Noi 300 fortunati al Secret Show di Justin Timberlake

Siamo andati ad ascoltare 'Man of the Woods' alla Roundhouse di Camden Town, tempio di culto della musica dal vivo (Stones, Bowie e Hendrix sono stati qui) e arredato, per l’occasione, con decine di abeti ed altri alberi alti svariati metri tutt’intorno alla sala. Una cosa modesta, insomma.

Foto via YouTube

-E’ questa la fila?-. -No, questi sono i fan-.-Ah meno male, ma non sarà mica quella?-. -No quelli sono gli accrediti. La nostra fila è quella, la più corta-. Comunque lunga cinquanta metri, visto che l’apertura dei cancelli è in ritardo e lo show inizierà almeno a mezzanotte. Del resto, si aspetta uno che arriva dai Brit Awards, più precisamente dalla O2 Arena di Londra, 17.500 posti a sedere, mica una star che sta facendo tardi dal parrucchiere. Qui, in compenso, saremo solo 300 fortunati perché l’evento è l’esclusivissimo Secret Show di Justin Timberlake, organizzato da Spotify. La location è la struttura alta e circolare della Roundhouse di Camden Town. Un concerto intimo, tutto sommato, per uno che due settimane fa ha suonato di fronte ai quasi settantamila del 52esimo Superbowl e che ha davanti un tour da 102 date confermate. Tra parentesi: si conferma il ballerino di talento che sappiamo perché salterà a piè pari l’Italia, forse ha saputo che qui le piazze non le diamo solo ai cantanti, ma pure a CasaPound.

Il nostro braccialetto dorato ci garantiva un posto privilegiato sulla balconata che circonda la sala della Roundhouse, tempio di culto della musica dal vivo (Stones, Bowie, Dylan e Hendrix sono stati qui) e arredato, per l’occasione, con decine di abeti ed altri alberi alti svariati metri tutt’intorno alla sala. Una cosa modesta, insomma.

Del resto, il nuovo disco di Justin Timberlake si chiama Man of the Woods (l’avevamo recensito qui), l’uomo dei boschi, e in effetti l’unica attenuante che concederei ad un uomo che si presenti, come Justin, in ritardo di un’ora e mezza sarebbe un tronco di betulla particolarmente ostico da tagliare in due. O un sit-in per protestare contro la deforestazione in Amazzonia.

Poi sale sul palco con un moonwalk ben riuscito e tutto è perdonato. Di lì in poi sono 90 minuti di fuochi d’artificio. Inizia con Filthy, pezzo d’apertura pure del disco, e poi inanella un paio di pezzi un po’ trap fino a Cry Me a River, al suono della quale i fan affezionatissimi e pirotecnici della prima ora, quelli giù in platea, sembrano 300, sì, ma quelli di Leonida contro i persiani. Il live è di una precisione chirurgica, la band dei Tennessee Kids non perde né un colpo né un passo, visto che i coristi le fanno anche da allegro corpo di ballo. I momenti migliori della serata, però, li regala insieme a Chris Stapleton, star del country americano, con cui canta tre canzoni, tra cui la Say Something che cantano insieme pure nel disco.

Stapleton ha una voce straordinaria e, complice il fonico, riesce quasi a mettere in ombra il protagonista dello show, almeno fino a quando Justin si riprende il palco e infila un filotto composto da Rock Your Body, Can’t Stop the Feeling e Sexy Back, dimostrando per l’ennesima volta – come se ce ne fosse bisogno – che nella sua carriera si è meritato tutto, pure una moglie come Jessica Biel. La gente balla per un’ ora e mezza, e ballerei anch’io se avessi scelto delle scarpe più comode, quindi apprezzo la tregua concessa da un ultimo brano di Stapleton, una struggente Sometimes I Cry suonata solo chitarra e voce, con la platea che grida ai suoi vocalizzi, le luci che si abbassano e la foresta intorno che diventa un luogo fatato. Saluta i fan, alla fine, ma i fan sanno che il bis lo concederà perché Justin è uno che non si risparmia, pure se sono le due di notte, pure se poche ore prima ha aperto i Brit, pure se cambia fuso orario più spesso delle scarpe da ginnastica (che poi Nike si incazza) e lo concede con una lunghissima “Mirrors”, accolta da un boato del pubblico che è un misto d’amore e gratitudine. Saluta togliendosi il cappello e noi con lui. Non puoi che toglierti il cappello di fronte al talento, quando è pure generoso.

All’uscita distribuiscono poster di Justin, io penso che la cameretta dove appendevo gli inserti di Cioè con Simon Le Bon è affittata a un nerboruto operaio da un pezzo, ma sperando di non essere notata da nessuno me ne infilo uno nella borsetta. Lo metterò di fianco alla tv alla prossima edizione di X Factor, e lo guarderò ogni volta che qualcuno chiamerà “artista” il primo cantante da piano-bar che passerà di lì. E comunque, al netto di tutto, Justin Timberlake è l’ultimo uomo per cui io abbia imparato a fare qualcosa: le stories di Instagram per Rolling Stone.

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