«Non ero lì per suonare le note giuste»: Ritchie Blackmore racconta la reunion coi Deep Purple | Rolling Stone Italia
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«Non ero lì per suonare le note giuste»: Ritchie Blackmore racconta la reunion coi Deep Purple

«Stiamo tutti invecchiando, ci siamo resi conto che poteva essere l’ultima occasione per vedersi. Ero lì per far rimarginare delle ferite, ma non c’erano ferite da rimarginare»

«Non ero lì per suonare le note giuste»: Ritchie Blackmore racconta la reunion coi Deep Purple

Ritchie Blackmore e Candice Night

Foto: Minstrel Hall Music via Spin-go

«È stato parecchio emozionante anche perché sono entrato in scena velocemente, ho dovuto iniziare a suonare subito, non ho avuto modo di riscaldarmi, ma non ero lì per suonare le note giuste».

In un’intervista concessa a Guitar Player, Ritchie Blackmore ha raccontato dal suo punto di vista la reunion coi Deep Purple dello scorso 12 agosto al Jones Beach Theater di Wantagh, New York, dove il chitarrista ha suonato con loro la classicissima Smoke on the Water. L’ultima volta che si era esibito con la band era il novembre 1993. Non aveva neanche partecipato alla cerimonia per l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame pur essendo stato un elemento chiave della line-up migliore della band.

«Ero lì per rivedere dei vecchi amici», dice il chitarrista. «Non li vedevo da 40 anni e stiamo tutti invecchiando. Ci siamo resi conto che poteva essere l’ultima occasione per vedersi, forse».

Nell’intervista Blackmore racconta com’è nata l’idea. «Mi sono svegliato una mattina, il giorno prima del concerto, pensando: sarebbe bello per i fan se salissi sul palco per una canzone, probabilmente Smoke, e dimostrassi che non ci stiamo scannando, che non ci odiamo. Mia moglie Candice mi ha messo in contatto con Ian Gillan e gli ho detto: “Che ne pensi se salissi sul palco per Smoke?”. Le sue parole esatte sono state: “Mi ha fatto sorridere”. Ne ha parlato con la band, erano tutti d’accordo».

Deep Purple w/Ritchie Blackmore, “Smoke On the Water,” Jones Beach Theatre, Wantagh, NY, 8/12/2026

All’inizio il chitarrista aveva qualche perplessità: «Non sapevo se mi avrebbero sentito, se sarei stato troppo basso di volume o cose del genere. Vedevo il chitarrista (quello attuale è Simon McBride, ndr), che è molto bravo e ha un ampli enorme, io ne avevo portato uno da 50 watt, ma per fortuna ha funzionato tutto… È stato complicato: non ho suonato niente di troppo tecnico, perché sentivo di dovevo fare una cosa semplice. A un certo punto ho anche perso il filo, ma non era quello il motivo per cui ero lì. Ero lì per far rimarginare delle ferite, ma non c’erano ferite da rimarginare. Era come se fossimo tutti nell’esercito, sul fronte occidentale, e ci fossimo ritrovati tutti insieme. È stato molto emozionante».

Blackmore ha suonato una Stratocaster che non toccava dagli anni ’80, anche perché coi Blackmore’s Night suona l’acustica e dopo l’infarto dell’anno scorso non ha toccato spesso lo strumento. «Ho cambiato le corde e mi sono esercitato un po’. Non suono una Stratocaster come si deve da 30 anni, ogni tanto ho fatto qualche assolo, ma di solito suono le acustiche. Per il fingerpicking uso la mano destra e ho le unghie lunghe, mentre con la Strat devo usare il plettro e bisogna avere le unghie molto corte. È tutta un’altra tecnica».