemente per cristallizzare un successo che, senza il plauso della critica, apparirebbe anche ai loro occhi monco, zoppo, nano. Qualcosa da relegare nell’ambito del commerciale, e si sa, commerciale è parola volgare, bassa, di cui non fare vanto. Quando scrivo un libro, recentemente capita meno spesso, ma in passato è capitato sovente, mi trovo a essere oggetto di critiche da pare di chi questo fa per mestiere. Mai mi è passato per la mente di rispondere a una critica, fosse anche una violenta stroncatura. Mai mi è passato per la mente neanche di fare mia una critica positiva, come una coccarda da portare appuntata al petto, perché quando scrivo libri vesto i panni dello scrittore, e i panni dello scrittore, a mio avviso, non contemplano anche l’opzione di interagire coi critici. Non che abbia sempre accettato tutto quel che mi è stato detto, o che abbia finito per tenerne conto, ma a ognuno il suo.

Chiaro, nella critica letteraria l’accademia ha ancora un peso che, nell’ambito della musica leggera, per sua stessa estroflessione dal consesso professionale, non ha. Un critico che si voglia cimentare con l’ambito musicale mainstream, so che la cosa può suonare come una abnormità, dovrà se possibile sottacere le proprie competenze reali, celare gli studi classici, laddove ci siano, assumere piuttosto un’attitudine quasi da pari a pari, andando quindi a finire sotto il cono di luce che, in natura, dovrebbero spettare solo ai musicisti. La possibilità di non esserci, o di starsene appartati viene vista con sospetto, come di chi se la tira, fa lo snob, anche per chi decide di occuparsi di musica che non preveda la possibilità di tirarsela per la sua natura popolare. Ma queste sembrano oggi le regole di ingaggio, basta prenderne atto e cercare di vivere il proprio mestiere con onestà intellettuale e cercando di arginare le interferenze, non dovendo più raccontare la musica, oggi ascoltabile da chiunque nel momento stesso in cui viene pubblicata, ma fornendo, se possibile, gli strumenti per decodificarla a chi, per sua formazione, non è necessariamente tenuto a avere quegli strumenti.

Di più, ma questa è una libera interpretazione di chi scrive, essendo appunto accettato come attore da un contesto artistico, il critico musicale può anche addentrarsi in analisi del sistema, fornendo al lettore una panoramica che gli sarebbe preclusa, quindi contribuendo ulteriormente a fornire strumenti per analizzare la musica che da questi contesti esce e che in questi contesti prolifica. Una sorta di critica musicale che diventa analisi di un sistema artistico e industriale. Il tutto dentro precise regole d’ingaggio, che partono appunto dal riconoscimento del proprio ruolo da parte di quell’ambito.
A ognuno il suo.

E il mio, oggi, è quello di essere criticato dai coglioni di passaggio, commentatori da social col peso specifico del vento. A volte anche di essere criticato dagli artisti di cui scrivo, pronti a aizzare i propri fan, mai capaci, però, di instaurare un dialogo che porti da qualche parte. Non perché la critica debba essere costruttiva, questa è una cazzata messa in piedi dal mondo che ruota attorno ai talent, dove a parlare sono in genere non critici musicali, ma quotidianisti arrivati a parlare di musica per sostituzioni di maternità, o per altri equilibri redazionali che nulla hanno a che fare con la competenza e la preparazione. No, niente critica costruttiva, ma perché la lingua usata dagli artisti sui social è giocoforza una lingua tranchant, spiccia, incapace per sua natura a prevedere approfondimenti. Al punto che anche quando sono critici musicali, sedicenti o reali, a commentare una critica sui social, novantanove volte su cento il tutto finisce in un commento degno di un coglione che passa, frutto spesso, se non sempre, del tentativo del commentatore di mettersi in evidenza, di trovare un nuovo uditorio, di ritagliarsi cinque minuti di notorietà in un momento particolarmente opaco.

Canoni da social, quindi, che si intrecciano ai canoni della critica musicale.
Ora, forse, avete di fronte agli occhi un quadro un po’ meno vago. Pensateci la prossima volta che verrete a commentare un articolo con una di quelle frasette lì. Ci pensino anche gli artisti, se possibile. Un critico non si critica. Anche perché potrebbe saper suonare molto meglio di voi. E sicuramente è capace di mangiarsi il vostro cuore a colazione.